IL MEDIO ORIENTE COME TEATRO DI CONTESA TRA STATI UNITI, CINA E RUSSIA

Credits: America's Presence in the Middle East Has Hardly Changed Under Trump | Foreign Affairs

Nell’ultimo ventennio il Medio Oriente ha subito una trasformazione radicale. Tra i cambiamenti di più grande rilievo geopolitico: il graduale ritiro degli Stati Uniti sostituiti da Cina e Russia.

Il Medio Oriente ha subito una trasformazione radicale nell’ultimo ventennio, acuitasi con l’inizio delle primavere arabe. La fragilità degli apparati statali e la porosità dei confini nazionali hanno spianato la strada al sorgere di conflitti dalla natura transnazionale. Ciò ha favorito le potenze regionali e internazionali, pronte a dar voce alle proprie aspirazioni geopolitiche. È in questo scenario che si colloca il contrasto per l’acquisizione di maggior peso nel Medio Oriente tra Stati Uniti, Cina e Russia. Un contrasto che, al giorno d’oggi, è ancora vivo. Il progressivo ritiro dalla regione annunciato da Biden, infatti, sembra lasciar spazio alle aspirazioni di Pechino e Mosca.

Gli Stati Uniti in Medio Oriente: verso il ritiro

La fine della seconda guerra mondiale ha inaugurato un ordine internazionale in cui gli Stati Uniti si ergevano da egemoni; in particolare, data la loro preminenza economica – gli introiti statunitensi ammontavano a circa il 60% del PIL mondiale.

Il peso statunitense è andato gradualmente aumentando anche in Medio Oriente, dove la lotta per l’espansione geopolitica – legata per lo più a interessi economici e alle risorse petrolifere dell’area – si svolgeva con la Francia e la Gran Bretagna, allora potenze coloniali.

Inizialmente Washington contava sull’appoggio dell’Iran e dell’Arabia Saudita, grazie alla strategia delle “Twin Pillars”. Per cui, Teheran e Riyadh, costituivano le roccaforti statunitensi in Medio Oriente, in chiave anti-sovietica.

Tuttavia, con la fine della guerra fredda e il crollo dell’Unione Sovietica c’è stato un maggior coinvolgimento statunitense sul campo. L’invasione sovietica dell’Afghanistan, infatti, e la rivoluzione islamica iraniana, minacce per un ordine regionale guidato dagli Stati Uniti, hanno spinto questi ultimi ad intervenire militarmente e concretizzare la propria presenza in Medio Oriente. Una tendenza in crescendo fino agli inizi del 2000, quando l’invasione dell’Iraq e la crescente insoddisfazione locale riguardo la politica statunitense nella regione hanno spinto Washington alla ritirata.

È, in particolare, con il Presidente Biden che si sta assistendo ad un effettivo ritiro statunitense dalla regione. L’amministrazione Biden ha, infatti, deciso il graduale ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, dall’Iraq e dalla Siria; ha, inoltre, interrotto il supporto militare e la fornitura di strumenti bellici ai diversi attori attivi in Medio Oriente – tra questi la coalizione guidata dall’Arabia Saudita protagonista del conflitto civile in Yemen.

Cina: tra accordi commerciali e diplomazia sanitaria

Il diminuito ruolo statunitense nella regione potrebbe essere rapidamente sostituito dalla Cina. Pechino gode, infatti, di una florida economia in crescita e di un considerevole soft power, amplificato da crescenti legami con i paesi del Medio Oriente nel settore della cultura e dell’educazione. Ciò ha ovviamente favorito la presenza cinese nell’area.

Il Covid-19 ha ulteriormente facilitato quest’espansione facendo da ponte tra la Cina e il Golfo tramite la “Health Silk Road”.  Infatti, se le teorie cospirazioniste riguardo le origini del virus abbiano costituito una consistente minaccia alla diplomazia sanitaria globale (intesa come forma di collaborazione e cooperazione per una risposta coordinata all’emergenza sanitaria), essa ha costituito, allo stesso tempo, un nuovo teatro per la competizione tra Pechino e Washington (considerando, in questo caso, la diplomazia sanitaria uno strumento volto al raggiungimento di obiettivi politici). 

È presumibile che le reali motivazioni alla base della cooperazione e degli aiuti forniti agli stati dell’area Mena da parte di Pechino siano legate alla volontà di promuovere un cambiamento degli ordini mondiali e presentarsi, dunque, come un leader a livello globale.

La Health Silk Road potrebbe essere considerata il braccio destro della originaria “via della seta”, di natura economica: la Belt and Road Initiative (BRI). Quest’ultima gioca un ruolo di fondamentale importanza nell’assicurare alla Cinauna considerevole espansione della propria influenza in Medio Oriente e Nord Africa.

Si tratta, infatti, di un progetto volto all’apertura di due corridoi infrastrutturali – uno marittimo Marimitime Silk Road (MSRI), e l’altro terrestre Silk Road Economic Belt (SREB) – volto al miglioramento della cooperazione tra i Paesi dell’Eurasia sulla falsariga delle antiche Vie della Seta. La centralità della Cina nel progetto di collegamento dell’Asia dell’Est all’Africa e all’Europa conferisce a Pechino un grande ruolo strategico. L’annuncio di tale iniziativa nel 2013 aveva confermato l’importanza strategica della regione Mediorientale per le ambizioni politiche internazionali cinesi. Così, la Repubblica popolare cinese grazie agli accordi di cooperazione della BRI è riuscita a presentarsi come un valido partner commerciale per i paesi dell’area Mena.

Russia e la consistente presenza militare in area Mena

La Russia, dal canto suo, ha cercato di espandere la propria presenza in Medio Oriente a partire dal 1970, quando l’intervento statunitense è riuscito a portar l’Egitto di Nasser fuori dalla sfera di influenza sovietica. 

Tuttavia, Mosca è riuscita ad avanzare soltanto negli ultimi 15 anni, favorita dalla crescita economica e dal graduale ritiro della controparte statunitense. Con l’interruzione della vendita di forniture militari all’Egitto da parte dell’amministrazione Obama, la Russia è corsa a soppiantare gli Stati Uniti. 

Analoga la situazione nel Kurdistan iracheno. Anche qui Mosca ha cercato di sfruttare il ritiro delle truppe statunitensi e il declino delle relazioni tra Stati Uniti e Governo Regionale del Kurdistan. 

Di non poco conto è il peso russo sulle coste meridionali del Mar Mediterraneo. Consistente è, infatti, la presenza russa in Libia. In questo contesto, Mosca intrattiene solidi rapporti con il generale Khalifa Haftar, da un lato, e, allo stesso tempo, gode di accordi petroliferi con il governo internazionalmente riconosciuto – controparte del generale nel conflitto.

Infine, importante prendere in considerazione la presenza russa in Siria dove l’intervento di Mosca ha avuto un’influenza di non poco rilievo nelle dinamiche del conflitto.

In sintesi, alla luce della consistente presenza militare nella regione, assieme agli accordi commerciali che Mosca intrattiene con le grandi potenze medio-orientali, permettono alla Russia di presentarsi come una possibile alternativa agli Stati Uniti.

Il Medio Oriente come teatro di contese geopolitiche: soft-power di Cina e Russia

Il recente ed effettivo ritiro della presenza di Washington dalla regione potrebbe, dunque, favorire ulteriormente le due potenze. Oltre agli accordi commerciali di cui dispongono e, soprattutto in caso russo, ai legami militari di cui godono, Mosca e Pechino possono contare sul proprio soft power: la Cina può confidare sulla percepita vicinanza culturale al Medio Oriente che fa da collante anche per gli accordi di natura commerciale; la Russia, dal canto suo, ha sapientemente sfruttato il settore dei mass media (Russia Today ha un servizio in lingua araba che si presenta tra i tre network di più grande rilievo in Medio Oriente, ossia Middle East, Al-Arabiya e Al-Jazeera). 

Questo breve excursus permette di mettere ben in evidenzia i cambiamenti che hanno interessato il Medio Oriente nel recente passato. Gli Stati Uniti, una volta potenza preponderante nell’area geografica in questione, sono al giorno d’oggi in ritirata; mentre Cina e Russia si presentano come alternativa.

Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’università degli studi di Napoli “L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la mia voglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire i miei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla prova e di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa, la macro-area di cui mi occupo nelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre, di confrontarmi con un ambiente giovanile ma allo stesso tempo stimolante.

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