GLI ESORDI DEL GIAPPONE MODERNO

Agli inizi del XVII secolo, mentre gli europei iniziavano la loro espansione in Asia, in Giappone veniva nominato shogun Tokugawa Ieyasu. Il sistema Tokugawa garantiva al Paese un periodo di lunga pace dopo secoli di violenti scontri. Durante questo periodo, andava consolidandosi una forte tradizione etnica e culturale. 

Garantita la pace, i samurai cambiavano ruolo: da guerrieri si convertivano in amministratori, burocrati ed intellettuali. Non minore importanza avevano i contadini che venivano considerati produttori di ricchezza in un contesto di natura feudale. Tuttavia, i samurai e i daimyo (signori feudali) erano quasi costretti, dal governo centrale, ad acquistare beni preziosi ed armi di lusso presso gli artigiani ed i mercanti, i quali molto presto avrebbero costituito una nuova classe sociale benestante. 

Alla fine del XVIII secolo, le innovazioni tecnologiche avevano permesso all’agricoltura di svilupparsi in maniera esponenziale, consentendo di sostenere l’aumento della popolazione da 15-16 milioni nel 1612 a 26-28 milioni nel 1721. Le culture erano: riso, soja, sakè, oli, zucchero e cotone; allevamento del baco da seta e specializzazione nella tessitura e filatura di seta e cotone. 

Questo grande sviluppo, però, andava solo a favore di coloro i quali erano possidenti di terre o allevamenti, invece, gli altri divenivano sempre più poveri: la forbice, dunque, si allargava sempre più. Infatti, nel 1840, in alcune zone delle campagne due terzi della popolazione contadina era priva di terra. Questa condizione di precarietà avrebbe presto portato a delle rivolte campestri, tra la metà del Settecento e quella dell’Ottocento, sempre soffocate con il fine di circoscriverle a livello locale. 

Nello stesso tempo, il sistema Tokugawa entrava in crisi: in particolare, risultava protagonista l’attività intellettuale dei samurai che denunciava le ingiustizie, l’austerità del Governo e la loro condizione sociale che spesso li penalizzava, anche se tale austerità aveva consentito al Paese di non avere ingerenze occidentali nel proprio territorio. 

Tuttavia, la classe dirigente giapponese volgeva uno sguardo preoccupato rispetto agli eventi che i cinesi e russi stavano vivendo con gli occidentali: così, diveniva di primaria importanza la protezione delle coste del Pacifico. 

Nonostante i tentativi di scongiurare un’invasione occidentale nel territorio gli strateghi della classe dirigente si aspettavano comunque una loro visita. 

Infatti, l’8 luglio del 1853, l’arrivo degli americani era previsto così come era prevista la richiesta di aprire i porti e di intrattenere rapporti diplomatici e commerciali fra i due Paesi. 

Consci di non essere nella posizione di affrontare una guerra dove la sconfitta sarebbe stata pressoché certa, nel 1854 firmavano il trattato di Kanagawa che prevedeva l’apertura di due porti ai commerci e l’instaurazione di un mercato americano. Molto presto, questo trattato sarebbe stato esteso anche agli inglesi e ai russi.  Nel 1858, sarebbe stato imposto un altro trattato che prevedeva l’apertura di altri porti e consolati e l’abbassamento dei dazi sotto il 5%. Questi trattati però, non contemplavano clausole di reciprocità, pertanto le agevolazioni concesse agli occidentali viaggiavano su un binario a senso unico. 

L’assenza di indennità di denaro portava, nel 1864, a degli scontri. Nel 1866, venivano conclusi tutta una serie di trattati che confermavano l’impotenza dei tribunali giapponesi di agire nei confronti degli stranieri. L’accettazione di tali trattati aveva dato inizio a una spirale di giochi di potere che nel 1867 avrebbe condotto alla fine del sistema degli shogun

Infatti, in questo periodo si susseguivano scontri interni fra coloro i quali erano disposti verso un’apertura nei confronti degli occidentali (sempre secondo le prerogative giapponesi) e chi invece, non voleva nessun rapporto con questi ultimi. Determinante, l’azione dei samurai- grazie alla loro magistrale strategia- tanto durante le battaglie navali contro gli occidentali, quanto durante le schermaglie interne per la supremazia politica. Sconfitti i Tokugawa, sarebbe iniziata una nuova era in Giappone: l’era Meiji. 

Baluardo della nuova era si configurava con il “rinnovamento Meiji”. Secondo tale dottrina la modernizzazione doveva essere messa in atto con “rigore e rapidità” con l’obiettivo di salvare il Paese dall’asservimento, dalla povertà e dalla rovina. Pertanto, era necessario che tale trasformazione fosse gestita dall’alto, aprendo anche le porte delle cariche governative a coloro i quali prima ne erano esclusi, perché non appartenenti alla tradizionale casta: un passaggio fondamentale, questo, che iniziava a dare spazio a un processo meritocratico, dopo avere soppresso i privilegi del sistema Tokugawa. 

Fra le misure di modernizzazione: calendario gregoriano, abiti in stile occidentale, alimentazione carnea e, dal 1872, l’introduzione dell’istruzione obbligatoria. Così, dal 1906, il Giappone era il primo Paese al mondo ad avere sconfitto l’analfabetismo: la scuola elementare aveva come obiettivo la formazione di individui pronti a lavorare, la scuola superiore, invece, dava alla classe dirigente conoscenze giuridiche, tecniche e scientifiche. Inoltre, veniva inserita la leva obbligatoria per la durata di tre anni. Era anche avviata una nuova politica fiscale che imponeva un tributo del 3% sul valore della terra: a questo punto, essa si registrava come principale entrata del Paese -intorno all’80%- incrementando così i tributi da 20 a 68 milioni di yen, in un periodo compreso fra il 1872 e il 1875. 

Le riforme fiscali acceleravano i cambiamenti sociali: le condizioni di vita dei contadini peggiorava sempre più scatenando, da una parte delle rivolte sempre soffocate nel sangue, dall’altra, uno spostamento della popolazione rurale verso le industrie, garantendo a quest’ultima preziosa manodopera. 

Per risolvere il problema campestre, lo Stato Meiji garantiva agli imprenditori rurali agevolazioni sia di natura bancaria che fiscale e anche nuove infrastrutture come, ad esempio, la ferrovia. 

In questo momento, il principale obiettivo -riguardo lo sviluppo industriale- era quello di riuscire a produrre beni che altrimenti sarebbero stati importati dall’estero. 

A questo punto, era fondamentale una riforma giuridico-istituzionale affinché donasse allo Stato quella stabilità e forza necessarie per essere riconosciuto a livello internazionale e, abolire, così i “trattati ineguali”.

Pertanto, nel 1881, si iniziava a lavorare ad una carta costituzionale. Nel 1885, si stabiliva la forma delle strutture del Governo, i poteri della polizia e diritto di associazione dei partiti. Nel 1887, venivano promulgati i regolamenti liberticidi per il mantenimento della pace.

Nel frattempo, il primo ministro Ito Hirobumi (che era stato il protagonista delle suddette riforme) dirigeva l’elaborazione della Costituzione, che sarebbe stata approvata nel 1889: l’Imperatore donava tale carta al popolo giapponese, egli era al di sopra della politica, comandava l’esercito ed era l’unica istituzione alla quale il governo doveva rendere conto. Accanto alla figura dell’Imperatore vi era un Parlamento (Dieta) a sua volta costituito da una Camera Bassa, eletta a suffragio ristretto e censitario e da una Camera Alta formata da statisti anziani. Nonostante il potere della Dieta, in un primo momento, sembrava rivelarsi marginale essa avrebbe acquisito maggiore rilevanza dopo il 1891.

Nello stesso tempo, il Giappone mirava ad espandersi nel continente: negli anni Settanta dell’Ottocento, aveva conquistato le isole Ryuku, sottraendole alla Cina, per poi sottoscrivere anche un accordo con la Russia ottenendo così anche le isole Kurili. Nel 1873, vi era stato un invano tentativo di conquistare la Corea e, solo tre anni più tardi, nel 1876, riusciva però a contrarre un trattato di apertura di due porti coreani con corsia preferenziale. 

La Corea era un territorio da sempre conteso con la Cina: si era dunque posto un problema tributario che sarebbe stato risolto con un compromesso fra Cina e Giappone nel 1885. Gli attriti che continuavano a persistere fra i due Paese esplosero nel 1894 -nel frattempo in Corea gli intellettuali modernizzatori insieme al movimento popolare Tonghak, facevano a loro volta scoppiare una crisi- conclusesi un anno dopo con due vittorie giapponesi: una, navale, alla fine dello stesso 1894, l’altra, terrestre, nei primi mesi del 1895. Tali scontri si concludevano con la stipulazione del trattato di Shimonoseki, che risultava estremamente gravoso per la Cina, prevedeva: il pagamento di un caro tributo, cessazione del rapporto tributario con la Corea e trasferimento della sovranità di Taiwan al Giappone. 

Tale vittoria dava avvio non solo alla conquista dei territori e dell’economia cinese ma anche alla politica espansionistica del Giappone in Asia, sebbene la presenza russa nel continente sembrava impedire a Tokyo di espandersi come avrebbe desiderato.

Nonostante tutto, il Giappone non avrebbe perso tempo: nel 1904, attaccava i russi in Manciuria e, anche questa volta, avrebbero registrato una duplice vittoria sia via mare che via terra. La pace fra le due era conclusa con la mediazione USA a Portsmouth: venivano riconosciuti i diritti preminenti giapponesi in Corea, metà dell’isola di Sakhalin al Giappone e riconoscimento dei diritti russi in Manciuria. 

La vittoria contro la Russia avrebbe dato grande risonanza al nuovo Giappone: esso era divenuto oramai una grande potenza vicina a quelle occidentali. 

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