IL MEDIO ORIENTE E LE SFIDE CLIMATICHE

Il Medio Oriente è una zona universalmente nota per la sua terra arida e sabbiosa, e con l’avanzare dei problemi legati al cambiamento climatico, si possono prospettare ulteriori rischi legati a questa sfida ambientale. Infatti, le condizioni meteorologiche in Siria, Libano, Iraq, Giordania e tanti altri paesi medio orientali, sono in continua evoluzione, tanto da essere considerati come una minaccia all’equilibrio del paese. Il cambiamento climatico è una “guerra” diventata sempre meno prevedibile, ma cosa può causare in una regione come il Medio Oriente già saturo di conflitti?

Non è solo una guerra contro il clima

Come ha riportato in un recente studio l’International Institute for Sustainable Development, il cambiamento climatico in Medio Oriente non rappresenta solamente una sfida ambientale. Le ultimi condizioni meteorologiche, che variano da forti ondate di calore a potenti temporali e nevicate, dimostrano infatti come queste situazioni siano anche una minaccia alla sicurezza regionale.

Il cambiamento climatico crea, a sua volta, conseguenze disastrose specialmente nei paesi già afflitti da guerre, come ad esempio una forte scarsità d’acqua. Anche l’alzamento del livello del mare rappresenta una sfida, dato che comporta una ripopolazione del territorio, quindi una migrazione forzata, e spostamenti di questo genere in paesi del Medio Oriente potrebbero causare conflitti culturali e territoriali.

Oltre a questi due esempi, la condizione più rilevante è l’aumento del livello di povertà. Infatti, il cambiamento climatico può causare ulteriori difficoltà legate all’agricoltura, rendendo difficile l’alimentazione per le fasce di persone meno ambienti che vivono di coltura – alzando il livello di povertà. 

I quasi 60 anni di guerra che hanno toccato, e tutt’ora coinvolgono, il Medio Oriente hanno reso la sfida climatica ancora più difficile. La stabilità della regione è sempre stata al primo posto per i governi locali, ma i conflitti, l’assenza d’istituzioni e le divisioni culturali hanno fatto in modo che le risorse di ciascun paese venissero messe a disposizione per le guerre piuttosto che nella sfida al cambiamento climatico.

Inoltre, la carenza di un ordinamento stabile ha spinto molti paesi del Medio Oriente ad assentarsi dai dibattiti internazionali convocati contro il cambiamento climatico, portando questi Stati a isolarsi da questa “guerra climatica” e dalle risorse messe in moto dalla comunità globale. 

Ciò che rende ancora più instabile la questione, è l’imprevedibilità del clima. Secondo uno studio portato avanti dal Intergovernmental Panel on Climate Change, già nel 2007 si consideravano gli effetti del cambiamento climatico in Medio Oriente. Ad esempio, lo studio riporta come la Giordania, l’Israele e i Territori Palestinesi siano già sotto i margini conteggiati per la disponibilità domestica di acqua, e che il Libano e la Siria siano poco sopra alla soglia di utilizzabilità.

Questi dati, se sommati alla rapida crescita demografica (UNFPA) e agli innumerevoli conflitti, rappresentano una minaccia su larga scala nella regione, dato che dimostrano un imminente bisogno di risorse. Considerando invece l’Iraq, due studiosi dell’Università di Beirut e Princeton, hanno calcolato che il fiume Eufrate – il più grande del paese, che lo attraversa interamente e viene utilizzato per tutte le coltivazioni ai suoi argini – potrebbe, a causa del cambiamento climatico, ridursi del 30%.

Questo è un dato che non si può sottovalutare, dato che quasi tutte le coltivazioni dell’Iraq vengono irrigate grazie a questo fiume, rappresentando, anche, una fonte di acqua potabile fondamentale sia per Baghdad che per Erbil. 

Quale altra minaccia?

Oltre a quelle citate precedentemente, che evidenziano la possibile scarsità alimentare e di acqua, ma anche una migrazione forzata e un’instabilità regionale, tra le minacce più importanti vi è un possibile incremento di tensione tra i paesi.

Infatti, la migrazione forzata potrebbe causare contrasti con gli sfollati interni già presenti nei paesi o con i profughi delle guerre vicine, la riduzione delle risorse aumenterebbe l’ostilità tra popoli causando una militarizzazione territoriale per il controllo di esse (ad esempio: sulle irrigazioni dei fiumi) e le instabilità istituzionali e governative già presenti negli Stati creerebbe maggiori tensioni con l’Occidente – spesso considerata incapace d’intervenire nelle questioni ambientali (come con gli Accordi di Parigi e precedentemente con gli Accordi di Copenaghen).

Considerati i dati sopra riportati e le conseguenze che possono derivare dall’intensificarsi del cambiamento climatico, si può affermare che la “guerra” ambientale in Medio Oriente non è una lotta unica, bensì un incremento di tutte quelle tensioni che hanno avvolto la regione nell’ultimo secolo.

L’impossibilità internazionale di porre un freno a questa sfida avrebbe delle conseguenze irreversibili per il Medio Oriente, data la vulnerabilità e l’instabilità della regione. Lo studio dell’International Institute for Sustainable Development sopracitato, conclude notando delle possibili raccomandazioni utili per evitare questi scenari, tra queste si possono riportare le seguenti: incoraggiare le negoziazioni preventive tra paesi per il controllo delle risorse naturali, sviluppare progetti inter-regionali che possano essere di profitto per tutte le parti e rafforzare le relazioni diplomatiche, grazie all’appoggio delle Nazioni Unite, tra stati regionali ed internazionali. 

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