DIPLOMAZIA DEGLI OSTAGGI: TRA MULTILATERALISMO E COERCIZIONE – COME CAMBIA LA GRAMMATICA DIPLOMATICA

“The art of dealing with people in a sensitive and tactful way”. Questa è la definizione che viene fornita al termine “diplomazia”, così come si è sempre configurata.  Gli effetti della globalizzazione, l’erosione delle distanze e l’emergere di attori internazionali che adottano politiche ben lontane dal metodo democratico che l’Occidente ha pensato e fatto proprio, si riservano anche su quell’arte diplomatica, costretta a ripensare a se stessa e alle sue strategie.

Cambiano le strutture interne delle relazioni internazionali e, seppur la fase di dialogo e negoziato non viene meno, laddove le questioni non possono essere risolte facendo leva sul parametro economico, si è sempre più soliti attuare la nuova pratica della “diplomazia coercitiva”, oggi nella sua fase ascendente data la maggior velocità di circolazione d’informazioni. 

I recenti fatti di detenzione arbitraria alla luce di accuse dubbie, ha portato ad una nuova definizione di diplomazia, marcata da Washington come “diplomazia degli ostaggi”. Tornando indietro di qualche decennio, il primo esempio di questa nuova tattica è fornito dalla “crisi degli ostaggi” in Iran del 1979, durante la quale furono presi in ostaggio 52 membri del corpo diplomatico statunitense in servizio a Teheran, scaturita dalla crisi diplomatico-politica con gli USA.

I principi secolari di diritto internazionale, come l’inviolabilità delle sedi diplomatiche straniere e l’immunità diplomatica all’arresto, vennero messi in discussione, determinando un cambiamento nella grammatica diplomatica. L’accordo di Algeri del 1981 portò alla risoluzione della crisi e alla riaffermazione del principio di non ingerenza. Tuttavia, questo episodio fu solo il primo e probabilmente il più impattante, sia per la sua portata sia per il repentino avvio di una tecnica che si sarebbe rivelata nel tempo sempre più usuale. Infatti risale solo allo scorso novembre la scarcerazione di una ricercatrice britannico-australiana, accusata di spionaggio per conto di Israele, in cambio di tre prigionieri iraniani. 

L’Iran non è però l’unico Paese a discostarsi dalla diplomazia consuetudinaria. Generalmente, l’arresto di cittadini stranieri per sospetto di spionaggio o pericolo per l’ordine o la sicurezza pubblica avviene in numerosi Paesi a stampo autoritario o già noti per la violazione dei diritti umani. Tra il novero dei Paesi rientra, secondo il Foreign Policy, anche la Turchia, la cui politica estera si caratterizza recentemente come “hostage-taking”.

 Tra i veri episodi, che coinvolgono anche cittadini europei, la diplomazia degli ostaggi emerge particolarmente nelle relazioni tra USA e Turchia: il caso Andrew Brunson è una rappresentazione plastica di come cittadini stranieri vengano impiegati come merce di scambio secondo, nel caso specifico, la formula turca “a pastor for a pastor”, riferendosi alla consegna di Fethullah Gulel, uno dei più noti oppositori al governo di Ankara e residente in Pennsylvania, in cambio di Brunson. 

 Inoltre, il numero di cittadini stranieri detenuti arbitrariamente in Turchia è cresciuto notevolmente in seguito al fallimento del colpo di Stato del 2016, al fine di ottenere concessioni in sede negoziale con i Paesi occidentali. In più occasioni la diplomazia coercitiva è stata condannata attraverso mere proposte sanzionatorie, a cui segue oggi la proposta di creazione di un organismo preposto ad impedire ai Peasi di utilizzare i cittadini stranieri come leva diplomatica. Ciò che in parte sorprende è che tale proposta provenga dal Canada, un Paese che non ha frequentemente assunto il ruolo di protagonista nella scena internazionale e avviene in seguito alla dichiarazione del Presidente statunitense Joe Biden di voler tornare al multilateralismo.

L’interesse del Canada scaturisce dal comportamento “illegale ed immorale” della Cina che ha condotto all’arresto di due cittadini canadesi nel 2018 come reazione al fermo di un alto dirigente della Huaweii Technolgies, su richiesta degli Stati Uniti. Nonostante Pechino insista sull’inesistenza di legame tra i due eventi, il Dipartimento di Stato canadese ha definito l’uso della coercizione un evidente strumento politico. A sostegno di questa tesi si collocherebbero anche altri episodi di detenzione arbitraria in Cina, in particolare in seguito all’inasprimento della crisi diplomatica tra Canberra e Pechino che vedrebbe un numero crescente di cittadini australiani detenuti in Cina con accusa di crimine contro la sicurezza dello Stato. 

Tale configurazione di relazioni internazionali crea diffidenza e rappresenta un ostacolo al multilateralismo, ma d’altro canto l’iniziativa canadese rappresenterebbe una soluzione efficace o rischierebbe di creare un fronte e dividere, ancora una volta, il mondo in due? I regimi autoritari abbondano e la legge del più forte è quella più comunemente adottata: non si tratterebbe dunque dell’ennesima dimostrazione etica volontaria e come tale vincolante solo per i soggetti che decidono di farvi parte?

Al netto dei fatti, la Comunità Internazionale appare certamente debole, incapace di impedire il propagarsi di questi meccanismi. Il nodo principale è l’assenza di un’autorità riconosciuta da tutti e che dia spazio ad una multilateralità che metta in discussione, prima di tutto, il principio di veto, al fine di disconoscere la stessa supremazia del più forte. Il Canada è il primo Paese a suggerire la creazione di un organismo ad hoc, il cui rischio è però quello che le sanzioni colpiscano le popolazioni, già stremate e, solo in misura minore, i governi, innescando un meccanismo di azione-reazione.

Vi è la necessità di un’elaborazione di linee guida, prima che di un organismo, per tracciare un percorso che scoraggi questa pratica, che abbandoni l’idea di una spartizione del mondo e che si orienti verso un’inclusività secondo il binomio efficacia-efficienza.  Si tratta di comprendere fino in fondo le situazioni economiche, sociali e istituzionali per temperare una politica che oscilla tra una diplomazia che ha perso o sta perdendo la sua forza ed una guerra che nessuno vorrebbe.[1]


[1] La diplomazia degli ostaggi, Nessun luogo è lontano, 27 novembre 2020, reperibile al sito: https://www.radio24.ilsole24ore.com/programmi/luogo-lontano/puntata/trasmissione-27-novembre-2020-160332-ADz3e24

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