NUOVI (DIS)EQUILIBRI TRA MOSCA E L’ASIA CENTRALE

Parlando di geopolitica dell’Asia Centrale, e più in generale dell’Eurasia, è quasi impossibile non prendere in considerazione uno dei principali stakeholder della regione: la Russia.

Quasi tutti i paesi post-Sovietici a destra del Mar Caspio, infatti, hanno mantenuto anche nel corso dei decenni successivi allo scioglimento dell’URSS un legame molto forte con Mosca, sia a livello politico e strategico che, a volte, di dipendenza economica. Innegabile è anche il ruolo del soft-power che la Federazione Russa esercita sugli stati Centroasiatici, ed in particolar modo su Kazakhstan e Kyrgyzstan – basti pensare alla diffusione e utilizzo della lingua russa che, come nel primo dei due paesi sopracitati, viene perfino utilizzata da una percentuale della popolazione superiore rispetto all’idioma locale.  

Non si può certo dimenticare, infatti, che la Russia non ha solo ereditato la qualifica di membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dall’Unione Sovietica: essa ha appunto, fin da subito, acquisito un forte ruolo simbolico (sia con accezione positiva che negativa) per le nuove repubbliche del Caucaso e dell’Asia Centrale.

Così, come in Caucaso e in Europa Orientale si sono poi sviluppate le complesse dinamiche che ancora oggi condizionano la vita e la società di quelle aree, “in the 30 years since the collapse of the USSR, the states of Central Asia — Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan and Uzbekistan — have gone their own way and, in each case, pursued original path of independent development.”

Mosca, a questo riguardo, ha invece preferito non sbilanciarsi troppo apertamente riguardo alle proprie relazioni con i diversi stati della regione. Le diverse instabilità locali, sempre gestite in modo molto autoritario dai diversi capi di stato e presidenti, sono state osservate in modo “attento ma distaccato”, privilegiando il controllo in merito alla cooperazione militare, le politiche energetiche e l’integrazione istituzionale nell’Unione Economica Eurasiatica. 

Le aree di conflitto infatti, come da tradizione sovietica, sono sempre state gestite con un’ottica di interesse strategico geopolitico, spesso motivato dalla volontà di esercitare un controllo più o meno diretto sull’area in questione. L’Asia Centrale, con la sua relativa stabilità, “does not represent an integral problem for Russia, like Europe or the South Caucasus; the concerns associated with it are quite occasional, although sometimes they can become urgent.”

Tuttavia, la situazione sta progressivamente cambiando. La Russia, attestata la sempre maggiore indipendenza anche sul piano internazionale delle repubbliche dell’Asia Centrale e l’emergere di player regionali importanti come la Cina, ha fatto un passo indietro prediligendo porre l’attenzione sulla propria – sotto diversi punti di vista fragile – stabilità interna. 

Tale attitudine da parte della Federazione Russa si è manifestata in particolare con l’intensificarsi degli scontri al confine tra Kyrgyzstan e Tajikistan alla fine del mese scorso. La disputa, relativa al possesso delle “acque di confine” ed al diritto al loro utilizzo, si è intensificata al punto da vedere diverse vittime civili coinvolte sia da una fazione che dall’altra. 

Il presidente russo Vladimir Putin ha deciso pertanto di intervenire, organizzando degli incontri in questo clima teso con i presidenti di entrambi i paesi, Sadyr Japarov per il Kyrgyzstan e il controverso Emomali Rahmon per il Tajikistan. Infatti, “the border clashes between the two countries, which effectively turned into a small war, have sent an alarming signal not only to the entire region but also to Moscow that bears geopolitical responsibility for Central Asia.”

La povertà e le difficili dinamiche sociali che caratterizzano in modo differente ognuno degli stati dell’Asia Centrale stanno cambiando e si stanno intensificando; se da una parte i conflitti interstatali sono ridotti, nel corso degli ultimi due anni si sono particolarmente intensificate le crisi e tensioni interne, spesso legate a governi apertamente autoritari e le diverse limitazioni alle libertà dei cittadini. 

Tali scontri sociali costituiscono per Mosca un grave pericolo, considerando l’attitudine al laissez-faire sul fronte interno di ciascun paese che ha sempre caratterizzato la Russia nei confronti dell’Asia Centrale. Ad oggi, questa modalità di azione non è più sufficiente per gestire le complicate situazioni di ciascuno “stan”, minacciando il tradizionale ruolo della Federazione Russa di mediatore nella regione. Inoltre, “the destabilization of the region, incidentally, will create problems not only for Moscow but for Beijing as well, because its important transport routes pass through it.

Per concludere, le relazioni tra la Russia e l’Asia Centrale sono non solo storicamente fondate, ma anche di grande rilievo a livello commerciale e di influenza culturale. Tuttavia, la grave destabilizzazione della regione sta costringendo Mosca ad allontanarsi da questo spazio, dando maggiore priorità a situazioni più critiche (come il Caucaso) o di maggiore interesse economico. 

La cooperazione militare, tuttavia, rimane un punto cardine della relazione tra questi due attori e non può essere sottovalutata la posizione strategica centroasiatica, nonché la vicinanza all’Afghanistan. Inoltre, “the chances that other major powers will be able to provide their capabilities to ensure the security of Central Asia are negligible.” 

Difficilmente la Russia cederà totalmente la presa e il controllo sull’Eurasia, ed in particolare sui cinque stan; sicuramente però allenterà ancora di più la presa, lasciando spazio ad altri stakeholder vicini, come sicuramente Pechino: “in the future, Russia will rely on the independent capabilities of regional states and interaction with China, which is no less interested in its internal stability than Moscow.”

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