L’EUROPA (RI)PARTA DA CEUTA

In pochi giorni circa 8000 migranti provenienti dal Marocco sono riusciti a oltrepassare la frontiera con la Spagna, riversandosi sulle spiagge di Ceuta, exclave spagnola in Nord Africa. Le forze armate marocchine non hanno reagito né impedito il passaggio, ma dopo l’iniziale crisi, la polizia spagnola ha rimpatriato più di 5000 persone in appena 24 ore. Ancora una volta, le dispute politiche giocano con i diritti delle persone e si rende sempre più necessaria l’approvazione del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo.

“Voglio essere chiaro: non abbiamo aperto un dibattito sulla questione della migrazione. Attualmente il Patto su migrazione ed asilo è negoziato a livello dei ministri dell’Interno al Consiglio. Valuteremo quando riportare il dibattito migratorio a livello del Consiglio Europeo”, ha spiegato Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo, gelando le aspettative che attendevano una presa di posizione più netta dopo gli sbarchi a Lampedusa e la situazione a Ceuta.

La richiesta di discussione è stata avanzata dall’Italia, ma non se n’è discusso durante l’ordine del giorno. Il tema si è rivelato, ancora una volta, particolarmente ostico da affrontare a causa del tradizionale impasse tra Ovest ed Est. Michel continua spiegando che le crisi migratorie degli ultimi giorni non sono state dibattute a lungo, né tantomeno nella sostanza, relegate ad una discussione di appena una ventina di minuti. Assicura, però, che i negoziati sul Patto riprenderanno a giugno, durante il Consiglio Affari Interni, così da evitare che questi scatenino una rottura tra i leader europei.

La situazione a Ceuta

Lunedi 17 maggio il conflitto politico tra Marocco e Spagna è stato risolto molto semplicemente: migliaia di migranti hanno attraversato la frontiera di Ceuta con il benestare della polizia marocchina, la quale non è intervenuta per fermare l’ondata di ingressi illegali. Le autorità spagnole hanno dichiarato che più di 5000 persone sono entrate a Ceuta in due giorni, ed il flusso è continuato anche nei giorni successivi, quando centinaia di migranti hanno superato la frontiera arrivando a nuoto.

L’emergenza migratoria, ora sotto controllo, è stata risolta grazie alla collaborazione tra forze armate spagnole e marocchine: hanno rintracciato gli illegali, evitando di valutarne le richieste d’asilo, iniziando poi la procedura di ritorno. Degli 8000 migranti entrati in territorio spagnolo, le autorità sostengono di aver respinto più di 5000 persone. 

Non è la prima volta che l’Unione Europea affida il controllo delle sue frontiere esterne a Paesi terzi, soprattutto in merito alla gestione dell’immigrazione: il Marocco ha firmato un Partenariato con l’Unione, tra le cui clausole vi è anche l’obbligo della gestione dei flussi migratori proveniente da Africa e Medio Oriente.

Se l’UE permette ai Paesi suoi confinanti di avere responsabilità in merito, diventa facilmente ricattabile. Infatti, l’esempio più lampante è quello della Turchia, a cui è stato delegato il controllo delle rotte mediorientali in cambio dell’ottenimento di incentivi e sussidi, ma ha ripetutamente minacciato di agevolare il superamento dei confini dei migranti, per varie regioni economiche o politiche.

La Spagna è dunque stata ricattata dal Marocco? Non esattamente, ma una motivazione politica esiste.

La questione risale al riconoscimento e legittimità della zona del Sahara Occidentale, su cui il Marocco vuole esercitare la sua sovranità. Il conflitto con la parte indipendentista del Fronte Polisario era ripreso dopo 30 anni di cessate il fuoco. La Spagna, recentemente, ha deciso di curare il segretario generale del Fronte Polisario Brahin Ghali, malato di Covid. Tale presa di posizione non è stata gradita dal Marocco, che l’ha considerata come un affronto alla sua sovranità.

Inoltre, è necessario menzionare che, a dicembre, l’ex Presidente statunitense Donald Trump, aveva riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, dopo aver stretto un compromesso sul riconoscimento dello Stato di Israele. Il Paese premeva sulla Spagna, e sugli altri Paesi europei, per ottenere tale approvazione. Non ottenendo alcun risultato, ha sfruttato la leva dei migranti, permettendo loro di entrare nell’area Schengen. 

Il patto su migrazione e asilo dopo Dublino 

La questione migratoria è decisamente complessa e saliente per le opinioni pubbliche dei Paesi europei, ma è anche uno dei punti deboli dell’Unione Europea, sia per la mancanza di strumenti per la sua gestione, che per il conflitto di sovranità con gli stessi Stati nazionali. 

Dopo le crisi migratorie del 2015-16, diventò palese che il sistema di Dublino non affrontava adeguatamente i flussi massicci di migranti, che facevano pressione principalmente sui Paesi della costa nord del Mediterraneo, quali Italia e Grecia. Dublino stabiliva i criteri e i meccanismi per determinare quale fosse lo Stato responsabile dell’accoglienza, o respingimento, del migrante. Uno dei parametri più applicati, e di conseguenza il motivo principale della pressione su determinati Stati, era quello dell’ingresso o soggiorno illegali in uno Stato Membro.

Data la vicinanza geografica di Italia e Grecia al Nord Africa ed al Medio Oriente, l’alto tasso di entrate illegali avveniva in questi Stati, per cui la responsabilità delle domande d’asilo ricadevano principalmente sui due Paesi mediterranei. Una volta registrata la domanda d’asilo in un Paese, questo doveva farsi carico dell’eventuale accoglienza della persona, o avviare la procedura di respingimento e ritorno nel Paese Terzo. Tali criteri impedivano al migrante di spostarsi legalmente in un altro Stato.

Individuate le problematiche intrinseche del sistema, la Commissione Europea ha iniziato a lavorare su un nuovo Patto che introducesse un meccanismo correttivo dell’attribuzione della responsabilità, o in alternativa un nuovo sistema di ripartizione delle richieste d’asilo. Questo nuovo sistema dovrebbe basarsi su un principio di solidarietà europea, di aiuto reciproco e una prospettiva a lungo termine.

La riforma dovrebbe fondarsi su tre nuovi pilastri: la dimensione esterna e le relazioni con i Paesi di origine, il rafforzamento del controllo delle frontiere esterne, la solidarietà nella distribuzione delle responsabilità.  Quest’ultimo principio, affrontato in maniera parziale per non generare malumori in particolare tra I leader del blocco di Visegrad, permetterebbe ai Paesi di decidere come mostrare questa solidarietà: decidere di ricollocare i richiedenti asilo, sponsorizzare rimpatri, o supporto finanziario/operativo.

La solidarietà però non può essere flessibile o raccomandata, dovrebbe bensì essere obbligatoria: il concetto stesso di solidarietà non sembra, però, appartenere a certi Stati Membri, in particolare quelli del sopracitato Blocco di Visegrad. 

Una soluzione al quasi certo stallo dei negoziati potrebbe essere una cooperazione rafforzata in ambito migratorio: tale cooperazione, una volta creatasi all’unanimità, potrebbe permettere ad almeno 9 Stati Membri di stabilire un’integrazione o una cooperazione più stretta in un determinato ambito nel quadro istituzionale europeo, senza il coinvolgimento di altri paesi dell’UE. In questo modo verrebbero superati i veti posti da uno Stato o la pratica stessa dell’unanimità.

Le trattive per il nuovo Patto saranno indubbiamente molto lunghe e trovare un compromesso sarà complicato, soprattutto a causa delle posizioni contrastanti tra i Paesi del Nord e del Sud, tra Est ed Ovest, tra Paesi pragmatici e Paesi idealisti. 

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