IL POTERE ECONOMICO (E NON SOLO) DEI GIGANTI DEL WEB

I giganti del web sono ormai delle potenze economiche globali e gli Stati cercano di arginare questo loro potere attraverso tre distinti canali: misure antitrust, web tax e regolamentazione delle loro attività.

Le grandi aziende tecnologiche hanno tratto vantaggio dalla pandemia.

A causa della pandemia globale da Covid-19 la crescita economica a livello mondiale ha subito una forte battuta di arresto. Tuttavia, i colossi tecnologici come Google o Facebook, che già prima della pandemia registravano ingenti profitti, sono stati tra i principali beneficiari dei lockdown. Infatti, il bisogno di rimanere chiusi in casa ha fatto crescere sensibilmente il mercato delle vendite online, l’utilizzo delle piattaforme necessarie allo svolgimento dello smart-work, nonché la fruizione delle piattaforme di streaming video e musicali. 

Per meglio comprendere i volumi di crescita di queste aziende basti pensare ad alcuni esempi come Netflix, che nel primo trimestre del 2020 ha raggiunto 15,77 milioni di nuovi abbonati con una crescita del 22,8% rispetto all’anno precedente, oppure Zoom, che nel 2020 ha più che quadruplicato i propri ricavi con un’aspettativa di forte crescita anche per il 2021.

Considerati nel loro insieme, i ricavi delle cosiddette Big Five dell’hi-tech (Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft) hanno raggiunto, nel solo primo trimestre del 2021, la somma di 322 miliardi di dollari, una cifra nettamente superiore agli introiti fiscali che i maggiori Paesi europei registrano su base annua. In maniera del tutto analoga ai colossi americani, anche le grandi aziende tecnologiche cinesi, tra cui Baidu, Alibaba, Tencent e Xiaomi, hanno registrato una crescita molto rapida grazie alla pandemia da Covid-19, potendo beneficiare di un mercato locale composto da più di un miliardo di potenziali utenti.

Ad oggi, i giganti del settore hi-tech sono dunque delle potenze economiche su scala mondiale. Basti pensare che il valore medio annuale pro capite dei dati personali viene stimato intorno ai 616,82 dollari, il quale, moltiplicato per l’enorme numero di utenti, lascia comprendere la portata del patrimonio virtuale delle società del web. Ma il potere di queste grandi aziende non si arresta al dato meramente economico.

Come dimostrato da numerosi avvenimenti recenti (solo per citarne alcuni, si pensi al caso Cambridge Analytica, alle campagne d’odio condotte in Myanmar tramite Facebook, agli effetti destabilizzanti delle fake news durante la pandemia o alla sospensione degli account social dell’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump), le grandi piattaforme digitali esercitano ormai un grande potere di influenza sull’opinione pubblica.

Per tale ragione, i governi degli Stati nazionali stanno cercando di limitare il potere di queste potenze globali attraverso tre distinti canali: misure antitrust più rigorose, introduzione di una web tax e regolamentazione delle loro attività.

La tutela della concorrenza nel mercato del web.

Per quanto riguarda il primo punto, la promozione di un mercato più concorrenziale nel settore web è funzionale ad un duplice scopo: da un lato, contrastare possibili abusi di posizione dominante da parte delle aziende leader, e dall’altro, cercare di stimolare una maggiore innovazione in un settore così essenziale per il capitalismo del nuovo millennio. 

Le restrizioni alla libera concorrenza, che si realizzano principalmente attraverso il consolidamento di monopoli, riducono infatti la portata innovativa dell’industria tecnologica e, di conseguenza, limitano le possibilità di sviluppare nuovi servizi.

Quanto al rischio di abuso di posizioni dominanti sul mercato, il problema è rappresentato dal fatto che i giganti hi-tech hanno sviluppato delle infrastrutture e delle reti di servizio che vengono utilizzate anche dai nuovi soggetti che entrano nel mercato dal momento che per questi soggetti sarebbe troppo costoso crearne di proprie.

Ciò rappresenta un classico esempio di monopolio naturale legato alle infrastrutture a rete, per cui le nuove imprese che si affacciano sul mercato sarebbero costrette a sopportare dei costi fissi troppo elevati per la creazione di una nuova infrastruttura mentre la grande azienda leader ha la possibilità di sfruttare le cosiddette economie di scala ed imporsi quindi sul mercato. 

Nel caso dell’industria tecnologica, le nuove start-up si appoggiano alle infrastrutture e alle reti sviluppate da colossi come Google o Amazon ma, allo stesso tempo, sono dei potenziali concorrenti dei colossi di cui si servono per sviluppare il proprio business. Ad esempio, Netflix si appoggia ai server di Amazon ma entrambe offrono servizi di streaming video. Per tale ragione, il rischio di concorrenza sleale nei confronti delle nuove start-up che dipendono dalle grandi aziende tecnologiche per sopravvivere è molto elevato. 

Molto recente è il caso che ha riguardato le società Alphabet Inc., Google LLC e Google Italy S.r.l., le quali sono state sanzionate dall’Autorità garante della Concorrenza e del mercato per aver violato l’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Secondo l’Authority, Google ha abusato della propria posizione dominante impedendo ad Enel X Italia di rendere disponibile su Android Auto l’applicazione JuicePass, che fornisce una serie di servizi relativi alla ricarica dei veicoli elettrici, favorendo, invece, la propria app Google Maps, che fornisce servizi simili ma più limitati e può appunto essere utilizzata su Android Auto.

Infine, la concentrazione di potere nelle mani di poche aziende favorisce anche un aumento delle diseguaglianze economiche e determina un’eccessiva capacità da parte di tali aziende di incidere sulle decisioni politiche, entrambi fattori suscettibili di indebolire il sistema democratico. 

L’introduzione della web tax.

Nell’era dell’economia digitale, le grandi imprese tecnologiche hanno potuto giovare, fino ad oggi, di un regime di tassazione decisamente favorevole. Questo è dipeso principalmente dal trade off esistente tra la disciplina fiscale internazionale, elaborata sulla base del tradizionale commercio di beni e servizi, e la natura innovativa delle attività delle imprese tecnologiche.

Infatti, i criteri di collegamento della sede legale o del luogo di prevalente svolgimento dell’attività economica, si sono rivelati del tutto inadeguati di fronte all’attività di imprese che attraverso la rete internet hanno la possibilità di operare in tutto il mondo senza la necessità di aprire nuove filiali o stabilimenti. Per tale ragione, si è iniziato a discutere di una tassa applicabile ai servizi digitali che prevedesse un criterio per determinare il ricavo imponibile basato sul luogo di residenza dell’utente del servizio digitale anziché dell’impresa erogatrice del servizio. 

In Europa, a seguito dello stallo delle trattative in ambito Ocse, la Francia ha rappresentato il Paese apripista in materia di web tax. Di recente, anche l’Italia si è dotata di una propria normativa nazionale in materia di imposte sui servizi digitali. La sua disciplina è contenuta nel Decreto Sostegni (decreto-legge n. 41/2021) e, successivamente, la Circolare 3/E del 23 marzo 2021 del direttore dell’Agenzia delle Entrate ha meglio chiarito alcuni profili operativi.

Tuttavia, rimane necessaria un’armonizzazione globale della tassazione sulle attività delle imprese digitali al fine di evitare il fenomeno della doppia tassazione, il quale penalizzerebbe eccessivamente l’operato di aziende che sono, invece, ritenute essenziali per il sistema capitalistico contemporaneo.

La governance della rete internet.

Infine, l’ultimo punto ha a che vedere con la regolamentazione della rete Internet. A tal riguardo, il governo cinese ha proposto l’implementazione di una nuova infrastruttura che sia in grado di rimettere il potere di gestire la rete nelle mani degli Stati anziché delle grandi aziende private.

Nell’intento di affermare la propria sovranità informatica, la Cina ha chiesto l’autorizzazione all’introduzione di un nuovo Internet Protocol (IP) presso l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), l’agenzia delle Nazioni unite che fissa gli standard per le reti di telefonia e comunicazioni con sede a Ginevra. Tuttavia, per ora non sembra esserci consenso in seno all’ITU riguardo l’autorizzazione di tale protocollo Internet. 

È chiaro che i conflitti sulla governance di Internet hanno a che fare con i nuovi spazi in cui si sviluppa il potere politico ed economico del XXI secolo. La sfida più importante che la società contemporanea si trova ad affrontare è dunque quella di assicurare che il mondo digitale possa essere compatibile con il sistema democratico e che, allo stesso tempo, il web possa rimanere una risorsa pubblica e un importante strumento di promozione e tutela della libertà individuale.   

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