L’EMBARGO CONTRO CUBA TRA VACCINI, TENSIONI E NUOVE APERTURE

L’embargo contro Cuba, conosciuto come el bloqueo, fu promosso dagli Stati Uniti a partire dal 1962. Nel 2014 Obama fu il primo a dichiarare l’intenzione di porvi fine. Dopo i molti passi indietro di Trump, ci si chiede se sarà Biden a imprimere una svolta decisiva alle relazioni tra i due Paesi. 

LA LUNGA STORIA DELL’EMBARGO

Gli scontri tra Stati Uniti e Cuba iniziarono nel lontano 1959 quando, al seguito della presa del potere di Fidel Castro, gli Stati Uniti persero il ruolo di primo partner commerciale del Paese. La riforma agraria varata il 17 maggio 1959 dal governo castrista imponeva la nazionalizzazione delle proprietà terriere e, come diretta conseguenza, numerosi espropri delle compagnie statunitensi. In risposta, il Presidente Eisenhoewer approvò il documento “A Program of Covert Actions Against the Castro Regime”, che aveva come obiettivo la creazione di un’opposizione al regime, la messa in atto di una forte propaganda anticastrista, il mantenimento di agenti statunitensi sull’isola e l’addestramento di una forza paramilitare.

Le nazionalizzazioni e gli espropri proseguirono in un clima di crescente tensione per tutto il 1960, anno in cui le relazioni tra l’Unione Sovietica e Cuba si consolidarono e svilupparono in senso miratamente antistatunitense. Il 6 luglio 1960 vennero soppresse le importazioni di zucchero negli Stati Uniti per volontà del governo americano. Nel mese di ottobre l’ambasciatore statunitense a Cuba veniva ritirato dal Paese. 

Furono queste le premesse storico-economiche che condussero all’Operazione Zapata che portò, sotto indicazione del Presidente Kennedy, allo sbarco della Baia dei Porci del 16 aprile 1961. È opinione diffusa che la fermezza dell’amministrazione statunitense nel voler percorrere quella direzione, condusse irrimediabilmente Cuba nell’area di influenza sovietica.

Fu poi il proclama 3447 del 7 febbraio 1962 a dare inizio al blocco economico contro Cuba, consacrando quello che di fatto è stato, ed è ancora oggi, un vero e proprio conflitto, combattuto in una veste che, all’epoca, era del tutto inedita per le grandi potenze emerse dal secondo conflitto mondiale. Ampliando le restrizioni già varate dalla presidenza Eisenhower, l’embargo fu imposto ad ogni tipo di scambio. Le ragioni che lo motivarono spaziavano dalle finalità commerciali a quelle ideologiche. Era stato lo stesso Kennedy, nel gennaio del 1962, al Meeting of Consultation of Ministers of Foreign Affairs dell’OAS, ad aver dichiarato il pericolo imminente “dell’offensiva comunista in America”.

È nell’ottobre del 1962, al seguito della scoperta statunitense di missili sovietici sul territorio cubano, che scoppiò la cosiddetta Crisi di Cuba, al termine del quale furono ulteriormente ampliate le restrizioni che proibivano il trasporto di merci statunitensi su navi stranieri che prevedessero delle tappe nei porti cubani. L’8 luglio 1963 venne varato, infine, il Cuban Assets Control Regulations, che proibì le esportazioni e le importazioni a Cuba, anche per conto di Stati terzi e che, ad eccezion fatta per le opere d’arte, congelò i patrimoni cubani imponendo il divieto assoluto di inviare rimesse a Cuba. 

La situazione si protrasse in modo sostanzialmente invariato fino al 1992, anno in cui fu varato il Cuban Democracy Act, che stabiliva i termini della cessazione dell’embargo. Tali termini prevedevano lo svolgimento di libere elezioni a seguito di modifiche costituzionali, il ripristino dei partiti di opposizione, il rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani, e l’instaurazione di un regime economico di libero scambio. 

Successivamente però, nel 1996, la legge Helms-Burton, ritenuta da molti illegittima perché violante il diritto di autodeterminazione, di libero scambio e non ingerenza, invertì la rotta segnata ad inizio anni ‘90, ed estese l’embargo alle organizzazioni internazionali e ai Paesi che avessero effettuato scambi con Cuba.

L’EMBARGO A PARTIRE DAGLI ANNI 2000

Il primo vero allentamento dell’embargo fu rappresentato dalla legge Trade Sanctions Reform and Export Enhancement Act del 2000, che eliminò le restrizioni ai beni agricoli e ai dispositivi medici, poi ulteriormente estesa, nel 2002, dall’iniziativa del Presidente Bush per una “Nuova Cuba”, volta al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione cubana. 

La prima presidenza statunitense che pose profondi mutamenti alla politica estera verso Cuba fu, però, quella di Obama. Il 13 aprile 2009 il Presidente revocò le restrizioni ai viaggi e alle rimesse, dichiarando che l’obiettivo cardine di tale azione sarebbe stato quello di rendere il popolo cubano “meno dipendente dal regima castrista”, azione cui seguì la richiesta di revoca dell’embargo da parte di Fidel Castro. Ulteriori estensioni furono apportate nel 2011 e nel 2015 furono liberalizzati scambi di tipo commerciale e per le telecomunicazioni. Nel 2016 Obama divenne il primo Presidente a recarsi a Cuba dalla rivoluzione castrista.

Nel frattempo anche le organizzazioni internazionali si esprimevano sull’embargo: la risoluzione 62/3 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2007 definì il blocco un atto afferente al reato di genocidio, considerandolo, di fatto, un atto di guerra. Nel 2011 l’Assemblea Generale chiese la cessazione dell’embargo con 187 voti a favore, posizione che fu ribadita 23 volte tra il 2011 e il 2014, anno della risoluzione 69/5 che richiese la fine del blocco.

In seguito allo scambio di prigionieri, i due Stati hanno dichiarato la volontà di riallacciare relazioni diplomatiche a partire dal 17 dicembre 2014. I grandi temi di cui si discute dal 2015 sono quelli delle restrizioni sui viaggi e dell’espansione del commercio, che per i beni agricoli frutterebbe milioni di dollari alle casse statunitensi. Le risorse cubane cui mirano gli Stati Uniti sono il cobalto e il nickel, il cui commercio comporterebbe ingenti benefici ad entrambi i Paesi. È evidente, quindi, il motivo per cui molte lobby economiche spingano affinché l’embargo cessi definitivamente.

La linea che il governo cubano sta dimostrando di voler seguire da qualche anno a questa parte, si dirige verso una maggiore penetrazione dell’economia globale attraverso l’attrazione di investitori esteri. Il calo del sostegno venezuelano all’economia cubana, avvenuto negli ultimi anni, ha aperto ulteriori scenari di profitto per l’economia statunitense.

Durante la campagna elettorale del 2016, Trump si era più volte dichiarato favorevole alla normalizzazione dei rapporti con Cuba, anche se, nel corso della sua presidenza, sono stati pochi i passi compiuti in questa direzione, mentre sono state molte le azioni promosse dalla Casa Bianca verso l’irrigidimento delle restrizioni. L’amministrazione Trump ha colpito, su tutto, i viaggi e le rimesse degli emigrati. Inoltre, il Segretario di Stato Mike Pompeo, aveva annoverato Cuba tra gli “Stati sponsor del terrorismo”, imprimendo un’ulteriore contrazione nelle relazioni tra i due Paesi. 

LE PROSPETTIVE

Il nuovo governo cubano, ora sotto la guida di Miguel Díaz-Canel, per la prima volta dopo decenni, non è più gestito direttamente dalla famiglia Castro. Il nuovo Presidente e Segretario del partito, sin dalla sua nomina, ha proceduto alla revisione della Costituzione e all’introduzione della proprietà privata sull’isola. Seguendo una  strada che per molti tratti ricorda la Glasnost’ di Michail Gorbačëv, Díaz-Canel sta lavorando ad una nuova ricetta economico-politica per il sistema socialista cubano. 

Nei primi di febbraio del 2021, il governo cubano ha annunciato la promozione di una radicale apertura al libero commercio e all’impresa privata. È probabile che l’azione sia stata incoraggiata dal drastico calo del turismo causato dalla pandemia, che ha gravato su un’economia nazionale già gravemente in difficoltà – ad eccezione della sanità, fiore all’occhiello dell’isola. A conferma del fatto che il vento potrebbe cambiare, il 17 aprile 2021, l’ex Presidente Raul Castro, nel corso del Congresso del Partito Comunista cubano, ha auspicato alla creazione di un dialogo “rispettoso” con gli Stati Uniti. Il 29 marzo 2021 invece, erano stati in migliaia a manifestare nelle strade cubane chiedendo la cessazione dell’embargo. 

Biden ha chiarito innumerevoli volte la sua intenzione di promuovere alleanze transnazionali. Cuba potrebbe essere una di quelle, complice il fatto che sempre più esuli ed emigrati cubani presenti negli Stati Uniti favorirebbero cospicui scambi economici tra i Paesi, anche se molti di essi, in netta contrapposizione con il governo cubano, non sono ancora propensi a promuovere aperture politiche. 

Per imprimere dei passi significativi alla ripresa di pacifiche relazioni, sarà necessaria la completa abolizione della legge Helms-Burton, per cui la formazione di una coalizione bipartisan nella politica statunitense rappresenterebbe uno sforzo indispensabile per l’abolizione completa dell’embargo, procedendo per fasi alla revisione legislativa statunitense in materia. Se le aperture economiche sono alquanto probabili nel medio-breve periodo, le questioni politiche potrebbero dover aspettare.

La presenza e predominanza della famiglia Castro e il mancato mutamento dell’ordinamento politico, potrebbero ritardare alcune delle riforme politiche e civili necessarie, affinché gli Stati Uniti possano aprire ad un reale dialogo con l’isola. Cuba è chiaramente in fondo alla lista di priorità dell’amministrazione Biden e molto probabilmente, anche il parere dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che il 23 giugno 2021 si esprimerà in merito alla cessazione dell’embargo statunitense, non imprimerà una svolta decisiva alla situazione. 

L’ARMA DEI VACCINI

La celebre sanità cubana potrebbe concludere ben più passi diplomatici di quelli percorsi dalla politica: si sta concludendo la sperimentazione dei vaccini Soberana 02 e Abdala, di completa produzione cubana. Se Cuba nel giro di poco tempo dovesse produrre un proprio vaccino, e riuscisse anche ad esportarlo in altri Paesi, riceverebbe il plauso di molti Stati. Difficilmente un simile atto potrebbe lasciare indifferenti gli Stati Uniti. 

È evidente come i vaccini, da soli, non bastino a sanare decennali avversità, ma essi potrebbero fornire un primo e concreto pretesto per riunire alcuni tavoli diplomatici con Paesi che, fino ad oggi, non avevano alcun interesse strategico nel promuovere relazioni con Cuba. Possedere un’arma tattica come i vaccini, per molti versi più forte di qualsiasi altra arma militare, può mettere nelle mani dei cubani una carta che, fino ad oggi, non avevano mai potuto giocare.

Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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