ROMANIA: UNA PEDINA FONDAMENTALE PER LA NATO O UN SEMPLICE PEDONE STATUNITENSE?

La Romania tra europeismo ed atlantismo

In un contesto di generale sfiducia nei confronti delle organizzazioni e delle istituzioni regionali e internazionali – dall’Unione Europea all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) -, la Romania negli ultimi anni è apparsa una delle poche eccezioni in controtendenza.

Seppur attraversata anch’essa da movimenti populisti e nazionalisti – che hanno, tra l’altro, portato il partito di ultradestra Alianța pentru Unirea Românilor (AUR) a divenire il quarto partito per numero di voti del Paese -, Bucarest non si è mai sottratta ai propri impegni internazionali, ben decise a ricoprire un ruolo di rilievo a Bruxelles e nelle sedi NATO, o almeno in una delle due.

Membro dell’Unione Europea dal 2007, la Romania spera che la sua partecipazione nelle sedi europee le permetta di implementare la propria crescita economica, assicurandole maggior stabilità e dandole la possibilità di dar vita anche a riforme sociali. Per questo, negli anni, non si è mai opposta strenuamente al volere dei membri più anziani, tenendosi lontano dal gruppo di Visegrad, anche in merito alla gestione dei flussi migratori, che – se, un tempo, non la toccavano – oggi, coi cambi di rotta, cominciano a interessarla in maniera sempre più consistente.

Tuttavia, Bucarest non sta ottenendo i riconoscimenti sperati: dall’inserimento nel sistema euro (ancora troppo distante per soddisfare i requisiti richiesti per l’abbandono del leu in favore della moneta comunitaria) a quello dell’Area Schengen, sono troppi gli obiettivi non ancora centrati. Nonostante partecipi da anni alla gestione delle frontiere esterne dell’Unione Europea, infatti, l’ingresso della Romania al trattato sulla libera circolazione delle persone è osteggiata da alcuni Stati membri, come Germania, Austria e Paesi Bassi; solo grazie all’intervento della Francia, Bucarest ha ottenuto l’accesso parziale al Visa Information System il 4 ottobre 2017.

In attesa che Bruxelles riconosca maggior importanza alla Romania, Bucarest sta cercando di ottimizzare la propria presenza all’interno dell’Organizzazione Transatlantica, ponendosi come uno dei pochi Paesi finanziariamente attivi e disposti a grossi investimenti (maggiori indubbiamente della quota pattuita del 2% del PIL) pur di assicurare il fronte Orientale. La sicurezza di una protezione in caso di un – pressoché utopistico – attacco russo e l’offerta di un ruolo strategico in continua crescita sono motivazioni più che valide per Bucarest per offrire il proprio territorio per la costruzione di basi o depositi utili all’Alleanza; nella speranza che questa via le permetta poi di soddisfare le proprie ambizioni geostrategiche.

Il ruolo crescente della Romania nella NATO

Invitata a far parte dell’Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord solo nel 2002 e divenuta, poi, un suo membro due anni più tardi, la Romania oggi ospita diverse strutture e uffici della NATO – specialmente quelle rivolte al controllo dei confini sud-orientali -, così come basi militari. Non solo, attualmente il Paese partecipa con truppe e mezzi militari nell’Operazione di Supporto Risoluto in Afghanistan, nella missione KFOR in Kosovo e nella missione NATO in Iraq.

Ciò nondimeno, visto il crescente interesse dell’Organizzazione per i confini orientali, affacciati su aree di interesse sia europee che russe e caratterizzati da conflitti congelati, ma mai realmente risolti – come quelli in Transnistria, Donbass, Abcasia e Ossezia del Sud -, la Romania negli anni ha occupato una posizione sempre più di rilievo, anche grazie alla sua collocazione geografica: a cavallo tra i Paesi atlantici e l’ex-spazio sovietico, vicina alla Turchia di Erdogan – ormai sempre più lontana dall’Organizzazione atlantica – e affacciata sul Mar Nero, Bucarest offre alla NATO la possibilità di arginare le truppe avversarie, così come di intervenire prontamente qualora scoppiasse un conflitto nelle aree calde a lei vicine.

Una posizione divenuta, tuttavia, scomoda, soprattutto in seguito agli avvenimenti succedutosi nei primi mesi dell’anno – dal rischio della ripresa del conflitto nel Donbass alle continue denunce di spionaggio imputati al Cremlino da parte di molti Stati transatlantici. Proprio per questo, il presidente romeno Iohannis ha domandato una maggior cooperazione transatlantica non solo a parola, ma – soprattutto – nei fatti; nella speranza che ciò venga già stabilito durante il vertice NATO, che si terrà a Bruxelles il prossimo 14 giugno.

Per prepararsi al meglio, il capo di Stato romeno, assieme a quello polacco, ha organizzato – lo scorso 10 maggio – un incontro del cosiddetto Formato Bucarest (B9), un vertice non-annuale dei nove Paesi che formano il fronte orientale della NATO (oltre alla Romania: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), sempre più preoccupati dalle scelte politiche e militari russe.

Le mire statunitensi nell’area

In tale contesto, gli Stati Uniti non hanno fatto mancare il proprio sostegno. Sempre ben disposta verso la Romania, a prescindere dal presidente in carica (anche The Donald, pur deciso ad abbandonare la NATO, aveva stilato diversi accordi con Bucarest durante il suo mandato), Washington ha rafforzato il proprio ruolo di alleato con l’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden, da sempre attento alle dinamiche nei Balcani e ben intenzionato a rinsaldare il vecchio legame USA-NATO.

In vista della sua partecipazione in videoconferenza al vertice del Formato Bucarest, insieme al Segretario di Stato Antony Blinken, l’attuale presidente statunitense ha sostenuto nuovamente “il suo desiderio di una più stretta collaborazione con i nostri alleati in Europa centrale e nelle regioni baltiche e del Mar Nero sull’intera gamma di sfide globali”, sottolineando il rapporto speciale che, negli ultimi anni, ha legato Washington a Bucarest. La Casa Bianca ha, infatti, favorito notevolmente la Tigre dei Balcani, stipulando numerosi accordi, dall’acquisto dei lanciarazzi multipli Himras e dei sistemi antimissile Patriot alla stesura di un patto che dovrebbe portare la Romania ad essere il primo produttore non-statunitense degli elicotteri d’attacco Zulu Cobra[1], fino al dispiegamento di caccia F-16 – il cui numero è già raddoppiato nel corso del 2019.

Non solo, lo scorso gennaio il governo rumeno ha inviato alla Casa Poporului una proposta di legge che potrebbe permettere a Bucarest di acquistare da Washington, nel corso dei prossimi tre anni, i sistemi di difesa costiera missilistica Naval Strike Missile per “migliorare l’efficacia della missione, la capacità di sopravvivenza e l’interoperabilità della NATO nelle missioni e nelle operazioni attuali e future”. Mentre è di qualche giorno fa la notizia secondo cui gli Stati Uniti finanzieranno un progetto da 152 milioni di dollari per il rinnovamento e l’ampliamento del campo militare di Campia Turzii, al fine di renderla la base centrale per le operazioni nell’area del Mar Nero.

L’aiuto degli Stati Uniti è – chiaramente – tutt’altro che disinteressato: la Casa Bianca è ben intenzionata a controllare un’area geografica che le permetterebbe di intervenire prontamente sia contro la Russia che contro la Turchia – qualora i rapporti con Istanbul si raffreddassero del tutto -, oltre a garantirle una posizione di favore anche nella gestione della penisola balcanica, come del controllo del Mar Nero, punto ormai nevralgico per la gestione e il controllo dell’approvvigionamento energetico europeo.

Una Romania a stelle e strisce?

La Romania è, indubbiamente, decisa a far valere la propria posizione all’interno dell’Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord, sicura anche dell’appoggio degli Stati Uniti, che, negli ultimi anni, hanno contribuito in maniera sostanziale al suo armamento e alla costruzione di infrastrutture e imprese per l’approvvigionamento energetico – non per ultima la centrale nucleare di Cernavodă.

Tuttavia, il suo contributo potrebbe essere inversamente proporzionale alla sua partecipazione nelle sedi europee: qualora Bruxelles dovesse finalmente aprirle le porte per una maggiore sicurezza e crescita economica, oltre alla partecipazione ai sistemi euro e Schengen, non pare impossibile ipotizzare che Bucarest farà marcia indietro, quantomeno a livello di dipendenza da Washington, per compiacere l’Unione Europea.

Ciò detto, l’immobilismo che sta contraddistinguendo le istituzioni europee da anni, congiunto con la crisi causata dalla pandemia globale, così come le criticità create dalla malagestione dei flussi migratori, stanno spingendo sempre più la Romania fra le braccia degli Stati Uniti, con il rischio di compromettere definitivamente la priorità riservata finora a Bruxelles. Il vertice NATO del 14 giugno potrebbe, quindi, rivelarsi l’ennesima occasione per la Casa Bianca per avvicinare a sé la Tigre dei Balcani.


[1] M. Mussetti, Àxeinos! Geopolitica del Mar Nero, ed. goWare, 2018; pp. 83-86

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