GLI STATI UNITI SI ESERCITANO IN NORD AFRICA PER MARCARE RUSSI, CINESI E TURCHI

Dal 17 maggio scorso, nelle acque del Mediterraneo, le forze armate di 13 nazioni (Tunisia, Algeria, Belgio, Egitto, Francia, Grecia, Italia, Libia, Malta, Mauritania, Marocco, Spagna e Stati Uniti) sono impegnate in esercitazioni marittime congiunte Phoenix Express.

Lo scopo di queste interazioni, che si concluderanno il 28 maggio, è migliorare la cooperazione regionale, la condivisione delle informazioni, le capacità operative, la risposta alle migrazioni clandestine, il contrasto ai traffici illeciti di armi e merci, l’interoperabilità tra le forze armate della regione e tra queste e quelle americane, la sicurezza marittima dell’ex Mare Nostrum.

Dove cinesi e russi stanno aumentando le loro esercitazioni navali congiunte avviate nel 2015 e dove proprio in questi giorni i turchi stanno compiendo una importante esercitazione navale (Sea Wolf 2021) tra Egeo e Mediterraneo orientale. Le forze navali statunitensi in Africa (NAVAF), incardinate nella Sesta Flotta della Us Navy, con sede a Napoli, sovraintendono l’intero spettro delle operazioni, che hanno il loro centro di controllo presso la base navale di La Goulette a Tunisi.

Il prossimo mese (7-18 giugno) sarà la volta dell’edizione 2021 di African Lion che si svolgerà in Tunisia, Marocco e Senegal e coinvolgerà 10.000 soldati della US Army Africa (che muoveranno da Vicenza) e circa 20.000 militari dei paesi partner. Gestita dal Comando Militare Africano (Africom), dall’ottobre 2020 fuso con il Comando Europeo (Eucom), essa costituirà la fase finale di Defender Europe e testimonia l’estensione dell’arco di contenimento russo, oramai teso dal Baltico al Mediterraneo, attraversando il Mar Nero. L’esercizio “Leone Africano” avrà ad oggetto simulazioni al combattimento contro una organizzazione paramilitare avversaria. Evidente la connessione con il teatro libico, dove sono presenti circa 2.000 mercenari del Wagner Group.

I perni nordafricani di queste esercitazioni sono Marocco ed Egitto, da cui controllare le valvole d’accesso al Mediterraneo, rispettivamente Gibilterra e Suez, punti di passaggio fondamentali delle rotte commerciali ed energetiche provenienti da Asia e Golfo Persico e dirette in Europa. In quest’area gli Usa devono contenere la penetrazione economica, energetica e militare di Russia e Cina.

Rabat e Il Cairo, al pari di Algeria (dove gli Usa hanno 2 basi militari) e Tunisia sono infatti profondamente legati alla Russia sul piano energetico (nucleare) e militare (acquisto di armamenti). Essi costituiscono inoltre importanti mete degli investimenti infrastrutturali cinesi nell’ambito della Belt&Road Initiative, tra i quali spiccano quelli nei porti di Tanger Med in Marocco e di Cherchell in Algeria, nel centro logistico di Huawei a Rabat, nel primo centro estero del sistema di navigazione satellitare Baidu a Tunisi.

Quest’ultima è inoltre legata politicamente e militarmente alla Turchia che, saldamente stanziata in Tripolitania, mantiene legami con il partito Ennahda, la locale componente della Fratellanza Islamica. Ankara ha anche fornitoall’ex protettorato francese droni Anka-S, veicoli antimina Kirpi e unità corazzate Ejder Yalçın.

Il Regno del Marocco è il più stabile o meno instabile paese dell’area maghrebina e detiene lo status di “major non-NATO ally” che consente benefici quali facilitazioni per la vendita di armi. Nell’ottobre 2020, gli Usa hanno stipulato con Rabat e Tunisi accordi di cooperazione militare decennali durante la visita dell’allora Segretario alla Difesa Mark Esper.

L’amministrazione Trump ha poi riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara occidentale in cambio della normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele. Scelta confermata da Joe Biden. Il Regno maghrebino rappresenta uno dei perni degli Usa per la sicurezza del Nord Africa e del Sahel (dove gli attentati terroristici sono aumentati del 250% tra 2018 e 2019 secondo l’ultimo Country Reports on Terrorism del Dipartimento di Stato Usa).

La Tunisia costituisce un altro cardine securitario importante per gli Usa (dalla base di Sidi Ahmed operano le forze speciali della Cia), che ne addestrano le forze armate attraverso la brigata di assistenza delle forze di sicurezza. Importanza testimoniata dalla visita dei generali Christopher Cavoli, comandante della US Army Europe and Africa, e Andrew Rohling, capo della Task Force per l’Europa meridionale. La prima uscita ufficiale in Nord Africa da parte di funzionari Usa dalla nomina di Joe Biden alla Casa Bianca 

L’approccio americano alla regione nordafricana e saheliana rimarrà prettamente securitario (esercitazioni congiunte, assistenza militare, antiterrorismo). Dunque strategico. Gli Usa rimangono la potenza esterna preminente in Nord Africa, mantenendo la loro presenza militare – la più cospicua del continente – attraverso truppe (7.500 soldati a disposizione di Africom, in gran parte dispiegati nella base di Camp Lemonnier a Gibuti) e installazioni militari dislocate in tutti i paesi del Maghreb. Da dove sorvegliare i movimenti di russi, cinesi e turchi. Con il contributo di italiani e francesi.

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