IL CAMBIAMENTO CLIMATICO IN RUSSIA

I cambiamenti climatici sono un tema che ha visto un numero sempre maggiore di persone chiedere ai governi di ridurre le emissioni, ma nonostante le numerose dichiarazioni e accordi, rimane ancora molto da fare.

Le richieste da parte della popolazione e da parte di varie associazioni per la protezione dell’ambiente hanno portato negli scorsi anni alla creazione e alla firma di diverse convenzioni volte a combattere i cambiamenti, come l’accordo di Parigi del 2015.

Anche nei mesi passati si è tenuta una conferenza che ha riunito i rappresentanti di 63 paesi, compresa la Russia, la quale ha dato la sua disponibilità nonostante le tensioni con l’Occidente. Da questa conferenza è emersa la volontà di ridurre i gas serra del 50-52% entro il 2032.

Nonostante gli accordi, le conferenze e le dichiarazioni dei leader politici, ancora è difficile immaginare l’effettivo rispetto degli obiettivi prefissati, a causa dei forti interessi economici, che rischierebbero di essere compromessi da una stretta ambientale.

Fra i paesi che non hanno fretta, si ha anche la Russia, che ad oggi è una delle principali responsabili delle emissioni. Nonostante la sua partecipazione ai suddetti incontri, non sembra intenzionata ad una riduzione, anzi, come spiegato dal Word Resources Insitute, con il piano elaborato dal governo, le emissioni possono solo aumentare.

Ciò è dovuto al fatto che il piano di Mosca si basa sulle emissioni del paese negli anni ’90, quando l’economia del paese era in contrazione a un livello decisamente inferiore rispetto ad oggi, ed ecco così che nonostante l’impegno di ridurre le emissioni del 33% entro il 2030, queste continueranno ad aumentare.

A ciò si aggiunge un dato preoccupante: nel corso del 2020, le emissioni di metano dagli oleodotti sono aumentate del 40% nonostante una contrazione delle esportazioni di gas del 14% e una riduzione dei consumi globali del gas di circa il 10% dovute alla pandemia.

Le emissioni, sarebbero dovute secondo alcuni esperti, dalla mancanza di manutenzione dei citati oleodotti. Resta il fatto che, l’impronta ecologica è incalcolabile, e si aggiunge ad un altro disastro ambientale, dello scorso giugno, quando una cisterna è collassata su sè stessa riversando oltre 20,000 tonnellate di carburante dovuto alla mancanza di manutenzione, aggravata dallo scioglimento del permafrost che ha “provocato” l’incidente.

Quest’ultimo, è un altro importante tema, considerando che copre la Russia per il 65%, ponendo anche un rischio per le strutture poste sopra esso, e che potrebbero avere la stessa fine della cisterna. La risposta al disastro è stata immediata con l’impegno di verificare le condizioni degli impianti realizzati sul permafrost, ma che rischia di rimanere incompiuta vista l’ampiezza della zona.

Rimanendo nella regione, negli scorsi giorni, si sono riuniti i paesi dell’artico, che si sono impegnati a combattere il riscaldamento globale, in una regione dove questo viaggia più velocemente che altrove, secondo un rapporto dell’Artic Monitoring and Assessment program, inoltre, si corre il rischio che il ghiaccio marino scompaia completamente in estate, prima di riformarsi in inverno.

I danni all’ambiente nel paese eurasiatico, rischiano di essere incalcolabili, tenuto conto che, se non si dovesse cambiare regime, il paese vedrebbe gran parte del suo territorio che oggi viene classificato come foresta boreale o tundra diventare un deserto o poco meno entro il 2100.

Ma non tutti pensano che il cambiamento climatico sia un problema, infatti alcuni, da inguaribili ottimisti, cercano di vedere il proverbiale “bicchiere mezzo pieno”, primo fra tutti il ministro della agricoltura, che di recente ha dichiarato che, l’artico e le regioni del nord della federazione potrebbero diventare arabili nei prossimi 20/30 anni, anche se, contemporaneamente, alcune zone attualmente dedite all’agricoltura potrebbero diventare desertiche.

Ed inoltre lo scioglimento dei ghiacciai, porterebbe all’apertura di nuove rotte commerciali, ma soprattutto la possibilità di ottenere le immense risorse ittiche ed idrocarburiche della zona, che si stima rappresentino il 20 % delle risorse idrocarburiche inesplorate a livello mondiale, e che fanno venire l’acquolina alla bocca ad un paese che basa gran parte della sua economia sulla esportazione di idrocarburi.

Mosca inoltre, ha creato una rete per raccogliere dati sulla capacità delle foreste di assorbire il carbonio, l’obiettivo, è l’emissione dei c.d. “carbon bond” ovvero dei titoli per quelle imprese che vogliono “ridurre” le loro emissioni.

In pratica, è come se le imprese affittassero porzioni di foresta da usare per piantare nuovi alberi, e così, se l’assorbimento di anidride carbonica, risulta migliorato, ottenere un credito di carbonio da scambiare su una piattaforma digitale.In questo modo il Cremlino mira a far lucrare un’area immensa, che consiste in circa il 20% delle foreste globali (due volte l’India), e al contempo cercare di ridurre le critiche per il suo scarso attivismo a favore del clima.

In conclusione, la Russia è uno di quei paesi dove il riscaldamento globale rischia di provocare più danni, nonostante ciò, il paese sembra poco intenzionato a cambiare veramente le cose, anzi, cerca di sfruttare la cosa per fini economici, e sembra ancora meno intenzionata a porre un serio cambio di rotta in tema di combustibili fossili, che rappresenta ancora il 60% dell’export.

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