VACCINI IN AFRICA: A CHE PUNTO È IL PROGRAMMA COVAX

Aumentano le preoccupazioni sull’evoluzione della campagna di vaccinazione in Africa.

In molti Paesi infatti è stata rimandata la somministrazione delle seconde dosi e sono molti gli Stati in ritardo anche con la prima dose.  Per questo motivo le Nazioni Unite e il Centro africano per il controllo delle malattie hanno esortato i Paesi ad avviare un’operazione congiunta, con il fine di donare parte delle proprie scorte nelle aree più critiche. 

Gli ostacoli al programma Covax

La maggior parte dei Paesi africani ha ricevuto le dosi di vaccino nell’ambito del Covax, il meccanismo istituito insieme all’organizzazione internazionale per i vaccini Gavi, per la distribuzione dei lotti nelle aree più disagiate. 

Secondo questo schema i 92 Paesi coinvolti, di cui più della metà africani, devono ricevere scorte sufficienti per coprire almeno il 20% della popolazione.

La distribuzione è stata avviata a febbraio e tra i principali Paesi fornitori emergono Cina, Russia, India ed Emirati Arabi Uniti.

L’obiettivo, secondo le previsioni dell’OMS, sarebbe quello di fornire almeno 200 milioni di dosi per vaccinare il 10% della popolazione entro settembre.

Secondo L’African CDC, al 13 maggio, l’Africa ha ricevuto oltre 36 milioni di dosi, ma ne ha somministrate solo 15 milioni. Lo Stato che ha portato avanti con maggiore successo la campagna vaccinale attualmente è il Marocco, con oltre 10 milioni di somministrazioni; seguono: Nigeria, con 964.387 dosi utilizzate, Ghana con 599.128 dosi somministrate e il Kenya con 340.121.

Tuttavia alcuni fattori stanno rallentando il raggiungimento degli obiettivi, tra questi la crisi in India esasperata dalla variante che sta colpendo duramente la popolazione.

Molti Paesi infatti stavano ricevendo le dosi dal Serum Institute of India che ha temporaneamente interrotto le esportazioni per far fronte alla domanda interna.

Il dramma dei vaccini scaduti

Ai fattori esogeni si aggiungono anche i problemi interni ai Paesi. Sarebbero migliaia infatti le dosi di vaccino rovinate in diversi Stati africani, scadute prima di poter essere somministrate.

Secondo l’Amref Health Africa in Malawi le dosi scadute sarebbero oltre 20.000, mentre in Sud Sudan si sono rovinate almeno 59.000 dosi del vaccino AstraZeneca.

La Repubblica Democratica del Congo, invece, ha dichiarato di non essere in grado di utilizzare 1,7 milioni di dosi di AstraZeneca la cui scadenza è prevista per il 24 giugno.

All’origine di questo disastro c’è l’inadeguatezza strutturale, la disorganizzazione e la mancanza di risorse finanziarie, questioni che gravavano sui sistemi nazionali africani già da prima della pandemia.

A questi fattori si aggiungono anche i timori verso i vaccini. Il Sud Sudan ha affermato infatti di aver lottato anche contro gli operatori sanitari che hanno mostrato diffidenza verso la possibilità di farsi vaccinare.

Tuttavia, secondo un’indagine condotta dall’African CDC, otto africani su dieci hanno dichiarato di essere disposti a ricevere il vaccino qualora venisse dimostrata la loro sicurezza. Lo studio ha preso in considerazione 15.000 adulti, sia delle aree rurali che dei principali centri urbani in 15 Stati: Burkina Faso, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Gabon, Kenya, Malawi, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal, Sud Africa, Sudan, Tunisia e Uganda.

Cosa si può fare?

Da questi dati emerge un quadro che purtroppo era già stato pronosticato.  La campagna vaccinale, seppur portata avanti con serietà dal programma Covax, si è scontrata con il contesto già critico di molti Paesi africani.

Per migliorare la situazione sarebbe necessario: migliorare i criteri di approvvigionamento, indentificare preventivamente le strutture in cui i vaccini devono essere somministrati, migliorare l’informazione sui vaccini, sviluppare un piano di sostenibilità del sistema sanitario per garantire alla popolazione l’accesso effettivo alle cure. 

È chiaro infatti che la campagna vaccinale, da sola, rischia di somigliare a una toppa applicata sui fori di un’imbarcazione in mare aperto.

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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