RIFLESSIONI GEOPOLITICHE SULLA FASE POST-CONFLITTO A GAZA

Il 21 maggio, grazie alla mediazione delle Nazioni Unite e dell’Egitto, è stato raggiunto il cessate il fuoco a Gaza. È tempo di pensare alla ricostruzione tra un fragile equilibrio e interessi di potenze regionali. 

Quadro post-conflitto 

Il 21 maggio l’ONU e l’Egitto hanno portato a termine i non facili tentativi di mediazione per raggiungere il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Il bilancio è di 11 morti nello Stato ebraico, 232 Palestinesi nella Striscia, con la distruzione, ad opera dell’esercito israeliano, di 258 infrastrutture che fungevano da base per operazioni militari attribuibili al gruppo terroristico di Hamas.

Dopo diversi giorni di conflitto tra le due parti che ha visto brillare il cielo nel territorio israeliano e in quello della Striscia di Gaza, il cessate il fuoco appare come il risultato di complesse trattative, mediazioni e sforzi che hanno coinvolto anche attori regionali come l’Egitto. Tuttavia restano delle incognite, a partire da quella che riguarda la durata della tregua, con Hamas che più volte ha fatto intendere di essere pronto a riprendere l’escalation.

Sia i terroristi di Hamas che Gerusalemme hanno rivendicato la vittoria. Certamente Netanyahu ha mandato un chiaro messaggio ai gruppi terroristici palestinesi, sottolineando come il proprio Paese sia in grado di rispondere a qualsiasi offensiva militare sul proprio territorio. Si tratta, chiaramente, di un messaggio indiretto anche a Teheran e al gruppo paramilitare libanese degli Hezbollah, sostenitori di Hamas.

Al termine del conflitto Hamas esce sicuramente rafforzato, dopo aver messo in difficoltà e all’erta l’apparato militare e di intelligence israeliano. Inoltre, è riuscito ad aumentare la sua visibilità agli occhi della popolazione palestinese, nel momento in cui si è assistito all’ennesimo rinvio delle elezioni legislative e presidenziali nei territori della Striscia.

In questo frangente si inseriscono le dichiarazioni della Guida Suprema iraniana Khamenei che ha precisato che Israele è costretto ad ammettere l’ipotetica sconfitta secondo la sua analisi geopolitica. L’Iran, infatti, cercherà di sfruttare a proprio vantaggio le tensioni che si sono verificate nei giorni scorsi in Medio Oriente per poter presentarsi, con una posizione di forza sul dossier del nucleare- accordo JCPOA– alle cancellerie occidentali e agli Stati Uniti. 

Al di là di queste considerazioni, a cui si può aggiungere la condanna del Presidente Erdogan nei confronti delle azioni militari israeliane, strumentale per poter erigersi a leader della causa palestinese con il Qatar, a danno dell’Arabia Saudita e di altri Paesi del Golfo, è il momento di mobilitarsi, a livello internazionale, per risolvere i problemi umanitari e non nella Striscia di Gaza.

Secondo alcune stime elaborate dall’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel vicino Oriente), 38 milioni di dollari saranno necessari soltanto per garantire una risposta umanitaria di un mese circa. Questo se si tiene presente che 1.4 milioni di rifugiati palestinesi fa affidamento all’assistenza umanitaria a Gaza. Infine, se dovessero essere implementati gli aiuti egiziani pari a 500 milioni di dollari, la ricostruzione potrebbe rivelarsi più “agevole e meno dolorosa”.

Il ruolo degli Stati Uniti e riflessioni su altri attori

Il 25 maggio il Segretario di Stato Blinken è arrivato a Gerusalemme per incontrare Bibi Netanyahu e altri vertici delle istituzioni israeliane. Tale evento, che segna la prima visita ufficiale del Segretario statunitense nello Stato ebraico, da ricomprendere in un tour regionale che vedrà colloqui diplomatici con l’Autorità Palestinese, Giordania ed Egitto, è rilevante per almeno due motivi.

Primo, Washington non ambisce a ridurre la sua influenza nel Medio Oriente, nonostante tale spazio geopolitico non costituisca la priorità nell’agenda del Presidente Biden, quindi non perde tempo a ribadire quanto Israele sia un solido alleato regionale. E lo fa rimarcando, come già avvenuto nei giorni del recente conflitto, il diritto israeliano all’autodifesa, sostegno apprezzato da Netanyahu. Sì, è cambiata la presidenza negli Stati Uniti, ma non le alleanze regionali e gli obiettivi geopolitici mediorientali della grande potenza, seppur il contenimento di Russia e Cina è al primo posto nella strategia di Biden.

Secondo, la visita di Blinken in Israele serve per far capire ad altri attori, come Turchia, Qatar e quindi agli attori non statali come i gruppi terroristici, che gli Stati Uniti saranno in prima linea nella ricostruzione di Gaza e non indeboliranno i canali diplomatici per far reggere il cessate il fuoco. Se in un primo momento Gerusalemme aveva nutrito qualche dubbio circa un possibile cambio di veduta sui loro rapporti, successivamente Netanyahu ha ringraziato Blinken per aver sostenuto il diritto all’autodifesa israeliano.

È chiaro che Israele si aspetta, nel momento in cui è chiamato a sbrogliare la questione sulla presidenza che lo attanaglia da mesi, un sostegno più incisivo da parte degli Stati Uniti. Per esempio, esso si potrebbe concretizzare nel creare delle condizioni più rigide nei confronti dell’Iran sulla questione dell’accordo sul nucleare, oppure in una mediazione sulla gestione dei fondi da destinare ai Palestinesi, evitando che questi possano finire nelle casse di Hamas.

Un altro punto fondamentale riguardo la fase post-conflitto concerne il modo in cui Washington sarà in grado di trattare con l’Autorità Palestinese per non far venire meno il cessate il fuoco. Israele punta su tale disegno perché è conscio della debolezza delle organizzazioni internazionali come l’Unione Europea e delle divisioni intere tra i vari Stati su come affrontare la questione palestinese.

Infine, dopo aver passato in rassegna il ruolo degli Stati Uniti e i rapporti con Israele sulla questione mediorientale, vale la pena concentrarsi sul ruolo dell’Egitto rispetto al dossier analizzato. Perché menzionare Il Cairo? L’Egitto ha mediato nella recente crisi e ha condotto dialoghi con elementi di Hamas per raggiungere il cessate il fuoco. Grazie all’intervento di tale attore regionale è stato possibile riaprire dei valichi che conducono alla Striscia di Gaza per poter far passare gli aiuti umanitari.

Inoltre, Al-Sisi sta valutando la donazione di mezzo bilione di dollari per la ricostruzione dei territori palestinesi. Lo fa essenzialmente per alcuni motivi. Primo, in questa maniera cerca di aumentare il suo ruolo di mediatore regionale in tale crisi che lo vede attivo già da diversi anni, anche sotto la presidenza Mubarak: secondo, in questo modo elabora una strategia geopolitica volta a tenere a bada possibili impulsi della Fratellanza Musulmana che potrebbe sfruttare la crisi in questione per poter mettere a rischio la stabilità egiziana. Terzo, intervenendo nella crisi come mediatore, l’Egitto ha tutto l’interesse a evitare che si venga a rafforzare l’asse terroristico che da Gaza potrebbe rinforzare i gruppi terroristici che operano nella Penisola del Sinai.

Stabilità regionale e possibili scenari

Non si può minimamente immaginare che la crisi israelo-palestinese possa essere circoscritta e che non possa, in futuro, minare la stabilità di altri Paesi limitrofi. La ripresa del conflitto potrebbe ulteriormente aizzare cittadini arabi che già nelle scorse settimane hanno protestato in prossimità di luoghi santi e si sono scontrati con cittadini israeliani, quindi il rischio di un’eventuale guerra civile in alcune città dell’area non è da escludere.

È chiaro che Paesi come la Giordania, che ospita il più alto numero di rifugiati siriani e palestinesi, seguono con forte attenzione l’evolversi della situazione, sperando che la causa palestinese possa essere affrontata senza provocare disordini al proprio interno. 

D’altra parte, anche i Paesi del Golfo, tra cui l’Arabia Saudita che ha mostrato quanto la causa palestinese non sia per ora una priorità, sono fortemente interessati affinché la questione palestinese non conduca a rivolte e a tensioni. Specialmente in Paesi, come il Bahrein, che potrebbero essere usati dall’Iran per fomentare le proteste.

In aggiunta, sarà interessante capire fino a che punto Ankara vorrà mediare e inserirsi ulteriormente nella questione palestinese per rafforzare la sua postura regionale. Certamente, nell’ipotesi che la crisi possa riprendere, non muterà il suo atteggiamento di condanna nei confronti delle azioni militari israeliane.

Infine, nel caso in cui ci fosse la ripresa dei lanci di razzi da parte di Hamas, non si escluderebbe un intervento più massiccio da parte israeliana, allo scopo di colpire obiettivi sensibili del gruppo terroristico jihadista nella Striscia. L’intervento di terra, come più volte ipotizzato dalla stampa nazionale e poi smentito da fonti israeliane, potrebbe essere attuato solo nel caso in cui gli attacchi di Hamas fossero così deleteri tali da mettere in completa difficoltà il sistema missilistico di difesa israeliano Iron Dome.

La soluzione politica, concreta, dei due Stati sembra non essere al primo posto dell’agenda statunitense. Tuttavia Washington non dovrebbe allentare il suo impegno nella questione in analisi, perché, nonostante le difficoltà interne ed economiche, Mosca potrebbe consolidare e rafforzare i legami con l’Autorità Palestinese, e Pechino, usando il soft power, potrebbe avvicinarsi ulteriormente ad un fronte geopolitico su cui per anni ha preferito usare la carta della non-ingerenza.

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