MYANMAR: NELLA MORSA DEL CONFLITTO

A piedi, in moto o sugli autobus continuano le proteste del popolo birmano contro la giunta militare (Credit: The Canberra Times)

Mentre viene confermata la legittimità dei risultati elettorali dello scorso novembre, proseguono gli scontri tra la giunta militare e il popolo birmano. 

È arrivata nei giorni scorsi la conferma della legittimità delle elezioni svoltesi in Myanmar lo scorso novembre: per l’Asean Network for Free Elections (ANFREL), organo che si è occupato di analizzare i voti elettorali,  “la decisione della giunta militare di attuare il colpo di Stato sulla base dei risultati elettorali ritenuti illegittimi è una motivazione indifendibile”.

Nelle elezioni il partito della Lega Nazionale per la Democrazia aveva ottenuto un’ampia maggioranza parlamentare ma il risultato era stato contestato dalla giunta militare birmana: il Tatmadaw aveva contestato brogli elettorali riguardanti quasi un terzo dei voti totali. 

Nonostante il report di ANFREL abbia evidenziato effettivamente alcune irregolarità, queste non comprometterebbero significativamente i risultati elettorali: secondo le analisi della società, gli errori riscontrati sarebbero stati causati dalle complicanze sorte a causa della crisi pandemica, ma tali errori non dimostrerebbero alcun tentativo sistematico di manomissione.

Secondo il report infatti i 27 milioni di voti totali registrati durante le votazioni dello scorso novembre, rispettano appieno la scelta dei cittadini, ricaduta all’epoca proprio sul partito di Aung San Suu Kyi

L’indagine dell’ ANFREL ribadisce ciò che aveva già sentenziato la Commissione elettorale lo scorso 29 gennaio: dopo che la giunta militare aveva reclamato oltre 8 milioni di voti compromessi, la Commissione aveva certificato che non vi erano prove di brogli e che quindi le elezioni dovevano essere ritenute legittime.

I fatti dimostrano come alla giunta militare al momento poco importi sia dell’opinione delle Commissioni sia dell’opinione internazionale: nonostante il dissenso espresso da molti Stati occidentali, dall’ONU e dai membri dell’Asean non si vede all’orizzonte segni di cedimento della dura linea di repressione messa in atto dai militari: ad oggi sono oltre 800 i morti tra i civili e quasi 4100 arresti tra manifestanti e attivisti contrari al golpe militare. 

Venti di guerra

Nelle ultime settimane si sono intensificati gli scontri in alcune parti del Paese: operazioni militari e raid si sono verificati nello Stato del Kachin e nello Stato Chin

Secondo l’Irrawaddy, il quotidiano nazionale birmano, nel Kachin gli scontri tra il KIA, l’esercito indipendente del Kachin, e i militari si sono intensificati nelle zone di Bhamo e Momauk, a circa ottanta  chilometri dal confine con la Cina: oltre trenta militari birmani sarebbero stati uccisi dalle milizie etniche e numerosi sono i feriti tra le file dell’esercito. 

Il KIA risulta essere al momento l’offensiva armata meglio organizzata contro i militari birmani ma gli scontri hanno portato anche a numerosi sfollamenti: oltre 3000 persone sono fuggite dai luoghi di scontro e si sono stabilite nei campi profughi allestiti a Bhamo e Momauk, mentre secondo un report delle Nazioni Unite sono 10mila gli sfollati dallo scorso marzo. 

L’esercito birmano, oltre ad aver bloccato gli aiuti militari diretti nei campi profughi, sta collaborando con alcune milizie solidali, che hanno riconosciuto il colpo di Stato della giunta militare: tra queste milizie vi sono quelle del Rawang che attualmente stanno reclutando gli abitanti della zona per poter partecipare agli scontri, coordinati con l’esercito del generale Ming Aung Hlaing

Nei giorni scorsi violente rappresaglie si sono verificate anche nella città di Mindat, nello Stato Chin. 

La città, con una popolazione di oltre quaranta mila abitanti, è stata occupata dai militari, mentre gli uomini e i giovani del Paese si sono riversati nelle foreste per preparare delle controffensive. 

L’Italia vicino al Myanmar 

L’Italia sta dimostrando continuo appoggio per raggiungere una rapida risoluzione delle controversie affinché terminino gli scontri tra la popolazione birmana e l’esercito. 

A maggio si sono svolte a Milano e a Roma manifestazioni in favore del popolo birmano e di Aung San Suu Kyi, attualmente sotto custodia della giunta militare: la leader birmana farà la sua prima apparizione pubblica lunedì 24 maggio durante l’udienza pubblica del processo che la vede imputata di sei capi d’accusa. Alle manifestazioni hanno partecipato cittadini birmani residenti nel nostro Paese e numerosi cittadini italiani, mentre anche Papa Francesco ha mostrato la sua vicinanza alla delicata questione, celebrando domenica scorsa a San Pietro la Santa messa per i fedeli del Myanmar presenti a Roma. 

Anche sul piano politico si sono svolti importanti incontri ai quali hanno partecipato alcuni funzionari del nostro Paese: lo scorso 12 maggio i rappresentanti di Amnesty International Italia, Rete Italia Pace e Disarmo e Associazione Italia Birmania-Insieme hanno avuto un incontro con il Sottosegretario agli Affari Esteri Manlio Di Stefano per discutere della criticità del conflitto e per avere spiegazioni riguardo il ritrovamento di alcuni bossoli prodotti dall’azienda italo-francese Cheddite (l’Unione Europea ha imposto dal 1991 un embargo sulla vendita di armi al Myanmar). 

Un altro evento, condotto dalla Senatrice Albertina Soliani, Presidente dell’Associazione Amicizia Italia-Birmania, ha coinvolto alcuni parlamentari italiani e alcuni parlamentari del Governo di Unità Nazionale del Myanmar, ufficialmente nato il 16 aprile e che al momento sta lottando affinché possa ottenere a livello internazionale il riconoscimento come governo legittimo del Paese. 

All’incontro hanno partecipato in rappresentanza del Parlamento italiano il Sen. Pierferdinando Casini (Per le Autonomie), l’On. Piero Fassino (Partito Democratico), l’On. Laura Boldrini (Partito Democratico), il Sen. Lucio Malan (Forza Italia), il Sen. Roberto Rampi (Partito Democratico), l’On. Paolo Formentini (Lega), l’On. Iolanda Di Stasio (Movimento 5 Stelle), e il Sen. Adolfo Urso (Fratelli d’Italia). 

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