LE ELEZIONI PRESIDENZIALI UZBEKE: UN RITORNO AL PASSATO?

Le elezioni politiche sono un tema molto delicato per i paesi dell’Asia Centrale. Caratterizzati da strutture politiche fragili e poco liberali, i governi degli “stan” non si distinguono certo per trasparenza o lotta alla corruzione. 

Per questo motivo, grande attenzione da parte degli osservatori regionali è stata posta sulle imminenti elezioni presidenziali in Uzbekistan, che avranno luogo ad ottobre. All’inizio del 2021, nessun candidato si era ancora presentato, palesando come il clima politico di apparente riforma e apertura non sia ancora pronto ad ospitare un’elezione democratica vera e propria. 

Tale affermazione è confermata da quanto successo la scorsa settimana, ossia il rifiuto da parte del Ministero della giustizia uzbeko della registrazione del partito di opposizione alle elezioni presidenziali.

L’Uzbekistan dopo la caduta dell’URSS

Nel 1989, con la caduta dell’URSS, l’Uzbekistan ha visto la salita al potere di Islam Karimov. Come accaduto in molti territori post-sovietici, anche in questo caso il leader faceva parte del Partito Comunista e ha da subito instaurato un governo spiccatamente autoritario e centralizzato sotto il suo Partito Popolare Democratico Uzbeko. Seguendo le modalità del PC sovietico, tra le diverse limitazioni alle libertà personali, di stampa e politiche, è stata instaurato anche un divieto alla libertà religiosa ed in particolare all’Islam.

Il paese, che a differenza del vicino Kazakhstan non possiede ricche risorse minerarie che possano attrarre investimenti stranieri, ha economicamente molto sofferto a causa delle limitazioni governative imposte, che hanno contribuito ad una grande diffusione della povertà e del degrado urbano e ambientale. Questa situazione ha conseguentemente portato all’insorgere di un sentimento comune di insofferenza popolare nei confronti degli apparati governativi, che si è manifestata in diversi momenti anche sotto forma di terrorismo di carattere religioso, attuato da gruppi di estremisti islamici. 

Tashkent, capitale uzbeka situata nel nord-est del paese al confine con il Kazakhstan, ha subito infatti molti episodi terroristici, ed in particolare nel 1999 e nel 2004, che hanno causato numerosi morti e feriti. Gli obiettivi erano sempre edifici governativi, la sede della banca nazionale e alcune ambasciate.

Questi eventi hanno caratterizzato il rigido controllo da parte di Karimov del paese, il quale ha imposto rigore attraverso un uso strumentale della polizia e dell’esercito, instaurando anche un coprifuoco notturno. Queste azioni hanno attirato l’attenzione negativa della comunità internazionale, a causa delle diverse violazioni dei diritti umani attuate dal governo di Karimov, che ha nonostante ciò controllato il paese per più di 25 anni. 

L’anno del cambiamento: il 2016

Cinque anni fa, c’è stata una grande svolta a livello politico in Uzbekistan: a settembre del 2016, infatti, Islam Karimov è morto, contribuendo così al ritorno delle speranze per quanto riguarda una riforma in chiave democratica del governo del paese. A prendere le redini dell’Uzbekistan è stato Shavkat Mirziyoyev, già Primo Ministro, eletto presidente nel dicembre dello stesso anno ottenendo quasi il 90% dei voti. 

Da subito, Mirziyoyev si è distinto dal suo predecessore per un’attitudine riformista e di apertura nei confronti della comunità internazionale: oltre a ridurre il controllo militare del paese e la repressione generale politica e civile, ha implementato le politiche turistiche agevolando le procedure per ottenere visti di ingresso e la promozione delle bellezze storiche e ambientali del paese, ed in particolare della regione di Samarcanda.

La comunità internazionale e gli osservatori regionali hanno molto ben accolto questo cambio politico, evidenziando come dal 2016 l’Uzbekistan si sia mosso in modo positivo verso una forma di governo sempre più democratica e meno oppressiva, con crescenti speranze anche da parte della popolazione locale nei confronti del proprio governo. 

Le elezioni presidenziali a ottobre 2021

Tuttavia, nel corso dell’ultima settimana, stanno ricominciando a sorgere alcuni dubbi nei confronti dell’attitudine alle opposizioni da parte dell’attuale governo. Infatti, “despite a five-year reform mantra, the political space remains heavily circumscribed. It seems increasingly unlikely that the October vote will feature any genuine competition.” 

Il partito d’opposizione social-democratico “Verità e Sviluppo” guidato da Khidirnazar Allaqulov, è stato infatti rifiutato dal Ministero di giustizia del paese, nonostante avesse raggiunto da tempo il numero necessario di firme per potersi registrare. Stando ad Allaqulov, già da tempo il suo partito e lui personalmente stanno ricevendo minacce e intimidazioni, affinchè non si presentino alle elezioni.  

Anche a livello mediatico, il nuovo partito sta venendo ostacolato in diversi modi, come ad esempio il blocco dei canali Youtube che avevano condiviso le interviste fatte ad Allaqulov in merito a “Verità e Sviluppo”. 

Tali azioni di controllo elettorale giungono in netto contrasto con l’atteggiamento riformista e democratico assunto dal governo di Mirziyoyev fino a questo momento. Le limitazioni alle libertà politiche e individuali, quali la negazione della formazione di un partito d’opposizione come quello proposto da Allaqulov e il blocco dei media che lo supportano, ricorda in modo negativo al popolo uzbeko il governo precedente e il rischio che il sistema elettorale sia democratico solo in apparenza. 

Basterà quindi il giudizio della comunità internazionale a sventare le ennesime elezioni fasulle in Asia Centrale, o sarà questa occasione per la società uzbeka, come successe nel 2019 in Kazakhstan, per dare inizio a una serie di proteste attive contro il governo? 

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