IL POTERE CARISMATICO DI NARENDRA MODI IN UN PAESE A CUI MANCA L’ARIA

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Il potere carismatico di Narendra Modi, primo ministro indiano dal 2014, e la sua amministrazione hanno avuto un’influenza notevole sulla gestione dell’emergenza Covid-19 nel paese e sulla diffusione di una delle varianti considerata fra le più aggressive.  

Il modus operandi di Narendra Damodardas Modi si rende manifesto all’indomani della sua ascesa politica, quando nel 1995 diviene segretario dell’organizzazione nazionale del BJP (Bharatiya Janata party, “partito del popolo indiano) partito conservatore e fortemente nazionalista. Verrà nominato segretario generale qualche anno dopo e nel  2001 succederà come primo ministro del Gujarat a Keshubhai Patel

L’incarico di Modi, che sancisce l’inizio della sua carriera politica e della sua ascesa, è già al tempo condito da una serie di dibattiti soprattutto riguardo le rivolte comunali del 2002 in Gujarat,  giorni di violenze fra indù e minoranza musulmana del paese.

A seguito di un incendio doloso scoppiato su di un treno che aveva causato la morte di diversi pellegrini indù, diversi vigilanti e autorità si sono sentiti legittimati ad uccidere, violentare e bruciare vivi migliaia di musulmani. In quell’occasione Modi è stato accusato di aver giustificato la violenza della comunità indù (a cui egli stesso appartiene) definendola “ una ritorsione degli indù furibondi contro i terroristi musulmani”. Questo paradossalmente gli ha fatto guadagnare un consistente numero di consensi al Nord dell’India da dove pare infatti che tutt’oggi  provenga buona parte del suo elettorato.

 Addirittura il suo presunto coinvolgimento nei disordini nel 2002 gli valse il rifiuto del riconoscimento da parte degli Stati Uniti di un visto diplomatico a cui si aggiunsero aspre critiche da parte del Regno Unito e più in generale, dall’intera comunità internazionale.

Nelle elezioni del 2007, Modi è stato riformulato come il liberatore del Gujarat e amico degli industriali, mentre nei sondaggi del 2012, il motivo di Swami Vivekananda è stato utilizzato per presentare il primo ministro come una sorta di muscoloso re filosofo.

Nonostante ciò, la sua opera di auto-promozione ed il suo potere carismatico hanno riscosso grande successo nella comunità indù: prima in Gujarat e poi nel subcontinente indiano quando nel giugno 2013 Narendra Modi venne scelto come leader della campagna del BJP per le elezioni del 2014  della Lok Sabha

La Lok Sabha o “Camera del popolo” è la camera bassa del Parlamento Indiano, i cui membri sono rappresentanti diretti del popolo. Il peso delle decisioni prese in seno alla Lok Sabha fa riferimento al numero di membri (552 previsti dalla Costituzione) che equivalgono a più del doppio di quelli della camera alta, la Rajya Sabha, anche se le due camere hanno pari autorità per quanto concerne il potere legislativo. 

Inizialmente l’India sembrava, quanto meno dall’esterno, riuscire a gestire bene l’ondata di Covid-19, soprattutto quando nel 2020 il governo indiano impose il lockdown in India, uno dei più rigidi al mondo, annunciato con soltanto 4 ore di preavviso. Per la seconda ondata, invece, non è stato altrettanto:  gli stessi leader politici e Narendra Modi in primis hanno incoraggiato sottovoce l’idea del ritorno alla normalità e di un “clima positivo”, che avrebbero portato allo svolgimento dei riti religiosi come Holi festival a fine marzo e il Kumbh Mela nonostante il protocollo pretenda ovviamente il divieto di assembramento.  

Seppure le previsioni non erano comunque delle più rosee riguardo la rapida diffusione del virus, calcolando che il subcontinente indiano conta una popolazione di 1,366 miliardi di persone, la graduale privatizzazione della sanità indiana messa in atto dall’attuale governo e la percentuale minima di PIL (1,25%) spesa per la sanità pubblica hanno non solo contribuito all’attuale crisi sanitaria che l’India sta vivendo ma ha anche reso ancor più profondo il gap fra cittadini ricchissimi e poverissimi.

Ma è del tutto vero che è la rupia la soluzione? Sì, ma anche no. Anche i ricchi muoiono nell’India di Modi, il virus diventa la livella quando anche i grandi ospedali finiscono l’ossigeno che assume dunque le sembianze di una  nuova valuta , come suggerito da Arundhati Roy[1], la scrittrice e attivista indiana per i diritti umani, che parla spesso di un nazionalismo indù portato avanti da Narendra Modi e dal suo partito che unito alle difficoltà nuove e pregresse stanno portando l’India in una situazione inedita e catastrofica. 

Persino la questione vaccini è effettivamente più complicata di quel che appare. Se in un primo momento il primo ministro aveva dipinto l’India come il “paese-fucina dei vaccini per il mondo”, la questione è innanzitutto economica e le due aziende da cui dipende il paese (Serum institute of India e la  Bharat biotech) venderanno dei vaccini piuttosto costosi non solo all’estero ma verosimilmente anche ai cittadini indiani, per la maggior parte piuttosto poveri che difficilmente potrebbero sacrificare i loro averi per vaccinarsi. 

 Il governo Indiano non sembra dunque essere in grado di risolvere le crisi generate e alimentate da una certa aria di indifferenza, la stessa aria che manca negli ospedali e nei cimiteri induisti e musulmani, indistintamente che si tratti di kabristan o di shamshan (rispettivamente cimiteri musulmani e cremazioni indù) la disperazione non fa differenze di casta, di etnia o di religione ed il grido della popolazione sembra non arrivare all’orecchio dell’amministrazione di Nuova Delhi.


[1] Arundhati Roy, su Internazionale n.1408, 7 maggio 2021

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