UE-CINA: TENSIONE TRA DIRITTI UMANI E INTERESSI ECONOMICI

Erettosi a difensore dei diritti umani, il Parlamento europeo ha decretato il fallimento dell’Accordo sugli investimenti esteri (CAI), stipulato dall’Unione europea con la Cina nel dicembre 2020, dopo sette anni di negoziati. Una diretta conseguenza sarà il forte ridimensionamento delle relazioni politico-economiche tra i due attori, penalizzando de facto le aziende europee.

L’Accordo sugli investimenti esteri (CAI) puntava a consolidare e approfondire le relazioni commerciali tra Bruxelles e Pechino, in particolare, nel perseguimento di un regime di reciprocità nel mercato globale. Le imprese cinesi avrebbero avuto libero accesso al mercato unico e le imprese europee sarebbero state facilitate nell’ingresso in settori cinesi difficilmente accessibili, come la manifattura, l’ingegneria, la contabilità e le telecomunicazioni.

Come precedentemente commentato in una mia analisi , le ripetute repressioni delle libertà fondamentali commesse da funzionari e istituti cinesi, a danno della minoranza uigura dello Xinjiang, hanno spinto l’UE a dare esecuzione al regolamento che prevede l’introduzione di misure restrittive nei confronti dei responsabili di gravi violazioni e abusi dei diritti umani. Alle sanzioni europee ed occidentali contro dei funzionari cinesi, la RPC ha risposto sanzionando importanti politici, accademici e istituzioni europee.

Ad oggi, non sussistono più le condizioni favorevoli alla conclusione di un accordo di libero scambio tra Pechino e Bruxelles. Il Parlamento europeo, in una recente risoluzione, ha deciso di sospendere l’iter di ratifica dell’Accordo sugli investimenti, se la Cina non revocherà le sanzioni imposte agli eurodeputati, studiosi, think thank e istituzioni europee che avevano in precedenza condannato le violazioni dei diritti uiguri. Aggravando i rapporti, il Parlamento europeo ha dichiarato che le controsanzioni cinesi rappresentano l’inizio di una minaccia totalitaria da parte della Cina che mira a indebolire l’intera categoria dei diritti umani a livello internazionale. Tale dichiarazione verrà sicuramente letta come un’offesa dalla RPC, che intensificherà gli sforzi per porre fine a qualsiasi possibilità di conclusione positiva dell’Accordo.

UE dipendente dalla Cina? 

Gli eventi dello scorso anno hanno esposto l’economia dell’UE a uno shock senza precedenti, causato non solo dalle misure nazionali di sanità pubblica adottate per limitare i contatti sociali ma anche dall’introduzione unilaterale di una serie di restrizioni alla libera circolazione delle merci e dei lavoratori da parte degli Stati membri. Ciò non solo ha limitato la capacità delle imprese di fornire i propri beni e servizi, ma ha anche comportato gravi interruzioni della catena di approvvigionamento.

Secondo il rapporto annuale sul mercato unico (2021), l’UE deve affrontare seri problemi di resilienza della sua industria di energie intensive, fondamentale per vari settori dell’economia e per la transizione verde e digitale di cui l’Unione si è fatta promotrice.

Parte di questi problemi sono legati, in particolar modo, al fatto che la Cina controlla oltre il 50% della produzione globale di un certo numero delle materie prime critiche necessarie per la strategia industriale ed energetica europea. Come sostenuto in una precedente analisi, la RPC negli ultimi anni ha messo in atto un processo di radicale innovazione in ampi settori industriali strategici, con l’intento di impadronirsi del potere di iniziativa nella concorrenza e nello sviluppo, così da garantire la propria sicurezza economica[1]. Ad oggi, è sulla buona strada per aumentare ulteriormente la sua quota nel mercato globale, mettendo a rischio la sopravvivenza delle piccole e medie imprese del settore.

Implicazioni derivanti dalla sospensione del CAI

L’Accordo sugli investimenti esteri (CAI) avrebbe consentito l’apertura dei rispettivi mercati alle merci dei due partner commerciali, sulla base di un principio di parità concorrenziale. Per la Cina, i vantaggi erano prevalentemente di carattere geopolitico perché si sarebbero distesi i complicati rapporti con l’Occidente e le sue economie. Di contro, i vantaggi per l’Unione europea erano legati alla vasta la portata dei flussi commerciali e di investimento conseguenti l’Accordo – soprattutto perché l’unica economia a essere cresciuta nel periodo di crisi pandemica è stata quella cinese.

Secondo le statistiche Eurostat, a dicembre del 2020 il volume degli scambi tra UE e Cina si è assestato a 587 miliardi di euro circa, con un aumento delle esportazioni del 2,2% e delle importazioni del 5,6% rispetto al 2019. In questo contesto economico, il CAI avrebbe rafforzato la cooperazione economica, perseguendo l’obiettivo di istituire un regime di reciprocità tra i due attori economici che avrebbe comportato un sostanziale aumento dei flussi economici in entrata e in uscita. Leggendo gli eventi da questa prospettica, il fallimento dell’Accordo produrrà perdite gravose, in particolare, per l’Unione europea.

È evidente che, al momento, il Parlamento europeo con la sua decisione stia sacrificando gli interessi economici regionali e le possibilità di sviluppo delle imprese europee. Tale considerazione è confermata dal fatto che finora sono stati i marchi europei e occidentali a fare le spese di questa rappresaglia sino-europea. In particolare, i marchi di H&M, Nike e Burberry sono già stati oggetto di boicottaggio sui social media e sulle piattaforme e-commerce cinesi per aver sostenuto di non voler più approvvigionarsi del cotone prodotto nello Xinjiang, tramite lavoro uiguro.

Se l’UE è fortemente dipendente a livello tecnologico e industriale dall’approvvigionamento presso Paesi terzi, in particolare dalla Cina, la mancata apertura al commercio e agli investimenti mineranno i punti di forza del più grande mercato unico, ovvero essere fonte di crescita e resilienza dell’intera Unione.

La perdita di quote di mercato solleverà anche importanti preoccupazioni riguardo la competitività dell’Unione, costretta a veder ridimensionata la propria posizione sul piano mondiale e a scendere a patti con altre economie per ottenere le materie prime strategiche per la maggior parte dei suoi ecosistemi industriali, per la transizione verde e digitale e la stessa resilienza del mercato unico.

Gli accordi di libero scambio sono fondamentali per sviluppare l’industria e per garantire un migliore accesso ai mercati dei partner commerciali. Se l’Accordo sugli investimenti esteri con la Cina rientrava in tale piano europeo, con il prospettarsi della sua sospensione, è chiaro che l’UE deve rivedere la propria strategia.

Per ovviare all’ingente perdita di guadagni che si prospetta dal fallimento dell’Accordo, sembrerebbe che l’Unione si stia dotando di una serie di normative volte al rafforzamento del mercato interno e alla riduzione della sua dipendenza rispetto all’approvvigionamento presso Paesi terzi. In quest’ottica, l’UE sta cercando di aprirsi a nuove possibilità di affari, attraverso alleanze collaterali e catene di approvvigionamento diversificate che possano supplire la mancanza di determinate materie o sostituirle.

Erettasi a paladina del rispetto e della tutela dei diritti umani, l’Unione europea sta cercando di risolvere l’eterno dilemma del rispetto dei diritti umani che dovrebbe imporsi egualmente all’intera società internazionale, ma che di fatto viene messo in secondo piano se ci sono specifici interessi economico-politici in gioco.

In altre parole, se solitamente il rispetto dei diritti umani assume un’importanza minore rispetto agli interessi economici, ad oggi l’UE prova a mettere al primo posto i diritti umani, sviluppando una serie di normative che possano risolvere gli effetti collaterali, rafforzando il mercato interno e riducendo la sua dipendenza rispetto all’approvvigionamento presso Paesi terzi.


[1] Cfr. Alessandro Aresu, Le potenze del capitalismo politico, La nave di Teseo, 2020

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