ELEZIONI PRESIDENZIALI IN SIRIA

Credits: https://www.bbc.com/news/world-middle-east-57252600

Senza troppe sorprese, Bashar al – Assad si conferma presidente. Ma qual è stato il senso politico dato a questa elezione da Damasco?

Il 26 maggio si sono tenute le seconde elezioni presidenziali dallo scoppio della guerra in Siria, dopo una campagna elettorale – per niente sorprendete nei temi, nei toni e nelle pratiche – iniziata il 16 maggio e finita il giorno precedente alla chiamata alle urne.  

Bashar al-Assad si conferma per un quarto settennato, dalla successione al padre nel 2000, con il 95,1% dei voti e un’affluenza del 78,6%. Nel 2014 – la prima tornata elettorale a seguito delle modifiche costituzionali del 2012, tuttora in vigore, che hanno formalmente posto fine alla pratica referendaria nell’elezione presidenziale – aveva ottenuto l’88,7% con un’affluenza alle urne attestatasi intorno al 71%. Allora lo svolgimento territoriale del conflitto era in tutt’altra fase rispetto ad oggi.

 Questa volta sono stati dislocati circa 12.000 seggi nelle aree ormai sotto controllo del regime, lasciando fuori il governatorato di Idlib, dove vivono circa 5 mln di siriani e siriane, l’intera zona del nord-ovest sotto influenza turca e del nord-est sotto amministrazione curda. Qui, nello specifico, l’amministrazione autonoma delle SDF ha categoricamente rifiutato la proposta del regime di installare un paio di seggi nelle province orientali, rigettando pertanto l’interno processo elettorale messo a punto da Damasco.  

Oltre a Bashar, soltanto altri due candidati, sui 51 che avevano presentato la candidatura, hanno soddisfatto i criteri costituzionali necessari all’eleggibilità: ovvero aver vissuto in maniera continuativa in Siria per i dieci anni precedenti all’elezione e l’ottenimento dell’approvazione della propria candidatura da parte di 35 membri del Parlamento. È facilmente chiaro l’intento politico che guida la rigorosità dei suddetti principi costituzionali: escludere i membri dell’opposizione, costretti a fuggire all’estero a causa dei soprusi sistemici, e dunque storicamente consolidati, del regime, garantendo, al contempo, solamente la parvenza del pluralismo e della dialettica democratica.

Inoltre, considerando i risultati delle ultime elezioni legislative per il Consiglio del Popolo, l’Assemblea legislativa siriana, tenutesi lo scorso luglio, era scontato prevedere il tipo di candidatura che avrebbe ottenuto l’approvazione parlamentare: su 250 seggi, 177 sono ad oggi occupati dalla coalizione di partiti satellite del Baath, il partito di regime, che da solo già ne occupa 166.

I due candidati ammessi alla recente tornata sono stati infatti l’ex ministro Abdullah Salloum Abdullah, esponente del Socialist Union Party, parte della coalizione di cui sopra e Mahmoud Mur’i, membro dell’ “opposizione tollerata”, così definita perché di fatto estensione diretta dell’apparato di governo di Damasco. I due hanno ottenuto rispettivamente l’1,5% e il 3,3% dei voti, chiarendo sin dagli inizi della campagna elettore il carattere “patriottico” e per niente conflittuale della propria candidatura.  

Un ruolo centrale durante questa tornata è stato dato al voto dei siriani e delle siriane all’estero, che hanno potuto votare già dal 20 maggio nelle diverse ambasciate siriane. Quest’anno è stata persino prevista la possibilità di registrarsi tramite form condivisi sui diversi canali social di quest’ultime. Si è trattato di un processo di semplificazione procedurale volto a un preciso obiettivo politico.

Infatti, attraverso l’ottenimento del sostegno popolare estero, Bashar voleva dimostrare il ritorno alla totale normalità nel Paese sotto la sua amministrazione, utilizzando, come ulteriore esempio in questo senso, la presunta volontà delle siriane e dei siriani di rientrare in patria. Questa del ritorno è una delle leve principali utilizzata dal regime e dai suoi sponsor per raggiungere la totale normalizzazione dei rapporti all’interno della Comunità Internazionale. Vedremo, inoltre, che proprio l’impellenza della normalizzazione ha orientato gran parte del senso politico di queste elezioni dal punto di vista di Damasco.

Restando per il momento all’interno del quadro del voto estero, ciò che è successo in Libano è forse il caso maggiormente esemplificativo delle modalità nelle quali ha preso forma, e in cosa poi è di fatto risultata, la smania di legittimità cercata da Assad. Hezbollah ha infatti organizzato mezzi di trasporto gratuiti e tappezzato i diversi campi profughi per costringere i siriani e le siriane a recarsi all’ambasciata siriana di Beirut a votare. Tuttavia, nonostante il dispiegamento massiccio di strumenti materiali e azioni intimidatorie, non si è raggiunto l’effetto sperato dal regime: su circa un milione di profughi hanno votato soltanto 33 mila.

Questo a dimostrazione del fatto che, al di là delle retoriche di Damasco e dei suoi alleati, i siriani e le siriane, seppur costretti a vivere in condizioni disumane fuori dal proprio Paese, rifiutano di tornare in Siria alle attuali condizioni, dove le violazioni dei diritti e della dignità umana continuano ad essere imperanti e sistemiche su tutto il territorio nazionale e il sacrificio della popolazione civile resta la merce di scambio nello scontro di potere tra l’apparato di regime e i diversi attori coinvolti nel confitto. 

Se a questo si aggiunge l’impossibilità di gran parte dei siriani e delle siriane all’estero e delle migliaia di sfollati interni di disporre dei documenti necessari al voto, quali, ad esempio, un passaporto siriano valido con timbro in uscita apposto da un valico di frontiera ufficiale o anche la semplice carta di identità, molto spesso persi nonché sequestrati durante la fuga dalle persecuzioni e dalle atrocità della guerra, è chiaro che quelle a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi non possono essere considerate elezioni libere ed eque secondo gli standard internazionali.

Difatti, la Comunità Internazionale non le ha riconosciute, poiché in aperto contrasto con quanto previsto dalla Risoluzione 2254. Tant’è che il 25 maggio è stato inoltre diffuso un comunicato congiunto di USA, UK, Francia, Germania e Italia in cui si legge: ”Denunciamo la decisione del regime di Assad di tenere un’elezione al di fuori del quadro descritto dalla risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e sosteniamo le voci di tutti i siriani, comprese le organizzazioni della società civile e l’opposizione siriana, che hanno condannato il processo elettorale come illegale”. 

Al contrario, la Russia ha tacciato queste condanne di interferenza negli affari interni di Damasco, dando naturalmente pieno sostegno a Bashar al-Assad per non rischiare di intaccare la posizione di privilegio e avamposto regionale che è riuscita a garantirsi in questi anni proprio a partire dallo scontro siriano. 

Ma qual è dunque il senso politico dato a queste elezioni da Damasco? Per rispondere a questa domanda, facciamo prima un piccolo focus sugli interessi domestici di Bashar per poi allargare lo sguardo ai suoi calcoli internazionali. 

Innanzitutto, cambiamo punto di vista analitico per adottare il seguente: “Bashar al-Assad will not be President because he wins the election; he will win the election because he’s the President.” Questo cambiamento di prospettiva ci aiuta a comprendere la sfida, tutt’altro che democratica, che Bashar si è posto con queste elezioni: serrare le fila delle reti lealiste, clientelari, vecchie e nuove, che gestiscono i rapporti sociali sul territorio, attorno alla sua figura, mostrando internamente ed esternamente la sua presa sulla società. 

A livello domestico è infatti stata l’unità il richiamo simbolico elettorale, oltre ogni frattura settaria, etnica e ideologica. Per ricompattare la sua credibilità interna, Assad ha quindi bisogno di farsi percepire come l’uomo forte, unico e necessario in grado di sconfiggere le sacche jihadiste ancora largamente presenti nel Paese; di imporsi nello scontro con le forze di opposizione per ripristinare pienamente il suo controllo sull’intero territorio e di riorganizzare attorno alla sua figura la sua larga base lealista, stremata dalla crisi socioeconomica, peraltro aggravata dalla pandemia e sempre più fuori controllo, per riuscire così a ricucire la frattura risultata dalle ultime elezioni legislative tra la componente tradizionale della sua base e i nuovi signori della guerra.

Ad esempio, recentemente è stata varata un’amnistia governativa rivolta ad alcuni esponenti del variegato campo lealista accusati di piccoli crimini ed evasione fiscale. Ed ancora sono stati rilasciati negli ultimi mesi prestiti a basso costo, aumentati gli stipendi statali… Insomma, niente è stato lasciato al caso da Assad: dai provvedimenti appena accennati, alle gigantografie disseminate ovunque, al fatto di essersi recato a votare proprio a Douma, ex roccaforte ribelle poi riconquistata dalle forze governative nel 2018 con attacco chimico annesso.

Quello a cui si è assistito in queste settimane elettorali è stata pertanto la ricomposizione simbolica del potere politico attorno alla figura di Assad, con l’obiettivo di imporre nuovamente il suo sistema di famiglia nell’orizzonte politico – presente e futuro – dei siriani e delle siriane, riscrivendo così totalmente la memoria delle sollevazioni popolari del 2011.

Assad ha parlato di speranza – “Hope through work” è stato lo slogan scelto dal Presidente per questa campagna elettorale – mentre nel Paese la situazione umanitaria e socioeconomica è disastrosa. Già da qualche anno il confitto è semplicemente cristallizzato, ma tutt’altro che finito; in questi dieci anni sono morte quasi 388.000 persone; secondo le stime ONU oltre 2mln di bambini e bambine sono esclusi dai percorsi scolastici; tra l’83% e il 90% dei siriani e delle siriane vive ormai sotto la soglia di povertà; 6.6 mln sono rifugiati e 6.7 sfollati interni; per non parlare poi delle migliaia di persone detenute e scomparse, delle pratiche di spostamento forzato e cambio demografico – accordi di riconciliazione, violazione sistemica dei diritti di proprietà e così via – che stanno riscrivendo il volto urbano e vitale del Paese. In breve, questa è la situazione generale in cui qualche giorno fa circa 18 mln di siriani e siriane, tra l’interno e l’esterno del Paese, sono stati formalmente chiamati alle urne. 

Per finire, allargando lo sguardo al contesto regionale, si noterà che lo sforzo di Assad di far riconoscere questo processo elettorale avviene in un periodo di importanti cambiamenti, tra cui proprio la progressiva riapertura dei Paesi arabi alla Siria, dopo la sospensione dalla Lega araba nel 2011.

Si tratta, in realtà, di un processo già iniziato nel 2018 con l’apertura dell’ambasciata degli EAU a Damasco e che negli ultimi tempi si sta indubbiamente rafforzando grazie al cambiamento di forma del fronte anti-iraniano. Oltre al rafforzamento della sua base interna, la normalizzazione politica dei rapporti internazionali, come già accennato, costituisce infatti l’altro banco di prova per la leadership di Bashar al-Assad, che ha bisogno di aggirare le sanzioni europee e statunitensi e garantirsi in questo modo un largo sostegno politico e finanziario per la ricostruzione. 

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