ARABIA SAUDITA E IRAN CERCANO DI PARLARE

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Si assiste a prove di dialogo tra Arabia Saudita ed Iran. Fino a poco tempo fa, ciò sarebbe stato impensabile, ma la de-escalation giova ad entrambi gli attori regionali per meglio perseguire i propri obiettivi.

Nuova guerra fredda araba

Arabia Saudita ed Iran hanno aperto al dialogo. Sebbene sia da accogliere con cauto ottimismo questa apertura da parte dei due paesi, i recenti sviluppi sarebbero stati impensabile fino a poco tempo fa.
Arabia Saudita e Iran, infatti, sono stati i protagonisti di quella che è stata definita “La nuova guerra fredda” in Medio Oriente che ha polarizzato il sistema regionale in due fronti contrapposti: l’asse della resistenza, formato da Iran, Siria e le varie milizie pro-iraniane sparse nella regione, e l’asse sunnita moderato filo-occidentale. 

Ma, ripercorrendo la storia delle loro relazioni, Riyad e Teheran non sono sempre stati acerrimi nemici. Durante la guerra fredda, infatti, e prima della rivoluzione islamica, gli Stati Uniti hanno fornito assistenza economica e militare ai due Paesi, che hanno intessuto una cooperazione pragmatica per contrastare il diffondersi del pan-arabismo e del socialismo nella regione araba. 

Con la rivoluzione islamica del 1979 cambia tutto. L’obiettivo di esportare l’esperienza rivoluzionaria iraniana nel resto della regione, attraverso il supporto fornito ai vari gruppi sciiti, unito all’utilizzo di una retorica aggressiva e belligerante, rappresenta una minaccia esistenziale per la monarchia saudita.

La trasformazione da una monarchia secolare filo-occidentale ad una repubblica teocratica rivoluzionaria e, nello stesso anno, l’assedio della Mecca ad opera di diverse centinaia di militanti islamici radicalizzarono la posizione saudita. Secondo lo stesso principe ereditario Mohammed Bin Salman,  l’estremismo religioso della casa reale saudita, promotrice del wahhabismo, iniziò nel 1979. 

È da allora che la regione si è polarizzata in due fronti contrapposti, ognuno dei quali cerca di imporre la propria supremazia egemonica, con un forte elemento settario, ma che non si può ridurre a semplice scontro tra sciiti e sunniti. Dopo il 1989, con la fine della guerra Iran-Iraq, si assiste, nuovamente, ad una distensione nei rapporti tra la monarchia saudita e la repubblica islamica.

Quest’ultima, con i governi di Rafsanjani e Khatami, cercò di istaurare rapporti cordiali con l’Arabia Saudita e con il mondo arabo, in generale, a seguito dell’esperienza drammatica della guerra degli otto anni contro l’Iraq, in cui presero parte tutti i paesi arabi, ad eccezione della Siria, con lo scopo di contenere la rivoluzione islamica. Da allora, infatti, Teheran ha sviluppato una percezione di “solitudine strategica”, la percezione, ossia, di essere circondato da paesi ostili. 


Nel 1999, il moderato Khatami incontrò il principe saudita Abdullah, per la prima volta dal 1979, con il chiaro obiettivo di ricucire i rapporti con quelli che, una volta, erano considerati nemici.
Tuttavia, ciò non ha portato ad una cooperazione duratura tra Riyad e Teheran.

L’invasione statunitense in Iraq nel 2003 ha provocato un breakdown di governance, acuito dai disordini provocati dalle primavere arabe, di cui hanno cercato di approfittarne i due rivali per consolidare ed espandere la loro area di influenza.  Le primavere arabe hanno avuto un ruolo decisivo nell’intensificare il processo di settarizzazione, poiché i numerosi vuoti di potere lasciati dai fallimenti statali post-rivolte hanno permesso l’interferenza esterna da parte delle potenze rivali della regione che hanno sfruttato un discorso settario, finanziando e armando vari gruppi confessionalmente alleati.  

Per anni, Arabia Saudita ed Iran si sono confrontate in una guerra fredda prolungata, portata avanti attraverso proxy actors con cui hanno cercato di estendere la propria influenza, come è evidente in Iraq, Siria, Libano e Yemen, stati deboli a livello domestico che sono incapaci di esercitare un effettivo controllo sulla loro popolazione. 

Conflitto yemenita

In Yemen è ben visibile lo scontro tra Arabia Saudita e Iran, tanto che l’attuale conflitto è stato più volte definito una guerra per procura tra i due attori regionali, definizione che, tuttavia, rischia di non fornire una spiegazione esaustiva del conflitto, date le intricate relazioni di potere esistenti. 

È definita proxy war perché in Yemen, l’Iran sostiene il movimento dei ribelli Houthi, a cui fornisce supporto logistico e militare, mentre l’Arabia Saudita guida dal 2015 una coalizione in difesa del governo internazionalmente riconosciuto di Hadi, con il supporto logistico e di intelligence alle operazioni militari fornito dagli Stati Uniti. 

Diversamente da quanto previsto dalla monarchia saudita, l’intervento militare non ha portato alla sconfitta degli Houthi, ma, al contrario, ha contribuito ad esacerbare una situazione che al momento è la peggior catastrofe umanitaria al mondo.  Il conflitto yemenita gioca un ruolo nella distensione dei rapporti tra Arabia Saudita e Iran. 

Una tregua con l’Iran significherebbe per l’Arabia Saudita una protezione dagli attacchi dei ribelli yemeniti, i cui attacchi hanno provocato danni ingenti alle infrastrutture del regno saudita. Basti pensare all’attacco rivendicato dagli Houthi contro le petroliere della compagnia Saudi Aramco nel settembre 2019, che è stata costretta a sospendere la metà della sua produzione giornaliera, circa 5 milioni di barili al giorno.  Questo e altri molteplici attacchi contro il territorio saudita mettono in evidenza la vulnerabilità di Riyad che, già lo scorso anno, cercava un’exit strategy in Yemen.  

Amministrazione Biden e Arabia Saudita/Iran

Il cambio di posizione saudita nei confronti dell’Iran è anche dovuta all’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca, il quale ha messo da parte la strategia di “massima pressione” del suo predecessore Trump e ha fatto ritorno al canale diplomatico con Teheran. 

Biden ha promesso in campagna elettorale una linea più dura verso la petromonarchia. In particolare, i dossier più caldi riguardano la guerra civile in Yemen, dove la coalizione a guida saudita è accusata di innumerevoli violazioni dei diritti umani a danno dei civili, e l’uccisione del giornalista del Washington Post, Jamal Khashoggi.

L’amministrazione Biden ha deciso di porre fine al conflitto civile in Yemen, annunciando l’interruzione del supporto statunitense alla coalizione saudita, un nuovo inviato speciale in Yemen, e la rimozione degli Houthi, conosciuti anche come Ansarallah, dalla lista delle organizzazioni terroristiche.
Il presidente statunitense ha annunciato la fine del “supporto americano alle operazioni offensive nella guerra in Yemen, incluso la vendita di armi”. 


A prima vista, si potrebbe non comprendere il cambio di politica intrapresa da Biden nei confronti della Repubblica Islamica, in netto contrasto con quella di Trump e la sua “massima pressione”, unita al supporto incondizionato offerto all’Arabia Saudita. Oltre all’ormai noto fallimento di quest’ultima, le ragioni sono di ovvia natura geopolitica. 
L’Iran è debole economicamente ed isolato a livello internazionale e anche sul piano regionale sembra non gode di una posizione particolarmente vantaggiosa, senza non contare il piano interno, travolto da pandemia e crisi economica.


Al contrario, la Turchia di Erdogan è in forte espansione. Pertanto, gli Stati Uniti si alleano con l’Iran per contenere la potenza turca, che, al momento, rappresenta una minaccia più impellente di quella iraniana. Classico balance of power.  Anche in quest’ottica Arabia Saudita e Iran hanno aperto al dialogo. Il primo round di incontri si è tenuto il 9 aprile nella capitale irachena, Baghdad, e sebbene il contenuto sia rimasto segreto, il tema principale su cui discutere sarebbe il conflitto yemenita.

L’allentamento delle pressioni su Teheran da parte statunitense è un’opportunità per favorire la de-escalation tra i due arcinemici regionali. Ciò non significa la fine della rivalità tra i due paesi né una genuina costruzione di un rapporto di cooperazione. Si tratterebbe, piuttosto, di una cold peace, ossia uno stato di pace relativa, derivante dalla consapevolezza che, in questo momento, la cooperazione con l’Iran, e non l’aperto confronto, è più funzionale per perseguire gli obiettivi sauditi. 

Buon sabato a tutti, sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione Medio Oriente. Attualmente studentessa di Relazioni ed Istituzioni dell’Asia e dell’Africa all’Università “L’Orientale” di Napoli.
Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus.
Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico.
Il lavoro di tesi triennale, su Hezbollah e le sue strategie comunicative, mi ha fatto comprendere la necessità di studiare ed analizzare un’area geopolitica di cui si parla spesso in maniera impropria, attraverso una lente “orientalista” che impedisce di interpretare in maniera corretta eventi storici e politici.
Essere parte di IARI è un modo per mettermi in gioco ed approfondire dinamiche politiche che risultano centrali per comprendere ciò che accade nel mondo. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.

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