DRAFT POLICY SUI CRIMINI INTERNAZIONALI CONTRO IL PATRIMONIO CULTURALE

La sentenza della Corte Penale Internazionale sul caso dei crimini contro il patrimonio culturale, commessi in Mali, segna un importante traguardo contro la commissione di attacchi diretti contro monumenti e siti di rilevanza storico, culturale e religiosa. Considerando l’importanza e le implicazioni di questi crimini, l’Ufficio del Procuratore ha rilasciato un importante documento.

Panoramica del caso

Il 27 settembre 2016, la Sezione di primo grado VIII della Corte Penale Internazionale dichiarava all’unanimità l’imputato Ahmad Al Faqi Al Mahdi ‘‘colpevole oltre ogni ragionevole dubbio ’’ per la conduzione e la commissione di attacchi intenzionali diretti contro 10 edifici storici e religiosi di Timbuktu, in Mali, perpetrati nel giugno 2012. La Camera ha riconosciuto il sig. Al Mahdi come coautore degli attacchi e lo ha condannato a nove anni di reclusione, stimando una cifra diretta alla riparazione del danno economico e morale pari a 2.7 milioni di euro. 

Questi attacchi, secondo il giudizio della Camera, sono da interpretare come gravi violazioni del diritto internazionale. Gli attacchi diretti ai siti storici e culturali si sono verificati durante un conflitto armato in Mali e, pertanto, sono da ricondurre alla categoria di crimini di guerra.

La sentenza in questione, quindi, è da interpretare come una necessità di strutturare precise regole internazionali per evitare che edifici e siti storici, appartenenti al patrimonio culturale, nazionale e internazionale siano facili bersagli di attacchi e deturpazioni lasciate impunite.

L’inclusione di questa condotta criminale, all’interno di un quadro più completo ed esteso, quale, per l’appunto quello internazionale, è da ricondurre ad una gravità che sta alla base delle azioni dirette al danneggiamento di importanti luoghi di interesse pubblico, culturale e storico. Il Procuratore della Corte Penale Internazionale, durante la sua visita in loco, in merito alla questione dei crimini commessi contro gli edifici storici di Timbuktu, ha dichiarato che: ‹‹quando un bene culturale viene distrutto, cancella il passato, per non essere mai più vissuto, portando a una perdita insostituibile per l’umanità. Bisogna affrontare collettivamente il grave problema della distruzione del patrimonio culturale in guerre e conflitti››. La sentenza, pertanto, risulta essere di particolare rilevanza, poiché per la prima volta un imputato è stato giudicato colpevole per la commissione di crimini contro il patrimonio culturale, di conseguenza essa viene considerata come un importante precedente storico per il futuro.

Draft Policy sul Patrimonio Culturale

Il 22 marzo 2021 l’Ufficio del Procuratore, The Office of Prosecutor, OTP,  ha pubblicato il Draft Policy on Cultural Heritage,un progetto che è stato destinato e sottoposto a pareri consultivi riguardanti questioni connesse ai crimini contro il patrimonio culturale. Quest’ultimo è da considerarsi un importante documento, poiché rappresenta un progetto che ha richiamato alla consultazione tutti gli Stati Parte dello Statuto di Roma e anche consulenti ed esperti esterni, come l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, The United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, UNESCO. L’intento è stato quello di predisporre linee guida condivise anche per il futuro in relazione ai crimini internazionali commessi contro il patrimonio storico e culturale.

Nello specifico, come obiettivo è stato delineato quello di fornire guidelines sulle investigazioni e le prosecuzioni relative alla commissione di crimini di questo tipo, nonché contribuire alla prevenzione di quest’ultimi, con lo scopo di rendere i colpevoli consapevoli e responsabili delle azioni illecite commesse.

Sempre all’interno del Draft Policy, si è evidenziata la necessità di adottare un atteggiamento volto alla cooperazione in merito agli aspetti procedurali delle investigazioni e il reperimento di informazioni e prove utili, prevedendo la possibilità di azioni congiuntamente svolte sia dalle istituzioni e dagli organi nazionali sia dagli uffici della Corte Penale Internazionale. 

In aggiunta, è stata messa in luce la necessità di rafforzare il sistema di protezione contro la commissione di questi crimini, contribuendo allo sviluppo di una ‘’giurisprudenza internazionale’’ riguardante questi particolari crimini e, allo stesso tempo, promuovere una maggiore consapevolezza sulla necessità di considerarne l’importanza, poiché essi rappresentano delle effettive violazioni dei diritti umani.

In ragione di ciò, difatti, l’Ufficio del Procuratore si è espresso, sostenendo come ‘’il patrimonio culturale appartenente ai popoli costituisce una testimonianza importante della cultura e delle identità dei popoli, pertanto, la distruzione o il danneggiamento costituiscono una perdita importante per la comunità internazionale nel suo insieme.’’

Nel progetto, viene inoltre sottolineata la sussistenza della competenza e giurisdizione della Corte nell’esaminare la questione relativa alla perpetrazione di crimini o attacchi contro siti o monumenti appartenenti al patrimonio culturale. Tale competenza è riscontrabile ai sensi dell’articolo 8.2(ix) dello Statuto di Roma relativo ai crimini di guerra, dove gli attacchi contro il patrimonio culturale rientrano nella categoria di: ‹‹attacchi intenzionalmente diretti contro edifici dedicati a scopi religiosi, educativi, artistici, scientifici o caritativi, monumenti storici, ospedali e luoghi di raccolta di malati e feriti, purché non obiettivi militari››.

Tuttavia, la fattispecie di questi crimini può presentarsi anche all’interno del contesto relativo alla commissione di crimini contro l’umanità. L’inclusione dei crimini contro il patrimonio culturale all’interno di questa classificazione è pertinente solo se si considera che tali crimini costituiscono una grave violazione dei diritti umani e che spesso sono diretti contro una popolazione civile. La questione, però, deve essere analizzata in una prospettiva che tiene conto di importanti elementi.

E’ essenziale, infatti, valutare se sussistano gli elementi contestuali che caratterizzano i crimini contro l’umanità ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto, ovvero essi devono rappresentare ‘’attacchi diffusi e sistematici’’ contro una popolazione civile. Di conseguenza, i crimini contro il patrimonio culturale devono comprendere una reiterazione del comportamento criminale, una ripetizione continua degli attacchi e, soprattutto, la sistematicità deve essere riscontrata nell’evidenza che tali attacchi siano parte di un piano ben organizzato, strutturato o tollerato da parte del governo, da un’autorità o da una politica statale. Senza dimenticare che, in questo caso, l’obiettivo principale rimane quello di attaccare una popolazione civile.

Una relazione del tutto differente si instaura tra i crimini contro il patrimonio culturale e la commissione del crimine di genocidio. Gli attacchi contro siti e monumenti di interesse storico e culturale si verificano molto spesso durante la commissione del crimine di genocidio, tuttavia non costituiscono una condotta riconducibile a tale crimine. E’ opportuno, dunque, analizzarli secondo una prospettiva che li identifica come crimini ‘’accessori’’ ovvero in qualche modo aggiuntivi rispetto alle fattispecie criminali che compongono il genocidio, il quale risulta già sufficientemente strutturato all’interno dell’articolo 6 dello Statuto di Roma, che ne elenca tutte le condotte criminali che lo caratterizzano. Difatti, se l’intento del genocidio è la distruzione, in tutto o in parte, di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale, la demolizione di determinati monumenti appartenenti alla cultura di un dato gruppo risulta, piuttosto, orientata alla cancellazione dell’esistenza storico-culturale di un quel dato gruppo.

In conclusione, appare evidente come i crimini contro il patrimonio culturale rappresentino un esempio di condotte criminali dall’ampio spettro identificativo. Diventa cruciale, dunque, in sede di individuazione e classificazione, nonché di esame e investigazione, affrontare la questione in modo approfondito e, soprattutto, considerarli come crimini la cui rilevanza ed effetti possono avere serie conseguenze ed implicazioni tanto nel contesto nazionale quanto in quello internazionale. Pertanto, il Draft Policy on Cultural Heritage ha cercato di strutturare meglio la questione.

Federica Gargano

Federica Gargano, classe 1994, dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali ha proseguito il suo percorso accademico ottenendo una laurea magistrale in International Relations con curriculum in International Studies, un corso di studi interamente tenuto in lingua inglese e conseguito con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Palermo, con una tesi incentrata sul diritto penale internazionale e la crisi dei Rohingya. Scrive per un giornale online ed è attualmente Capo Redattore della redazione di Diritto Internazionale dello I.A.R.I, dove nello specifico tratta argomenti relativi al diritto penale internazionale, diritto internazionale, diritti umani e rifugiati.

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