CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO O GUERRA COLONIALE IN PALESTINA?

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Le parole sono importanti e mai come in questo “conflitto” i mass media  hanno fortemente contribuito ad identificare in modo sbagliato una situazione  che si protrae da ormai troppo e la cui unica soluzione, se la si vuole vedere,  risiede proprio nel dare la denotazione giusta ad un problema che altrimenti  non potrebbe essere risolto.

Se ci soffermassimo a pensare solo per un minuto che la tregua tra Israele e Palestina, iniziata ufficialmente da tre giorni, possa avere qualche effetto in più rispetto alle tante altre che l’hanno preceduta negli ultimi 70 anni, allora vorrebbe dire che della questione palestinese non solo non abbiamo capito niente, ma non abbiamo voluto vedere altro che non fosse quello che ci hanno presentato i media negli ultimi 15 giorni, o negli ultimi 30 anni. 

Iniziando dalla problematica dell’utilizzo delle parole utilizzate sui social, in televisione e nelle testate giornalistiche, parlare di “conflitto Arabo-Israeliano” già di per sé rende male l’idea di quello che sta succedendo. Chi non conosce i fatti sarebbe portato a pensare che, come in ogni conflitto, ci sono due parti e che queste parti, è chiaro, siano gli arabi e gli israliani. È scorretto per due motivi. 

Il primo è che in Palestina, a Gerusalemme, culla delle religioni monoteiste non ci sono solo gli arabi. Quindi il conflitto è sicuramente anche religioso, ma non solo religioso. 

Il secondo, forse ancora più importante, è che i palestinesi e gli israeliani non sono parti eque di un conflitto in cui si attacca e si risponde. Israele attacca, la Palestina risponde; ed anche quando la Palestina attacca, come in questo caso, ormai è sempre una risposta. 

A nessuno verrebbe chiesto di non difendersi, anzi, agli israeliani è stato intimato di farlo come se davvero fossero le vittime in questa situazione. A nessuno verrebbe imputato un crimine di guerra per aver difeso la propria popolazione. A nessuno, tranne che, indirettamente, ai palestinesi.  Potremmo pensare che essendo Hamas considerato un’organizzazione terroristica, i palestinesi siano stati svantaggiati dai loro stessi promotori. Ma così non è. Israele ha soldi, ha le armi, ha il potere. 

Nessuno è con o contro la Palestina, perché la comunità internazionale è con o contro Israele.  Poco importa se – di conseguenza – stare dalla parte di Israele, che “ha diritto di difendersi”, significhi schierarsi, ancora, contro la Palestina.  E poco importa se schierarsi contro la Palestina significhi continuare a contribuire, ancora, ad una guerra che solo gli sciocchi penserebbero essere estinta dopo quest’ultima, ennesima tregua.

Né gli iraniani, né gli americani (se comunque ci provassero) né tantomeno gli europei riusciranno a fermare la logica sionista alla base della piramide di cause di questa guerra. Non è possibile fermare una disputa, un conflitto, tantomeno una guerra coloniale se non si eliminano le cause che la scatenano.  Ebbene, per Israele andrebbe eliminata la striscia di Gaza, magari anche il West Bank. 

Per Israele, che da decenni si fa promotore di una politica di apartheid ed annessione territoriale, l’unica soluzione al “problema” sarebbe la pulizia etnica di territori che non gli spettano, l’annientamento dei diritti di persone che crede essere di sua proprietà e la devastazione di territori che saranno fruttuosi solo quando verranno liberati dal “nemico”. 

D’altro canto Hamas, quale gruppo estremista e fondamentalista, pone la popolazione che vorrebbe e dovrebbe difendere in condizione di dover abbandonare le proprie terre per sopravvivere, seguendo una linea di difesa opinabile e talvolta altrettanto condannabile.

Ma va sempre sottolineato, ed è importante, che qualsivoglia strategia estremista, violenta ed “intrusiva” attuata da Hamas non sarà mai all’altezza delle politiche israeliane, per una palese e reale disparità di risorse economiche, militari, strutturali. L’abbandono da parte di Tel Aviv del sionismo che contraddistingue tutte le sue mosse sarebbe forse l’unica vera arma in grado di porre fine ad un conflitto così radicato, duraturo, impossibile ormai da superare tramite accordi, tregue o strette di mano. 

Prospettiva ben lontana se si pensa che ad ora non sono neanche unanimi le voci di condanna nei confronti di Israele e delle sue politiche. E quindi ci si domanda sempre perché. Perché il Sudafrica venne condannato, isolato, ottenendo la fine di una politica brutale come l’aprtheid e la Turchia è stata “condannata” a non poter entrare nell’Unione Europea a causa delle politiche corrotte e dei valori della Comunità, troppo incompatibili con quelli di Istanbul, mentre per Israele ci si limita, a volte ed a gruppi alterni, ad esprimere una semplice “opinione” di disappunto, un disaccordo, una “condanna” più personale che politica, internazionale, ferma che possa produrre effetti più importanti della semplice presa di posizione di un singolo?

Di certo il Sudafrica non aveva allora il valore che Israele ha oggi e contenere Erdoğan, per quanto giusto che sia, è ormai una mossa piuttosto popolare nella comunità internazionale.Quindi perché, proprio dal Presidente turco, promotore delle stesse atrocità e delle stesse politiche di sopruso e pulizia etnica nei confronti del popolo curdo, devono arrivare le critiche più aspre ad Israele? Tralasciando l’illegittimità della Turchia di poter anche solo esprimere un parere in una situazione che essa stessa porta avanti da anni, davvero ci sentiremmo di criticare le accuse mosse da Erdoğan? 

La forte somiglianza tra la situazione del popolo palestinese e quella del popolo curdo, la misura che hanno raggiunto e il numero di anni da cui vanno avanti senza soluzione sono tutte variabili che fanno capire quanta strada dovremo fare perché ci sia una vera, ultima, duratura tregua in Palestina, nonché l’importanza di trovare una soluzione per il benessere in primis di questi popoli ma anche dei loro vicini.

Il popolo palestinese ha intrapreso un movimento di resistenza che non verrà più messo in pausa con le solite promesse mai mantenute. È ora di far valere i propri diritti, è ora che la comunità internazionale smetta di pensare a cosa può guadagnare da questa guerra e smetta di considerarla come un freno per la realizzazione di un Israele più forte. 

La politica, l’economia, gli interessi bi e multilaterali che sottostanno a situazioni come quella in oggetto non possono continuare ad avere la meglio sulla vita di persone che continuano a morire sotto piogge di bombe come se questo non fosse un problema. Ci insegnano che non c’è mai un giusto e uno sbagliato. Ma a volte c’è. Indipendentemente dalle parti in questione, i giusti sono sempre le vittime; e le vittime, in questo caso, sono i morti; ed i morti, in questo caso, sono i Palestinesi. 

Quando le ex-potenze coloniali la smetteranno di difendere il “diritto di difendersi” di Israele, oppure inizieranno a difenderlo a favore del popolo palestinese, allora si potrà iniziare a negoziare una vera pace. Finchè chiameremo una guerra coloniale “conflitto”, non avremo ben presente la situazione reale e, di conseguenza, la sua soluzione. 

Il lessico occidentale bianco progressista ha distrutto la possibilità di comprensione dei palestinesi e della loro lotta. La denotazione di terrorismo data ad Hamas ha finito per abbattere anche l’ultimo baluardo di speranze che qualcosa potesse cambiare a favore della Palestina. 

Sarebbe tutto diverso se il “conflitto Arabo-Israeliano” diventasse la “guerra coloniale israeliana in Palestina”, suonerebbe tutto vero e forse sarebbe anche più facile capire il motivo per cui Washington, Parigi e Londra non hanno intenzione di prendere posizione contro Tel Aviv. 

Se dovessero ammettere che quello che fa Israele è catalogabile come crimine anche solo per la natura coloniale che lo contraddistingue sarebbe come ammettere di essere loro stessi dei criminali? Può darsi; a nessuno piacerebbe ammettere di avere un passato da criminale. 

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