DALLA PANDEMIA ALL’INFODEMIA: I RISCHI DI UN’INFORMAZIONE RIDONDANTE E NON PRECISA

Tra gli effetti secondari più evidenti della pandemia da Covid-19 vi è sicuramente il fenomeno dell’ “infodemia”: una sovrabbondanza di informazioni (non sempre verificate) che finiscono per travolgere e confondere il lettore.

L’evoluzione digitale ha sicuramente prodotto notevoli conseguenze anche nel settore della comunicazione: una maggiore celerità comunicativa, un forte incremento delle informazioni disponibili, nonché la fruibilità delle stesse in qualunque parte del mondo. Si è passati da un sistema one to many ad un sistema many to many.

L’informazione sul web appare così, ad oggi, priva di intermediari, fluida e per certi versi abbastanza omogenea all’apparenza; diventa sempre più complesso riuscire a distinguere le fonti in base alla loro autorevolezza. Tale rivoluzione dell’informazione digitale, da tempo, aveva messo in luce una serie di elementi problematici, ulteriomente amplificati con l’arrivo del Covid-19.

Già a febbraio 2020, ad inizio pandemia, le notizie riguardanti il virus, la sua diffusione ed eventuali cure avevano raggiunto un numero incredibilmente alto, tanto da indurre anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità a parlare di “infodemia”, con riferimento a quella abbondanza di informazioni, talune accurate altre meno, che rendono difficile l’individuazione di fonti affidabili, così da poter distinguere tra le c.d. “bufale” e quelle notizie basate su evidenze scientifiche.

Tale fenomeno “infodemico” è particolarmente evidente sui canali digitali e sui social network in particolare, proprio in virtù della natura fluida della comunicazione veicolata attraverso tali strumenti, ma non ha risparmiato neppure canali ufficiali di comunicazione scientifica.

Più di 115.000 sono stati gli articoli usciti nel 2020-2021 ed indicizzati da PubMed, collegati al Covid-19, un incredibile quantitivo di documenti, molti dei quali comparsi in versione pre print, senza che venisse attivato il processo di revisione critica preliminare. Trovandoci quasi “travolti” da una valanga informativa, difficile da filtrare e sintetizzare e conseguentemente in balia di un eccesso di nozioni del tutto nuove, in ogni ambito.

Gli effetti di questa informazione “strabordante” sono spesso quelli dell’illusione di una vera conoscenza circa l’argomento, ma ancor peggio possono determinare ulteriori conseguenze sul lettore. Gli autori dello studio “The novel coronavirus (COVID-2019) outbreak: Amplification of public health consequences by media exposure” affermano che tale eccesso di comunicazione, seppur finalizzato ad informare e raccomandare sui rischi del virus, ha determinato l’insorgere di un vero e proprio  disagio psicologico, derivante da una costante esposizione mediatica alle notizie sull’epidemia. 

Gli studi su precedenti epidemie (es. focolai di Ebola ed H1N1) ovvero su altri argomenti di portata globale (es. attacchi terroristici) hanno messo in evidenza come l’eccessiva copertura mediatica degli eventi possa comportare conseguenze psicologiche e comportamentali sulla società. Si tratterebbe di effetti percepibili non tanto nel breve periodo, quanto sedimentatisi gradualmente in ambito socio-culturale ed individuabili a distanza di un certo lasso di tempo.  

L’infodemia sta dunque mietendo diverse “vittime”, in particolare se pensiamo alla disinformazione anche in relazione alla campagna vaccinale, fortemente rallentata a causa della diffusione di notizie non accurate.  Senza contare l’altissimo numero di fake news, assolutamente infondate, che comportano una forte diffidenza anche relativamente all’esistenza stessa del virus.

È evidente la complessità del fenomeno, che assume portata talmente rilevante da richiedere un intervento incisivo delle istituzioni in ambito internazionale, essendo ormai la comunicazione strumento che travalica qualsiasi confine. 

D’altro canto, la tematica ci pone davanti ad un necessario bilanciamento tra diritti fondamentali. Da una parte abbiamo la libertà d’espressione, conquista essenziale ed irrinunciabile per un paese di stampo democratico, ma dall’altra vi è anche il diritto ad essere correttamente informati.

Ed in effetti, a ben vedere, la divulgazione di notizie false può qualificarsi a tutti gli effetti come un abuso della libertà di espressione.Inoltre, il diritto all’informazione deve essere letto nella sua accezione passiva, cioè quale diritto a poter recepire informazioni che siano quanto più possibile veritiere e trasparenti, in modo tale da poter accedere ad una comunicazione attinente alla realtà.

Il problema connesso alle fake news suscita particolare allarme sociale, perché la loro diffusione è incredibilmente rapida, immediata si potrebbe dire, non a caso si usa il termine virale. Nel momento in cui viene incanalata attraverso strumenti automatizzati e piattaforme dei social media, la notizia avrà raggiunto una diffusione globale potendo influenzare l’informazione e l’opinione individuale, ma anche condizionare significativamente processi decisionali collettivi (anche politici). 

Si parla in proposito di disrupting democracy, dal momento che un’informazione non corretta può mettere a rischio la stabilità politica e sociale in taluni contesti.Bisogna, in ogni caso, essere molto cauti circa la forma e modalità di intervento che si intendono adottare; ricordiamo infatti che la libertà di espressione è uno dei principi cardine degli ordinamenti democratici e la comunità internazionale ne ha previsto, d’altronde, una disciplina molto accurata e puntuale.

Il diritto alla libertà di espressione trova la sua prima proclamazione alle Nazioni Unite, nel 1948, nell’ambito della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Nel loro insieme gli artt. 12, 19 e 27 possono indubbiamente essere applicati anche all’espressione attraverso internet. L’art. 19, in particolar modo, è stato redatto evidentemente pensando al futuro “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Il diritto a “cercare” e “diffondere” informazioni esprime alla perfezione il concetto di navigare sulla rete e pubblicare informazioni nei siti web

Diritto che risulta ulteriormente rafforzato dal successivo art 27, attraverso il quale si stabilisce il diritto di ogni individuo a partecipare liberamente alla vita culturale della comunità, essendo la  comunicazione e l’informazione elemento cruciale della socialità. Al paragrafo 2 dell’art. 29 si chiarisce, però, che pur nell’esercizio dei diritti e delle libertà, si potrà essere sottoposti esclusivamente a “quelle limitazioni stabilite dalla legge”  per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei “diritti e delle libertà degli altri” e per soddisfare le “giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica”. 

Un limite abbastanza generico che poi verrà ulteriormente sviluppato e specificato all’art. 19 del successivo Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici. Laddove si statuisce che nessuno potrà essere oggetto di interferenze arbitrarie o illegittime nella propria libertà di espressione. Le uniche restrizioni ammesse sono quelle “espressamente previste, in forma chiara, dalla legge” ed in particolare qualora si debba garantire il rispetto dei diritti e della reputazione altrui ovvero la salvaguardia di sicurezza nazionale, ordine pubblico, salute o morale pubblica.  È essenziale, però, che le norme che vanno a restringere la libertà di espressione siano “aperte, specifiche e chiare”, oltre che strettamente necessarie. 

A livello regionale, la CEDU riconosce, all’art. 10, la libertà di espressione, quale diritto fondamentale ed irrinunciabile, in una duplice dimensione: una individuale e l’altra funzionale. La dimensione individuale corrisponde al diritto dell’individuo a diffondere le proprie opinioni ed a riceverne dall’esterno, ma anche “funzionale” poiché connessa al mantenimento del sistema democratico, dal momento che consente al cittadino di conoscere l’operato dei propri rappresentanti.

Al secondo comma, si precisa che l’esercizio di tale diritto comporta altresì l’assunzione dei doveri e responsabilità. Le limitazioni saranno ammesse esclusivamente nei casi espressamente previsti dalla norma stessa, sebbene la giurisprudenza della Corte EDU molto spesso abbia ritenuto non sufficiente la sussistenza dei meri requisiti elencati dalla disposizione, per giustificare ipotesi di limitazione della libertà di espressione, richiedendo piuttosto la sussistenza del requisito della proporzionalità. 

Tale normativa, pur così ben articola, tuttavia non appare oggi sufficiente a combattere il fenomeno delle fake news e della disinformazione dilagante che ne consegue, grave rischio per gli equilibri della comunità internazionale.Serve un intervento mirato delle istituzioni internazionali, che induca le OTT (tutte quelle imprese che forniscono attraverso la rete internet servizi e contenuti) a pratiche virtuose, mediante l’adesione ad un codice di comportamento puntuale e bilanciato.

Particolarmente utile, in proposito, è il Code of Practice on Disinformation, elaborato dall’Unione Europea. Il codice profila un insieme di principi comuni in grado di orientare i comportamenti dei privati coinvolti nella lotta al fenomeno delle fake news, quale garantire maggiore trasparenza sulla produzione e promozione delle notizie, nonché la credibilità dell’informazione ed adottare un sistema di cooperazione, assumendo a tal fine anche la forma di un contratto aperto alle adesioni di terze parti.  La lotta alla disinformazione deve, inoltre, essere combattuta da ciascuno di noi, controllando adeguatamente la fondatezza di una notizia, prima di diffonderla ulteriormente al pubblico.

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