TERRORISMO IN FRANCIA: TRA STRATEGIA NAZIONALE ED EUROPEA PER COMBATTERLO

Negli ultimi anni, la gran parte degli attentati terroristici di matrice islamica in Europa ha avuto come epicentro la Francia, rendendola il paese europeo più colpito. Capire le ragioni di questa concentrazione nel territorio francese piuttosto che in un altro è necessario, affinché si possa elaborare una difensiva adeguata al fenomeno terroristico da contrastare. In questo caso, l’UE potrebbe giocare un ruolo importante nella coordinazione e cooperazione della sicurezza tra i vari Stati Membri. Tuttavia, nonostante il generale consenso riguardo a tale misura, ci sono dei limiti giuridici e legislativi che non possono essere superati.

Il terrorismo in Francia

Negli ultimi mesi la Francia torna a fare i conti con la minaccia terroristica, a seguito dell’aggressione di un’agente di polizia a Rambouillet. Questo episodio è costato la vita ad una poliziotta per mano di un uomo estremista. La minaccia terroristica in Francia non è certamente recente, infatti il Paese registra circa trenta attentati dall’inizio del 2000 ad oggi. Attualmente, la Francia risulta essere il paese europeo più soggetto ad attacchi terroristici di matrice islamica.

A tal proposito, lo Stato francese ribadisce fortemente il proprio impegno verso una maggiore regolamentazione in materia di sicurezza interna ed esterna, al fine di tutelare i propri cittadini da nuovi attentati sul territorio. La Francia ha definito in Livre blanc sur la défense et la sécurité nationale de 2013 il terrorismo come “una modalità di azione a cui ricorrono gli avversari che si liberano dalle regole della guerra convenzionale per compensare l’insufficienza dei loro mezzi e raggiungere i loro obiettivi politici.” Inoltre, lo stesso documento sottolinea come la scelta delle vittime sia puramente casuale, dal momento che il suo intento è quello di “sfruttare gli effetti che la sua brutale eruzione produce sull’opinione pubblica per costringere i governi.”

Ormai da anni, il Governo francese si impegna a contrastare attivamente la minaccia terroristica, fortemente presente nel territorio; tuttavia, la costante evoluzione di tale fenomeno rende difficile l’efficienza delle misure adottate per contrastarlo. Dal 2015, l’intensificazione degli attacchi terroristici in Francia, per mano di reti jihadiste, ha suscitato clamore a livello mediatico e da parte dell’opinione pubblica, alimentando anche la stigmatizzazione della religione musulmana, erroneamente collegata ai fondamentalisti islamici autori degli attacchi. 

Perché proprio la Francia?

L’attentato alla sede di Charlie Hebdo nel 2015 è stato solo uno dei primi di lunga lista di attentati terroristici sul territorio francese. Sebbene già in precedenza la Francia era entrata nel mirino dei fondamentalisti islamici, quell’episodio ha rappresentato il punto di partenza di attacchi sempre più ravvicinati che mettono in pericolo la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini. 

Le cause della spietatezza verso il territorio francese sono state ricercate in vari fattori che collegano, anche se in maniera trasversale, la Francia con lo Stato Islamico. Una prima possibile ragione di implacabilità può derivare dal ruolo cruciale svolto dal Paese nel garantire il suo impegno militare in diversi territori. In particolare, è bene ricordare le costanti attività dell’esercito francese nei paesi islamici: l’intervento in Libia a fianco della NATO nel 2011, per sovvertire il governo Gheddafi o anche l’attivismo svolto nel bombardamento dello Stato Islamico in Siria del 2015, ordinato da François Hollande. Il forte interventismo dell’esercito francese in questi territori non è di certo passato inosservato ai fondamentalisti islamici che, non hanno certamente gradito questa presenza, per loro ingombrante. Lo confermano i tragici eventi recenti, dove tale pretesto è stato usato per rivendicare i loro attacchi terroristici, come successo nel 2015 con i terroristi del Bataclan. 

Un’altra ipotesi che potrebbe spiegare i numerosi attacchi in Francia è la posizione goduta dal paese come destinazione di molti flussi migratori da paesi prevalentemente islamici, come Algeria, Tunisia e Marocco, ospitando quindi un alto numero di persone prevalente di religione mussulmana. Attualmente, la Francia conta circa 5 milioni di mussulmani nel suo territorio: questa parte di popolazione immigrata assume un ruolo marginale nel tessuto sociale ed economico del Paese, vista da alcuni studiosi come un pool di reclutamento per i jihadisti.

A tal proposito, Xavier Crettiez, professore di scienze politiche all’Università di Versailles Saint-Quentin-en-Yvelines sostiene che “Il discorso jihadista può trovare un’eco in alcuni che hanno una vita miserabile. Per coloro che non ci riescono, diventare improvvisamente il soldato di Allah non è niente quando non sei molto nella vita comune.”. Tuttavia, i dati smentiscono questa presunzione, dimostrando che del numero di musulmani presenti nel territorio francese, solo il 22-23% ha origini straniere. Ne consegue che la relazione tra flussi migratori di religione musulmana in Francia e attacchi terroristici in Francia non è sufficientemente forte da spiegare come la minaccia terroristica sia maggiormente presente in Francia, piuttosto che in altri paesi. 

D’altro canto, questo dato contribuisce a stemperare i pregiudizi verso questa minoranza religiosa, spesso vittima di ingiustificate accuse, solamente perché ricollegata alle organizzazioni terroristiche di stampo radicale. Ciò a cui dovrebbe essere prestare l’attenzione è “dogma della laicità” che caratterizza lo Stato francese: in ambito sociale che politico, la Francia prende sempre più le distanze dalla sfera religiosa, diventando progressivamente meno incline all’inclusione delle minoranze in tali contesti. Secondo Farhad Khosrokhavar, direttore degli studi presso la School of Advanced Studies in Social Sciences, questo aspetto del Paese non è di per sé una causa valida, quanto più un aggravante per i fondamentalisti islamici.

Inoltre, negli ultimi anni le varie restrizioni al velo e l’umorismo fatto sulla religione musulmana dai vari giornali di satira francesi non hanno fatto altro che alimentare questa grande frustrazione da parte dei credenti, i quali si sono sentiti umiliati dal proprio territorio che li avrebbe invece dovuti includere. A tal proposito, ha fatto discutere non poco il disegno di legge sul separatismo religiosovolto a consolidare i principi repubblicani in Francia. L’idea alla base è quello di regolamentare ulteriormente in materia di neutralità del servizio pubblico e controllo dei finanziamenti ad associazioni religiose e organizzazioni, come quelle di stampo radicale terroristico.

Tuttavia, questo disegno di legge è apparso più una misura politica, volta all’inasprimento verso l’islamismo radicale: lo dimostra il dibattito acceso al divieto dell’indossare il velo per le donne musulmane in alcuni luoghi pubblici ritenuti “inappropriati”, come negli eventi sportivi nazionali o per le donne che accompagnano i propri figli nelle gite scolastiche. L’approvazione di questa legge contribuirebbe a consolidare il dogma della laicità in Francia, contro cui invece il Paese dovrebbe scendere a compromessi verso una sua espressione più moderata, secondo quanto affermato da Farhad Khosrokhavar, direttore degli studi presso la School of Advanced Studies in Social Sciences.

Difatti, la nuova legge accentuerebbe un’ulteriore frattura con la minoranza mussulmana all’interno del Paese, viste le numerose restrizioni verso questi credenti. Le misure previste nella nuova legge rendono l’idea di come la minoranza mussulmana sia fortemente stigmatizzata nel paese, rispecchiando questo aspetto nell’ambito politico.

Verso un sistema di sicurezza europeo

Le ipotesi sulle cause che spingono i fondamentalisti islamici a non dare tregua al territorio francese sono diverse e fanno emergere una latente esclusività della minoranza musulmana, alimentata da stereotipi e pregiudizi. Nonostante ciò, lo Stato è pronto a lottare contro tale minaccia affinché possa essere affrontata con i mezzi e nella misura più adeguati. 

A seguito dell’attentato di Nizza del luglio 2020, l’impegno verso un sistema di sicurezza interna ed esterna nel Paese è notevolmente cresciuto. A livello nazionale, le misure più recenti hanno riguardato l’irrigidimento dei controlli alle frontiere e l’invito del Presidente Macron a rafforzare le misure di sicurezza anche negli altri Stati Europei. Tuttavia, queste restrizioni non sono evidentemente sufficienti per anticiparne un possibile attacco e prevenirne le conseguenze.

Come anticipato, il terrorismo è un fenomeno in continua evoluzione e di conseguenza tende a mutare in funzione delle sempre più sofisticate misure di sicurezza nazionali da aggirare. In ambito UE, diversi provvedimenti sono state messi in atto, tra cui il rafforzamento delle misure sulla sicurezza e l’approvazione di un nuovo regolamento in materia di contenuti terroristici online. Tuttavia, ogni Stato Membro mantiene una sovranità in materia di sicurezza interna ed esterna: non esiste una centrale di controllo generale in cui le decisioni tra tutti Stati Membri possano essere prese e immediatamente eseguite a livello europeo.

Al riguardo, alcune agenzie sono state istituite, come l’Europol, per la cooperazione delle forze di polizia nazionali) o l’Eurojest, per la cooperazione in ambito di giustizia penale. Tuttavia, queste agenzie non operano attivamente sono limitate alla cooperazione e coordinazione tra i vari Stati Membri. Questo ne consegue varie limitazioni sul piano della prevenzione di probabili attentati, ostacolando anche una più diretta coordinazione e cooperazione tra i vari Stati parti dell’Unione. Di conseguenza, i gruppi criminali di aggirare le differenti legislazioni dei Paesi europei dai quali si spostano, sfruttando l’assenza di un sistema di sicurezza europeo che possa contrastare tempestivamente i loro attacchi.

Questo fa emergere l’urgenza di un “saut fédéral verso una cooperazione più efficiente e rapida, in grado di contrastare in modo effettivo la minaccia terroristica, sempre più presente sul territorio europeo. Sebbene l’armonizzazione dei mezzi e istituzioni adeguati alla lotta contro il terrorismo potrebbe rivelarsi una modalità valida, tali competenze rientrano tra quelle “concorrenti” (art. 4, par. 2, TFUE), dove entrambe le parti, Stato Membro e Unione, possono legiferare e adottare atti giuridicamente vincolanti in materia.

L’idea di un sistema di sicurezza europea che possa portare ad un contrasto effettivo della minaccia terroristica sembra essere una buona idea per gli Stati Membri dell’Unione. Primo tra questi è la Francia che si dice pronta lottare con ogni mezzo che possa essere adeguato. Tuttavia, nel concreto non sarà facile convincere tutti gli Stati parti dell’UE a dover cedere una parte della loro sovranità in materia in vista del bene e della sicurezza comune.

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