IL PARADOSSO EUROPEO NELLA GESTIONE DEI FLUSSI MIGRATORI

Istituzioni da una parte, Stati membri dall’altra: il paradosso della gestione della crisi migratoria alla base dei rallentamenti normativi in materia e di una soluzione definitiva attesa ormai da un decennio. 

Qualche settimana fa il premier italiano Mario Draghi ha lanciato, insieme al ministro dell’interno Lamorgese, una vera e propria richiesta d’aiuto ai Paesi dell’Unione Europea per una gestione coordinata dell’ennesima emergenza migratoria. Il paradosso sta nel fatto che la Commissione Europea ha avviato la discussione e l’iter di approvazione del “Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo” puntando a rendere più efficaci le procedure di accoglienza, mentre i Paesi europei, in particolare il gruppo Visegard, guardano al Mediterraneo con diffidenza, lasciando che l’emergenza venga gestita dagli Stati “di frontiera” in totale solitudine. 

È da circa dieci anni che, con cadenza stagionale, si apre il grande tema della crisi migratoria. Si accosta impropriamente il termine emergenza che, etimologicamente, dovrebbe essere utilizzato nel contesto di una “circostanza imprevista”. Di imprevisto gli sbarchi sulle coste italiane e i flussi migratori dalla Turchia hanno poco. Sono tutte circostanze che si ripetono con una tempistica ben precisa, approssimativamente prima dell’estate o durante la stessa, avendo quasi sempre gli stessi punti di partenza e le stesse rotte marittime da seguire.

Le dinamiche di salvataggio dei migranti sono le stesse da anni, con l’eterno dibattito sulla correttezza dei salvataggi in mare da parte delle ONG (come se fosse discutibile il fatto che centinaia di persone debbano essere messe in salvo e non lasciate in mezzo al mare) nelle acque internazionali e su quali porti europei debbano riceverle. Sta qui il punto: nelle rotte mediterranee, il primo “porto sicuro” che i migranti provenienti dalla Libia (maggior punto di partenza dell’ultimo decennio, insieme alla Siria) trovano davanti a sé è l’Italia. Quest’ultima nel corso degli anni è stata lasciata sola nel coordinamento degli sbarchi, portando a infinite discussioni in tutte le sedi da parte delle istituzioni italiane, chiedendo a gran voce un aiuto collettivo degli Stati dell’Unione Europea.

L’intervento di Bruxelles in materia migratoria è stato, fino ad ora, carente o incompleto. Lo testimoniano i fallimenti dei Regolamenti di Dublino, che verranno superati con il nuovo Patto in discussione nei prossimi mesi, l’Agenda europea sulle migrazioni e la tragica situazione dell’hotspot di Moria, il più grande in Europa, sull’isola di Lesbo.

Una soluzione temporanea è stata trovata con l’Accordo UE-Turchia del 2016 con cui, in breve, la Turchia avrebbe incrementato i controlli alle frontiere per diminuire i flussi migratori ed evitare le partenze, selezionando i richiedenti asilo tra siriani, che quindi non tentavano di introdursi illegalmente nel territorio europeo avendo diritto ad essere ricollocati tra gli Stati UE, e migranti irregolari.

Tale accordo, pur violando il diritto d’asilo, non è stato attenzionato dalla giurisdizione europea, in quanto accordo concluso tra Stati membri e non dall’istituzione europea stessa. Il tutto finanziando la Turchia con una quota che si aggira intorno i 6miliardi di euro, con un incremento di altri 480milioni fino la fine del 2021

Un lavoro avviato a dicembre 2019 da parte della Commissione europea, che ora attende l’approvazione di Parlamento Europeo e Consiglio dell’Unione Europea, è il “Nuovo Patto sull’Immigrazione e l’Asilo”: si pone come “un nuovo inizio in materia di migrazione in Europa”. Il testo complessivo indica soluzioni apparentemente appetibili a tantissimi aspetti di fondamentale importanza: dal riconoscimento dei migranti in entrata, allo scoraggiamento dei movimenti non autorizzati verso altri Stati membri, fino alla velocizzazione delle procedure di asilo e di rimpatrio.

Non prevede, però, la ripartizione obbligatoria dei migranti, ma un sistema di quote in cui gli Stati potranno scegliere se accoglierli o rifiutarli. Resta comunque l’enorme lavoro a carico dei Paesi di sbarco: per questo Italia e Grecia auspicavano altro. C’è un problema: il gruppo Visegard. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia non hanno intenzione di cedere; l’unica soluzione, a detta del Premier ungherese Orban, è chiudere i confini ai migranti. Toccherà alla Commissione cercare una mediazione, anche se molto difficile da raggiungere.

Il paradosso sta proprio qui: se da una parte l’istituzione sovranazionale incaricata di tutelare e incentivare aspetti fondamentali della vita di ogni Stato, tra cui anche la gestione delle emergenze più importanti (lo abbiamo visto con la crisi del 2008 prima e continuiamo a constatarlo anche oggi con quella da Covid-19), prende una posizione importante nella tematica dei flussi migratori, portando avanti un Piano che possa superare i fallimentari Regolamenti di Dublino, dall’altra la stessa ha “le mani legate” da un gruppo di Stati, geopoliticamente fondamentali, che impediscono una risoluzione probabilmente definitiva del coordinamento legato alla crisi migratoria. Stati che occupano posizioni importanti nel filo rosso tra integrazione europea e nordatlantismo: motivo per il quale una politica sanzionatoria e poco considerevole anche dei loro interessi è impraticabile.

Appare paradossale anche il triplice livello di gestione della questione migratoria nell’Unione Europea: abbiamo, in primis, la Commissione che propone una modifica dei Regolamenti di Dublino attraverso il Nuovo Patto per l’Immigrazione e l’Asilo. Viene ostacolata dal gruppo Visegard ed è costretta ad avviare una lunga mediazione che ne ritarderà l’approvazione nelle sedi legislative.

Nel secondo livello, l’Unione Europea, visto il fallimento della normativa in materia, elabora un accordo con la Turchia, che però, constatata la chiara violazione del diritto d’asilo, aggira la giurisdizione della Corte ponendolo come bilaterale tra Grecia e Turchia. 

Il terzo e ultimo livello è rappresentato dai Paesi di frontiera come l’Italia, costretti ad elaborare soluzioni autonome, allestendo tavoli di discussione con gli Stati nordafricani e con le Organizzazioni Non Governative per la gestione della crisi. 

Questo sistema non fa che allungare i tempi di redistribuzione dei migranti, aumentare i costi per far fronte all’emergenza, indebolire geopoliticamente l’UE e appesantire gli Stati di confine già enormemente danneggiati dalla crisi pandemica in atto.   Una emergenza, come già detto, non può durare così tanto. Ed è per questo che bisogna parlare di fenomeno migratorio. Una soluzione universale non esiste. 

Esistono alcuni accorgimenti che possono indirizzare la questione verso una conclusione definitiva nel lungo periodo: è chiaro che debba essere raggiunta una redistribuzione obbligatoria dei migranti, proprio come chiedono gli Stati di frontiera, tentando la mediazione con il gruppo Visegard attraverso l’introduzione della stessa per un periodo limitato. Durante questo lasso di tempo c’è la necessità di investire fondi nel finanziamento degli Stati di partenza, come già succede per molti di questi, creando le condizioni per la permanenza dei migranti all’interno del territorio in attesa di canali legali per l’Europa. La legalizzazione degli accessi è fondamentale: dando una prospettiva di ingresso ai migranti, con una redistribuzione chiara nei Paesi europei, si ridurrà il numero di partenze via mare.

Bisogna anche capire perché queste persone partono: un interessante studio del think tank Tortuga ha analizzato l’esistenza di migranti per “aspirazione”, quindi per trovare un futuro economicamente migliore, e per “disperazione”, quindi per fuggire da contesti di guerra e di carestia. C’è bisogno di procedure che differenzino le due casistiche: una normativa che possa far entrare legalmente anche chi migra per aspirazione in Europa, inserendoli in dei circuiti di impiego a livello europeo, e una per chi parte per disperazione, velocizzando le procedure d’asilo, come promesso dal Nuovo Patto per le Migrazioni e l’Asilo già citato, e scoraggiando i viaggi marittimi. Per fare ciò, è strettamente necessario un coordinamento europeo generalizzato che si ponga come unico obiettivo la risoluzione definitiva al fenomeno migratorio. 

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