LA CORSA ALLA RICOSTRUZIONE IN LIBANO

La ricostruzione della città di Beirut, dopo l’esplosione del porto avvenuta il 4 agosto 2020 che ha ucciso circa 207 persone ne ha ferite altre 7.000, sta già creando importanti movimenti nello scacchiere geopolitico mondiale. La corsa alla ricostruzione si combatte sul piano delle influenze strategiche ed i partecipanti sono diverse potenze straniere, ognuno in cerca di ottenere una fetta più grande di influenza.

Beirut che risorge dalle ceneri

Mentre il Libano continua ad essere testimone di una delle peggiori crisi economiche e finanziarie che nel corso della sua storia tormentata ha vissuto, l’attenzione di molti è rivolta ai progetti di ricostruzione  dell’araba fenice del Medio Oriente, che più e più volte è risorta dalle sue ceneri. Di fatti, la capitale ha subito diverse metamorfosi, le maggiori delle quali sono visibili al centro, oggetto di vari progetti di ricostruzione, molto spesso anche politici.

Un esempio di ciò è rappresentato dal caso di politicizzazione architettonica di Solidére, società libanese privata fondata dall’allora primo ministro milionario Rafiq Hariri negli anni Novanta, dopo la fine della guerra civile. La società fu il tramite, per il primo ministro, per attuare la propria visione di rinascita economica del Paese in cui Beirut doveva ritornare ad essere il centro del commercio e del transito tra Oriente e Occidente. Per rendere realtà questa ambizione, la società si avvalse di ingenti finanziamenti provenienti dai Paesi del Golfo, alleati di Hariri. La compagnia si concentrò sulla zona centrale della città, nonostante essa rappresentasse solo un decimo dell’area distrutta dalla guerra della capitale.
Nonostante il motto del progetto fosse “una città antica per il futuro”, Solidére non partecipò ad alcun processo di ripresa sostenibile che lavorasse sulle dinamiche sociali e sulle cause primarie della guerra. Il progetto venne gestito esclusivamente a favore di grandi interessi di capitali nazionali ed esteri tralasciando così i veri protagonisti della città: le 2.600 famiglie sfollate che da allora si riferiscono ad Hariri con l’epiteto di ammar hajar wa dammar basher, ovvero colui che ha eretto pietra e distrutto le persone. 

Le critiche rivolte al progetto di Solidére si basano sull’idea che esso abbia cancellato la storia del centro e trasformato i suoi mercati e le sue piazze pubbliche, un tempo vivaci e luogo di incontro tra persone di classi sociali differenti e sette diverse, in un complesso di edifici incontaminati pieni di negozi di lusso e circondati da strade trafficate che impediscono l’accesso pedonale. Inoltre, non è mistero che la società si avvalse di pratiche eticamente e legalmente discutibili, come il ricorso a sussidi statali, esenzioni fiscali ed espropriazioni. Se per molti è improbabile la realizzazione di un progetto su larga scala simile a Solidère, sia per ragioni economiche sia a causa della crescente spinta negli ultimi anni a preservare i siti storici, i residenti temono una distruzione dell’area, guidata dalla speculazione immobiliare che aveva iniziato a rimodellare i quartieri storici di Beirut già prima dell’esplosione.

Ancora ceneri e macerie, la nuova ricostruzione di Beirut

Sin dai primi giorni che hanno seguito l’esplosione, grandi compagnie internazionali si sono fatte avanti per ricostruire l’area del porto ed i quartieri limitrofi. Sotto l’egida del presidente francese Emmanuel Macron, la comunità internazionale si è mobilitata per raccogliere i fondi necessari per la ricostruzione. Nonostante ciò, vista la mole dei danni causati dall’esplosione, i fondi raccolti fino ad adesso non bastano. La mancanza di risorse pone seri problemi ad una ripresa sia sul breve che sul lungo periodo. Inoltre, resta il timore della trasparenza sull’utilizzo dei fondi da parte del governo, attualmente provvisorio e guidato da Saad Hariri, figlio di Rafiq. Altre decisioni, come quella di tassare gli aiuti ricevuti per la ricostruzione o sostituire il giudice capo delle indagini sull’esplosione, non hanno fatto altro che aumentare ancor di più il malcontento sociale e lo stallo politico in cui si trova il governo libanese. 

Durante la visita nella capitale, il presidente Macron, accompagnato da Rodolphe Saade, presidente della grande azienda di spedizioni e logistica CMA-CGM Group, ha espresso grande interesse per la ricostruzione della città. Di fatti, la prima proposta di ricostruzione è arrivata dal gruppo franco-libanese che ha presentato un piano che prevede la ricostruzione di banchine e magazzini danneggiati, insieme all’espansione e alla digitalizzazione del porto, per un costo che varia dai 400 ai 600 milioni di dollari. 

Ma non solo la Francia è interessata alla ricostruzione della zona portuale di Beirut; anche la Germania ha presentato il suo piano con un progetto del valore che oscilla tra i 5 e i 15 miliardi di dollari che include non solo la ricostruzione del porto ma anche delle aree circostanti. Il piano ambizioni di Berlino mira a spostare l’area portuale verso est, costruendo nella zona rimanente alloggi popolari, parchi e spiagge, avvalendosi anche dell’aiuto della società Solidére.

Un altro piano di ricostruzione accattivante è stato elaborato in base all’approccio Build Back Better dell’ONU, che mira ad un piano di ripresa sostenibile ed inclusivo. Così, Unione Europea, Banca Mondiale e ONU hanno sviluppato una strategia di ricostruzione, il Lebanon Reform, Recovery and Reconstruction Framework (3RF). Questo piano si basa su quattro principi: promozione di un governo trasparente, responsabile ed inclusivo delle risorse economiche e finanziarie; promozione del benessere, della dignità e della sicurezza delle persone; riabilitazione nel breve termine delle opportunità economiche e dei mezzi di sostentamento ed infine rafforzamento dei servizi essenziali e la ricostruzione delle infrastrutture di base. 

Libano: un punto di interesse per molti

Ma la proposta di ricostruire la zona colpita dalla violenta esplosione non può procedere fino a quando non si sarà formato un nuovo governo in Libano e, come la maggior parte dei donatori internazionali e delle compagnie straniere, la delegazione tedesca  e quella francese hanno chiarito che non sarà speso denaro nel Paese fino a quando non verranno intraprese riforme significative per combattere la corruzione.
Di fronte ad un quadro economico al collasso, una valuta locale in continuo calo ed una perdurante situazione di stallo politico, sembra anomalo l’interesse internazionale per la ricostruzione di Beirut. Ciò che bisogna tenere in considerazione, però, è il valore geopolitico della città e del Libano in generale: prendere parte ai lavori di ricostruzione significa poter svolgere un ruolo anche nelle attività di esplorazione di gas nel bacino del Mediterraneo orientale, nella cooperazione economica tra Israele e i Paesi arabi e fronteggiare l’espansionismo russo

Di fatti, anche Ankara e Mosca si sono mostrati interessati a finanziare la ricostruzione. La Russia, infatti, non sembra essere esclusa dallo scacchiere visto l’incontro tra Hariri e Putin.
Quanto alla Turchia, nonostante le accuse di colonialismo dirette contro Macron in seguito alla sua visita, l’intento della Turchia non è così diverso da quello della Francia. Anche il presidente Erdogan, infatti, vuole modellare il futuro del Libano per espandere l’influenza turca in Medio Oriente sulla scia della dottrina neo-ottomana che caratterizza la politica estera del Partito giustizia e sviluppo (Akp). Il Libano, prima di diventare protettorato francese, era parte integrante dell’Impero ottomano e il legame tra la Turchia e la popolazione di origine turcomanna è ancora forte.

Chi ricostruirà la società libanese?

In un Paese instabile e vulnerabile come il Libano, in questo momento, è evidente l’importanza strategica e politica della ricostruzione di spazi distrutti. Ancora una volta, però, il vero obiettivo sarà quello di ricostruire un tessuto sociale diviso, stremato da crisi continue e sull’orlo del baratro.
Nonostante la mancanza di fondi, il piano 3RF sembra essere l’unico organico, coerente e funzionante per la ricostruzione di Beirut anche dal punto di vista sociale, dal momento che punta all’inclusione della società civile e dei vari gruppi che la compongono; anche se si sa bene che dalle intenzione ai fatti cambiano molte cose. 

Ad ogni modo, la ricostruzione potrebbe essere un’opportunità per ripensare il passato in vista di un futuro migliore: una modernizzazione del Paese che potrebbe coinvolgere le giovani generazioni, nuove idee e un’onda verde, ma la strada verso questa direzione ha molti ostacoli.

1 Comment

  1. Analisi attenta e lucida di una giovane studiosa delle problematiche politiche dei paesi arabi in costante conflitto

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