LE ORIGINI DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

Per circa quattrocento anni, la Palestina visse come territorio dell’Impero ottomano: la gestione delle terre da parte di Istanbul non avvenne mai secondo delle formule per così dire empiriche, ma lasciarono alle regioni annesse una certa autonomia nella propria gestione, dovuta anche alla difficoltà nella rete delle comunicazioni.

Dunque, tale autonomia si manifestò attraverso la delegazione del potere centrale a una élite locale che generalmente ebbe un potere di natura storica nella Regione di riferimento. 

 La Palestina non fece eccezione. In realtà, essa rimase in sordina tanto da restare pressoché sconosciuta sino alla fine dell’Ottocento, momento in cui la popolazione si registrò attorno a mezzo milione di individui a maggioranza araba. 

L’attuale Palestina venne suddivisa da Istanbul in tre aree amministrative dal nome di sangiaccati: Nablus, Akko e Gerusalemme. 

Dal 1840, il governo centrale si concentrò sull’attuazione di riforme modernizzatrici con l’intento principale di ottenere un maggior controllo su Beirut e Damasco. Nel 1872, venne creato il sangiaccato indipendente di Gerusalemme. Tuttavia, l’80% della popolazione dei sangiaccati visse nelle aree rurali, regolandosi secondo rapporti di forza in seno a dei clan che a loro volta furono costituiti da diverse famiglie. Naturalmente, il fulcro del potere di tali clan fu la gestione delle terre. 

Nello stesso tempo, vi furono realtà nomadi sotto il comando di uno sceicco e la coltivazione delle terre avvenne secondo un sistema rotatorio fra le diverse famiglie. Con le suddette riforme, la vita nomade andò via via scomparendo e i notabili cittadini iniziarono a volgere lo sguardo nei confronti dell’ambiente rurale sostituendosi molto spesso ai vecchi leader. 

Andò così prevalendo la “politica dei notabili, espressione che connota l’abilità con la quale certe famiglie del mondo arabo seppero perpetuare la propria posizione di preminenza in seno all’élite sociale urbana”. L’azione di tali notabili si configurò con la moderazione e la negoziazione con il fine di ottenere il consenso popolare. 

Pertanto, la vita rurale e quella urbana furono fortemente interdipendenti: i prodotti agricoli vennero commercializzati nelle città.  Di fatto, i notabili furono una élite di grandi famiglie in genere latifondisti.  Tra le più importanti: Husseini, Nashshibi, Alidi e i Nusseibeh.  Questi gruppi familiari mantennero il loro status per quasi tutto il periodo ottomano e durante tutto quello britannico. 

La pace che seguì il periodo napoleonico favorì le due principali città produttrici di cotone: Akko e Sidone. Tuttavia, questa fortuna si sarebbe conclusa molto presto: nel 1852, il crollo del prezzo del cotone – circa il 90% – mise in crisi l’economia delle rispettive città. 

Nel 1858, il governo centrale promulgò tutta una serie di leggi che tutelavano i contadini: l’uso della terra divenne proprietà di diritto affinché si potesse creare un’efficace tassazione. Tali trasformazioni consentirono al mercato locale di aprirsi a quello internazionale. 

Queste riforme interne si inserirono, pertanto, in un contesto internazionale decisamente più ampio: le conseguenze della Guerra di Crimea e le azioni degli occidentali nell’area limitrofa coinvolsero tutte le province meridionali dell’Impero ottomano nel circuito degli investimenti europei. 

I cambiamenti che caratterizzarono la regione palestinese in quei decenni giunsero a maturazione intorno al 1880 sancendo definitivamente l’ingresso dell’economia palestinese in quella internazionale. 

Mentre i palestinesi vissero una condizione di “sudditanza autonoma” nel contesto dell’Impero ottomano, gli ebrei condussero a loro volta una realtà di emarginazione, esclusione e di violenza: fra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo vennero cacciati dalla Penisola iberica dai sovrani cattolicissimi ed eredi, che li costrinsero a spostarsi per tutto il XVI secolo nella zone costiere che si affacciarono nel Mediterraneo e furono parte dell’Impero ottomano: sin da subito, la loro intraprendenza commerciale, la grande cultura e la vivacità intellettuale consentì loro di contraddistinguersi senza fatica. Nell’Europa continentale, con l’avvento dell’Illuminismo e dei suoi ideali, il ghetto andò via via scomparendo -processo già iniziato con l’insediamento dell’assolutismo monarchico- seppur nel tessuto sociale permasero quell’odio e quei pregiudizi che oramai da secoli erano riservati agli ebrei. 

Neanche la Restaurazione riuscì a cancellare del tutto il processo di integrazione sociale ed economica degli ebrei che iniziò alla fine del XVIII secolo, nonostante fosse riuscita a rallentarne gli effetti. Di questo processo di integrazione, particolarmente felici furono i componenti della borghesia i quali quasi non riuscirono a credere di avere un posto nella società presso cui vivevano. 

Nell’Europa orientale, invece, dominata dall’Impero zarista, l’autonomia non fu affatto contemplata: nel complesso, di tutta la popolazione mondiale ebrea, solo il 60% viveva nell’Impero zarista

Lo zar si servì della comunità ebraica come “popolazione cuscinetto”, uno spartiacque in qualche modo fra l’Europa orientale e quella occidentale, e la sua politica si contraddistingueva per il tratto fortemente antisemita costringendo la maggior parte degli ebrei a vivere in condizioni di mendicanza. 

L’abolizione della servitù della gleba nel 1861 esautorò gli ebrei che avevano il compito di mediare fra le attività rurali e quelle cittadine. Ancora, nel 1882 venne promulgata una legge che limitava il diritto di affittare o possedere terre e di commercializzare i prodotti durante le festività cristiane. Ciò promosse uno spostamento di una grossa fetta delle comunità rurali presso le realtà urbane. 

L’inurbamento consentì alla comunità ebraica di politicizzarsi e di rivendicare i propri diritti che vennero teorizzati durante “l’Illuminismo ebraico” diffusosi poco prima dell’emancipazione nell’Europa occidentale. 

Tra il 1881 ed il 1914, il radicarsi di tali idee portò gli ebrei verso un fenomeno migratorio non indifferente, all’incirca: due milioni si recarono negli Stati Uniti, 350 mila si spostarono in Europa occidentale e 70 mila nella Palestina ottomana. 

Questa prima grande ondata di immigrazione coinvolse gli ebrei nel processo di modernizzazione che stava attraversando la regione palestinese in quegli anni. Già allora, iniziarono a manifestarsi i primi sintomi di concorrenzialità, seppur sporadici e marginali, fra le due comunità: in un primo momento, gli ebrei si chiusero a riccio nella conduzione della propria vita. 

Tra il 1881 e il 1903, tra i 20.000 ed i 30.000 ebrei si insediarono in Palestina e aderirono al movimento sionista; quest’ultimo – la cui fondazione è generalmente attribuita a Theodor Herzl – contemplava l’istituzione di un’entità statuale ebraica in Palestina.

La realtà con cui gli ebrei dovettero confrontarsi non fu semplice: la corruzione nelle amministrazioni, l’assenza di infrastrutture, l’apatia della popolazione araba non consentì loro di realizzare le aspettative di nuova vita. Si affidarono dunque ai prestiti dei pionieri europei fra i quali spiccò il barone francese Edmond James de Rothschild che tra il 1882 e il 1900 investì un totale di un milione e mezzo di sterline.

Tali investimenti (che si sarebbero perpetrati nel tempo) consentirono alla comunità ebraica di svilupparsi notevolmente in tempi piuttosto brevi. Nel giro di qualche anno, il rapporto fra i lavoratori ebraici e arabi era di 5 a 1. Pertanto, come conseguenza l’abbandono da parte degli arabi delle campagne consentì la creazione di colonie rurali interamente ebraiche. 

Nel contempo, le idee sioniste continuarono a radicarsi nel tessuto sociale della comunità, dando vita all’idea della creazione di una nuova società ebraica fondata sul lavoro. Inoltre, determinante fu il fatto che i migranti ebrei fossero sempre più coinvolti nelle vicende politiche e in quelle amministrative. 

Da questi eventi scaturì una prima rottura che non sarebbe mai stata arginata nel tempo. Presto, la comunità ortodossa di Gerusalemme avrebbe cominciato a vedere di malocchio quella ebrea in quanto quest’ultima minacciò i rapporti con la comunità araba da sempre ottimi. Tuttavia, il movimento migratorio continuò, accrescendo così non solo la comunità ebrea ma anche il diffondersi delle idee sioniste che via via si fecero sempre più radicali. 

Fra il 1907 ed il 1909 nacque la città di Tel Aviv che nell’arco di due decenni sarebbe divenuta il fulcro del Paese. 

Determinante fu, nel 1908, l’ascesa al potere dei Giovani turchi – nell’impero ottomano – le quali idee modernizzatrici contemplarono la definitiva separazione fra la vita politica e quella religiosa vanificando così la legittimazione del potere dei notabilati che vantavano il loro ruolo, forti dell’appartenenza a famiglie musulmane sin dalle origini della religione stessa. 

Questo importante cambiamento e la fine dell’impero ottomano portarono alla creazione di movimenti, dichiarati fuorilegge, i quali avevano come obiettivo l’indipendenza araba in Palestina. L’inasprimento dei rapporti con i turchi, nel 1912, portò gli arabi palestinesi a interessarsi alla vicina Siria che in quel momento rappresentava una via di fuga per liberarsi dai turchi. Conclusasi la Grande Guerra, l’ala nazionalista araba crebbe sempre più identificando come nemici sia i britannici sia i sionisti i quali dovevano essere combattuti attraverso l’opposizione politica organizzata

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