LA VIOLENZA SESSUALE COME ARMA DI GUERRA: IL CASO ETIOPE

Credits: https://www.aljazeera.com/news/2021/5/26/ethiopias-tigray-at-serious-risk-of-famine-warns-un-official

Non vi sono dubbi che la violenza sessuale sia stata e sia tuttora usata come arma di guerra in diversi conflitti del mondo. La storia si sta ripetendo in Etiopia, dove migliaia di donne continuano ad esserne soggette a violenze nell’indifferenza della comunità internazionale

Nonostante non sia un fenomeno moderno, la violenza sessuale come arma di guerra è divenuto un tema largamente discusso negli ultimi decenni, in particolare a partire dai diversi conflitti che hanno colpito la comunità internazionale nel corso degli anni ‘90.

Le terribili storie provenienti dai conflitti in Ruanda, Jugoslavia, Somalia hanno acceso i riflettori su un fenomeno che, purtroppo, ha radici storiche profonde, ma in passato era spesso ignorato o visto come distaccato dalle tattiche di guerra. I frequenti casi riportati di stupri perpetrati durante tali conflitti armati hanno aperto un importante dibattito sul carattere strategico-militare della violenza sessuale, perpetrata in tali contesti in modo sistematico e altamente organizzato, con il chiaro obiettivo di infliggere al nemico il maggiore danno possibile colpendo intere comunità.

Con o senza ordini diretti dai comandi militari, sono molte le testimonianze di donne che affermano che le violenze sono state perpetrate in modo altamente organizzato. Le testimonianze inoltre sembrano seguire lo stesso copione, indipendentemente dal conflitto e dal Paese in questione.

La violenza sessuale è senza alcun dubbio un’arma estremamente potente: molto più economica di altre tattiche di guerra, porta con sé effetti devastanti non solo per le donne direttamente coinvolte, ma per intere comunità. Essa, infatti, non solo permette di raggiungere obiettivi strategici, funge da elemento motivante per le truppe o i gruppi coinvolti, soprattutto quando si tratta di milizie armate, che spesso combattono senza un compenso.

Sono diversi gli obiettivi che la violenza sessuale mira a raggiungere: colpire e demoralizzare il nemico, creare profonde fratture all’interno della società, traumatizzare gli avversari, e costringere il nemico alla fuga dalle proprie case. Inoltre, lo stupro è un’arma sfruttata in particolare come strategia per perpetrare una pulizia etnica, come si può evincere chiaramente dal caso ruandese, così come dalle testimonianze che arrivano dal Darfur. 

Non vi sono più dubbi, dunque, che la violenza sessuale costituisca uno strumento brutale per perseguire un conflitto, mirando a causare il massimo danno possibile alle comunità colpite. 

Perché il ricorso alla violenza sessuale come arma di guerra è così frequente? Se intendiamo lo stupro come arma, dunque come uno strumento che ha l’obiettivo di infliggere i maggiori danni possibili all’avversario, ne consegue che più un’arma è in grado di fruttare le debolezze del nemico, e avere effetti devastanti a lungo termine, più sarà efficace.

Di conseguenza, lo stupro di guerra, che sfrutta dinamiche socioculturali preesistenti attaccando i concetti di onore e sessualità, non colpisce solo la vittima diretta della violenza ma l’intera comunità. Inoltre, in particolare in società fortemente patriarcali, la violenza sessuale comporta una doppia violenza in quanto le sopravvissute vengono spesso rifiutate dalle loro famiglie, coperte di vergogna, e isolate dalla società.

Giurisprudenza internazionale

Come già introdotto, la violenza sessuale nel corso di conflitti armati non è un fenomeno contemporaneo, ma trova radici fin dall’antichità. Per quanto concerne il diritto internazionale, passi significativi verso la criminalizzazione dello stupro come arma di guerra sono stati fatti a partire in particolare dagli anni ‘90, con la creazione dei tribunali speciali per il Ruanda e la Jugoslavia. 

Infatti, gli Statuti istitutivi di tali tribunali identificano lo stupro in contesti di conflitto come crimine contro l’umanità, creando una solida base giuridica per punire i responsabili, e cercando di agire da deterrente per prevenire l’uso della violenza sessuale come tattica di guerra. Codificando la pratica in tal senso, è stato possibile per i tribunali perseguire individui responsabili di tale crimine e dar vita a importanti precedenti nella giurisprudenza internazionale. 

Il lavoro dei due tribunali è stato integrato dalla creazione della Corte Penale Internazionale, istituita nel 2002. Anche nel suo Statuto la violenza sessuale viene codificata come crimine contro l’umanità. In aggiunta a ciò, lo Statuto permette alla Corte di investigare e perseguire le diverse forme che la violenza sessuale assume, ampliando la capacità di giudizio della CPI verso tutte le pratiche sessuali brutali che vengono perpetrate nel corso dei conflitti armati.

In aggiunta all’operato dei tribunali speciali e della CPI, anche la Risoluzione 1325 delle Nazioni Unite, adottata nel 2000, gioca un ruolo importante, invitando le parti in conflitto a adottare misure per proteggere donne e ragazze da ogni forma di violenza, incluso lo stupro e altre forme di abusi sessuali, in situazioni di conflitto.

Il caso etiope

Nonostante l’esistenza di strumenti di diritto internazionale, e delle sentenze emesse dalle Corti sopra citate, la violenza sessuale viene ancora usata in molti conflitti contemporanei come arma. Un caso particolarmente allarmante ad oggi è quello etiope, dove la storia sembra tristemente ripetersi, recitando un copione già visto.

In seguito allo scoppio del conflitto nella regione del Tigray, nella parte settentrionale del Paese al confine con l’Eritrea, il 4 novembre 2020, e ancora oggi in corso, sono sempre più numerose le testimonianze di donne che affermano di essere state violentate da uomini in uniforme. Fin dall’inizio dell’offensiva, dunque, la violenza sessuale ha caratterizzato il conflitto, richiamando l’indignazione della comunità internazionale.

Come affermato il 15 aprile da Mark Lowcock, Sottosegretario delle Nazioni Unite per gli affari umanitari: “Non vi è dubbio che la violenza sessuale sia usata in questo conflitto come arma di guerra”. Solo il giorno precedente, la Rappresentante speciale ONU sulla violenza sessuale nei conflitti armati, Pramila Patten, aveva richiesto con forza che le Nazioni Unite agissero per dare piena applicazione alla Risoluzione 1325, ponendo fine ai terribili crimini commessi nel Tigray, e in particolare alla sofferenza delle donne tigrine. 

Molte delle testimonianze, oltre a raccontare storie di violenza brutali e difficili da immaginare, affermano che gli stupri sono stati perpetrati con un chiaro motivo etnico, in quanto molti dei perpetratori, durante le violenze, affermavano di voler cambiare l’identità delle loro vittime, e che gli stupri erano un mezzo per rendere le donne tigrine “più etiopi”. 

Nonostante oramai le testimonianze siano numerosissime, nulla è stato fatto per fermare le violenze. 

Il caso etiope, fino ad ora, ha dimostrato l’incapacità della comunità internazionale di agire tempestivamente per porre fine a chiari crimini di guerra commessi sotto allo sguardo indifferente del mondo. Per non ripetere gli errori commessi in altri conflitti, quali in Ruanda e in Jugoslavia, è necessario agire tempestivamente e costringere le parti a rispettare le più basilari norme di diritto internazionale. 

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