LA CRISI DEMOGRAFICA CINESE

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I dati dell’ultimo censimento pubblicati dall’Istituto Nazionale di Statistica della Cina non fanno ben sperare al dragone asiatico, preannunciando quella che sarà una crisi demografica di dimensioni catastrofiche. Pechino ha però rimediato subito formulando la politica dei tre figli. 

L’11 maggio, l’Istituto Nazionale di Statistica della Cina ha pubblicato i risultati del censimento nazionale per il periodo 2010-2020.  I dati mostrano che la crescita annua del paese è la più lenta registrata dal 1953, appena lo 0,53%, rispetto allo 0,57% registrato tra il 2000 e il 2010.

Le nascite sono diminuite da 14,65 milioni a 12 milioni dal 2019 al 2020, con un calo del 18%.  Una correlazione simile la si può riscontrare nelle unioni civili.  Secondo il Ministero degli Affari Civili, per il settimo anno consecutivo il numero di matrimoni è diminuito, registrandone appena 8,1 milioni nel 2020. Si tratta di un calo del 12% rispetto al 2019 e del 40% rispetto al 2013. 

Questi fenomeni vengono attribuiti alle diverse preferenze dei giovani cinesi. Secondo alcuni studi, con l’introduzione della contraccezione moderna, il legame evolutivo tra pulsione sessuale e procreazione è stato interrotto e ora la riproduzione è solo una funzione delle preferenze individuali e delle norme culturalmente determinate. 

Le nuove generazioni cinesi hanno predisposizioni diverse, e sono più inclini ad abbandonare l’idea di diventare genitori per mantenere standard di vita confortevoli o per dare priorità alle loro carriere professionali. Inoltre, gli incentivi promossi dallo stato a fronte di spese di istruzione e mantenimento altissime sono limitati, per cui molte coppie ritengono che avere anche un solo figlio sia già abbastanza costoso. 

Le autorità cinesi stanno dunque affrontando una questione cruciale.  Il tasso di fertilità cinese raggiunge appena l’1,3 figli per donna, lontano dai 2,1 ipotizzati dall’ONU che consentirebbero il rinnovo generazionale.  Il tasso è addirittura inferiore a quello del Giappone (1,37 figli per donna), spesso indicato come il Paese con la popolazione più anziana del mondo. Secondo gli studiosi, se il tasso di fertilità di un paese scende al di sotto di 1,5, vi è il rischio di cadere nella cosiddetta trappola di bassa fertilità, che determina un irreversibile declino della popolazione nel lungo termine.

Le stime inoltre sottolineano un altro preoccupante trend. La politica del figlio unico istituita negli anni ’70 ha generato una preferenza per i neonati maschi, causando così un declino nella popolazione femminile. Le statistiche nazionali mostrano dunque che la popolazione maschile appare molto più numerosa di quella femminile: nella fascia di età 15-19 anni, ci sono 118,39 uomini ogni 100 donne. Gli effetti di questa politica però potrebbero portare ad un peggioramento della quota femminile, in particolare di quella porzione compresa tra i 22 e 35 anni, che diminuirebbe di oltre il 30% nei prossimi dieci anni.  

Una crescita demografica lenta può prevedere un futuro calo della forza lavoro disponibile, ma anche dei consumi interni, e potenzialmente un rallentamento della crescita a lungo termine.  Poiché il regime comunista fonda la sua legittimità sulla crescita economica e sul miglioramento del tenore di vita, questi fenomeni rappresentano una minaccia per la stabilità del regime stesso.  Ad aprile, la Banca Centrale Cinese ha raccomandato un abbandono delle politiche di controllo delle nascite, auspicando un cambio di rotta in quella che si è risolta nella “three-child policy”,

che permetterà alle giovani coppie cinesi di avere fino a tre figli.  Questo cambio di tendenza è il risultato di una crescente pressione e preoccupazione di un calo demografico che dunque non permette una rigenerazione di forza lavoro. Stime prevedono che se il paese proseguirà sulla corrente onda, Pechino perderà probabilmente 32 milioni di persone entro il 2050, il che implica una diminuzione della forza lavoro disponibile, della popolazione attiva e un naturale aumento della popolazione di anziani. Una popolazione in declino potrebbe di fatti influenzare la capacità della Cina di finanziare i sistemi pensionistici, disturbare le strutture sociali e, di conseguenza, ostacolare la crescita economica.  

Ancor più preoccupante, la diminuzione della base demografica cinese rappresenterebbe una minaccia per l’economia mondiale.  In primo luogo, il Pil mondiale dovrà fronteggiare una crescita più lenta, in quanto verrebbe meno il contributo cinese alla produzione globale.  

Si tratta di un’enorme battuta d’arresto, in quanto Pechino è stato il carro trainante della produzione economica globale negli ultimi decenni, in particolar modo dalla crisi finanziaria del 2007.  La “fabbrica del mondo” deve questa sua posiziona alle sue enormi quantità di manodopera relativamente a buon mercato che ha saputo sfruttare strategicamente a partire dagli anni settanta.

 In secondo luogo, l’ipotesi di una bassa inflazione (basso aumento dei livelli generali dei prezzi in un paese) potrebbe diventare un modello persistente nel lungo periodo, che potrebbe portare a tendenze deflazionistiche.  Contrariamente all’inflazione, la deflazione può portare alcuni benefici ai consumatori nel breve termine.  

Questo perché il loro potere d’acquisto aumenta, consentendo loro di spendere meno per il consumo a causa dell’aumento del reddito in relazione a un calo dei prezzi.  Tuttavia, a lungo termine, la deflazione ha diverse implicazioni negative.  In primo luogo, un calo dei prezzi posticipa e riduce possibili investimenti e acquisti.  In secondo luogo, il calo dei prezzi alla produzione e la rigidità dei salari nominali al ribasso deteriorano i ricavi delle imprese e riducono la domanda di lavoro. 

 Ciò può comportare un aumento della disoccupazione e un calo dei redditi, mentre le aziende riducono ulteriormente i prezzi per incentivare i consumatori che hanno una minore disponibilità all’acquisto.  In terzo luogo, la deflazione significa che l’onere reale del debito nominale aumenta nel tempo, rendendo più difficile il rimborso del debito per famiglie, imprese e governi.

 Alcuni osservatori economici temono che l’invecchiamento della popolazione cinese stia procedendo ad un ritmo incontrollabile e che la fine del controllo delle nascite non sia sufficiente ad arrestare il declino demografico.  Anche se Pechino ha preso provvedimenti per invertire la politica del figlio unico imposta sotto il governo di Deng Xiaoping, ciò potrebbe non portare ai risultati sperati.  

Il trend mondiale potrebbe di fatti essere troppo radicato pure per Pechino, che si avvicina sempre più alle tendenze occidentali. Nonostante i generosi sistemi di welfare in Europa, i paesi occidentali non sono di fatto in grado di fermare il loro calo demografico, dunque la sfida per la Cina, dotata di un sistema sociale ancora in fase di costruzione, è di dimensioni colossali. 

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