RATKO MLADIC CONDANNATO IN APPELLO ALL’ERGASTOLO PER I CRIMINI DI SREBRENICA: TRA GIUSTIZIA E RICONCILIAZIONE SOCIALE

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L’8 Giugno 2021, l’ex generale serbo bosniaco Ratko Mladić è stato condannato in appello all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità dal meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali. 

L’ex generale era considerato il braccio operativo del capo dei serbi bosniaci Karadzić (condannato nel 2019). Durante il conflitto si macchiò di diversi crimini; il genocidio di Srebrenica, con l’uccisione di 8000 musulmani bosgnacchi, fu di certo il più efferato, e gli costò il soprannome di “Boia di Srebrenica”. 

Dopo una latitanza di 16 anni, Mladić venne catturato e consegnato al Tribunale per i Crimini dell’ex Jugoslavia nel 2011, condannato in primo grado nel 2017 e, dopo due rinvii dovuti allo stato di salute dell’ex generale, arriva ora la conferma della condanna all’ergastolo; una sentenza storica che rappresenta la chiusura del processo giudiziario relativa a Srebrenica, ma allo stesso tempo riapre il processo sociale di elaborazione della memoria del crimine.

La sentenza giudiziaria è una grande vittoria; soprattutto per le famiglie delle vittime che hanno finalmente visto riconosciuta la veridicità di quella storia e la responsabilità dei politici e dei militari coinvolti.  Il verdetto è stato infatti accolto con enorme soddisfazione dalle madri e vedove di Srebrenica, alcune delle quali si erano radunate di fronte al Tribunale in attesa della sentenza. 

Il riconoscimento dei colpevoli, al netto delle polemiche sull’opportunità dei tribunali internazionali come sinonimi di giustizia, è fondamentale per la riconciliazione, d’altra parte il processo sociale è ancora tutto da costruire.

Il genocidio di Srebrenica, nonostante le innumerevoli sentenze dei tribunali internazionali, continua ad essere un elemento divisivo. 

Non di rado negli ultimi anni, il rappresentante serbo alla presidenza della Bosnia ed Erzegovina Milorad Dodik ha definito il genocidio di Srebrenica come un “mito”, un “inganno”, ribassando spesso il numero delle vittime e minimizzando la gravità dell’accaduto. 

Al contempo, alcune sezioni della società civile ritengono ancora che Mladić e Karadzić siano degli eroi che hanno difeso il proprio popolo. 

Infine, il difficile rapporto con la memoria del crimine è segnalato dalla difficoltà di approvare la legge per criminalizzare la negazione del genocidio di Srebrenica. La legge è stata infatti più volte rinviata, tanto che quest’anno l’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, Valentin Inzko, ha affermato che, se non si giungerà ad una proposta che metta tutti d’accordo entro l’11 Luglio di quest’anno (ventiseiesimo anniversario del genocidio), è pronto ad imporre la legge. 

La strada da fare insomma, è ancora lunga; Quest’ultima sentenza è un segnale, un riconoscimento e un nuovo punto di partenza per la società civile, che dovrà farne buon uso per riuscire a trovare una via di riconciliazione e reale pacificazione.

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