NEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE GLI USA ATTENDONO LA NATURALE FINE DELLE OSTILITÀ

Credits: BBC

Nel corso delle ultime settimane si sta registrando l’ennesimo capitolo dell’infinito conflitto israelo-palestinese. In seguito agli scontri avvenuti durante gli ultimi giorni di Ramadan tra la polizia israeliana e gruppi di palestinesi nel quartiere Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est per dispute sullo sfratto di alcune famiglie palestinesi da insediamenti rivendicati da coloni ebrei e all’ingresso delle forze di sicurezza israeliane nella Spianata delle Moschee, il fronte Ḥamās ha sfruttato la crisi per proiettare influenza sui palestinesi di Cisgiordania, dopo il fallimento della via politica in seguito alla cancellazione delle elezioni palestinesi previste per il corrente mese.

Gli eventi hanno preso rapidamente dimensione cinetica asimmetrica. Ḥamās, con l’ausilio del Jihad Islamico, entrambi armati dall’Iran che reclama la distruzione dello “Stato sionista”, ha lanciato da Gaza verso città israeliane oltre 3.700 razzi in 9 giorni. Con l’obiettivo di saturare lo scudo missilistico multistrato a corto raggio Iron Dome (che ha intercettato circa il 90% dei vettori), in modo da mandare a segno qualche razzo e infliggere qualche danno ad Israele, consapevole di non poterlo affrontare simmetricamente.

La potenza di fuoco dell’arsenale missilistico di Ḥamās ha sorpreso Israele che ha risposto duramente per ripristinare la deterrenza e disabilitarne le capacità belliche in attesa del prossimo round. Lo ha fatto ricorrendo alla classica rappresaglia, compiendo oltre 1.450 raid bombardando dal cielo la Striscia di Gaza, abitata da 2 milioni di persone, sfruttando la superiorità tecnologica delle proprie forze armate. Fattore che spiega la sproporzione del numero di morti tra le due parti (almeno 219 tra i palestinesi, 12 tra gli israeliani). 

L’Israeli Defence Force (Idf) è riuscita a detronizzare numerosi dirigenti di Ḥamās, il comandante del Jihad Islamico, depositi di lancio di razzi e uffici di intelligence dell’organizzazione, tra cui quelli che sarebbero stati ospitati in un palazzo dove alcune testate giornalistiche, tra cui Al JazeeraBbc e Associated Press, avevano proprie redazioni che sarebbero state usate da Ḥamās come “scudi umani”. L’Idf ha poi condotto in trappola i combattenti di Ḥamās con una significativa operazione di deception (inganno).

Ha schierato artiglieria e mezzi corazzati al confine nord con la Striscia, annunciando al mondo di essere pronta ad entrare a Gaza, fingendo una invasione di terra. I militanti di Ḥamās, avvisati in segreto dalla Turchia che aveva ricevuto anticipatamente in sede Nato comunicazioni sui piani tattici israeliani, si rifugiavano nel sistema di tunnel sotterranei, cadendo nel tranello delle forze israeliane, la aeronautica bombardava i tunnel, dimezzando le forze combattenti di Ḥamās.

Sin qui la drammatica ed ennesima battaglia (la quarta dal 2007, quando Ḥamās prese il potere sulla Striscia: 2008, 2012, 2014) di uno scontro destinato a proseguire.

La vera novità emersa questa volta è un’altra. L’emergere dello sfaldamento del fronte interno israeliano durante il conflitto. La minaccia strategica per la Stella di Davide non proviene più o solo dall’esterno, come nelle guerre arabo-israeliane del 1948 e del 1973 e nelle due Intifade (1987-1993; 2000-2005), che causarono la morte di oltre 5.000 palestinesi e di circa 1.400 israeliani.

Le violenze civili esplose tra ebrei ed arabi di cittadinanza israeliana (pari al 20% della popolazione, quasi 2 milioni di persone), sollevatisi alle notizie dei bombardamenti su Gaza, nelle città miste inter-etniche come Gerusalemme, Haifa, Giaffa, Lod, Acri, dove si sono registrati incendi di sinagoghe e linciaggi tra arabi ed ebrei, l’ha portata direttamente dentro i confini dello Stato Ebraico – così denominato dopo l’approvazione nel 2018 della legge fondamentale sullo stato costituzionale che riconosce alle minoranze una posizione subordinata rispetto alla maggioranza ebraica.

La reazione americana

Lo scoppio del conflitto ha preso in controtempo Washington, che non ha ancora nominato un ambasciatore a Gerusalemme né un console per i rapporti con i palestinesi. Dopo esser stati tirati per la giacca dai palestinesi, dalla comunità internazionale, da ampie fette dell’opinione pubblica europea e dall’ala sinistra del partito democratico, affinchè intervenissero politicamente per fermare la risposta israeliana, la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Consiglio per la Sicurezza Nazionale hanno manifestato l’“incrollabile sostegno alla sicurezza di Israele e al suo legittimo diritto di difendere sé stesso e il suo popolo”, chiedendo adeguata considerazione per i civili. Hanno condannato gli attacchi missilistici di Ḥamās, l’ala palestinese della Fratellanza Musulmana considerata organizzazione terroristica da Usa, Israele, Canada, Giappone e Unione Europea.

Hanno offerto copertura diplomatica alla posizione israeliana in sede di Consiglio di Sicurezza alle Nazioni Unite, attualmente presieduto dalla Cina, bloccando le risoluzioni che chiedevano la fine delle azioni dell’Idf. Nel concreto, gli Usa si sono limitati a sbloccare 10 milioni di dollari destinati ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania per progetti di riconciliazione inter-etnica e inter-religiosa, parte dei 100 mln$ di aiuti che Trump aveva congelato.

Hanno spedito un funzionario di medio livello di Foggy Bottom, il vice-segretario di Stato aggiunto Hady Amr, mestamente atterrato in Terra Santa per provare a mediare tra le parti in conflitto. E hanno chiesto al Qatar, principale finanziatore di Ḥamās, e all’Egitto di usare la loro influenza su Gaza per arrivare ad un cessate-il-fuoco. Senza successo.

Solo dopo una settimana di violenti scontri, Joe Biden ha, per la prima volta, auspicato pubblicamente “una significativa riduzione dell’escalation sulla via del cessate il fuoco”, nel corso di una telefonata con il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Realisticamente, sul piano tattico, gli Usa non possono risolvere le ostilità. L’esigenza morale degli Usa si scontra con l’imperativo strategico israeliano di degradare le leve politico-militari di Ḥamās e di ristabilire la deterrenza.

Sul piano strategico, l’azione diplomatica basata sulla soluzione a due Stati, che ha costituito la base formale dei piani di pace architettati dalle varie Amministrazioni Usa, ad eccezione del “Peace to Prosperity”, elaborato dall’amministrazione Trump a inizio 2020, che proponeva sostanzialmente una “soluzione ad uno Stato” che eliminava i palestinesi dall’equazione, è di fatto morta con l’omicidio nel 1995 del primo ministro laburista Yitzhak Rabin, il fallimento degli accordi di Oslo (1993-1995) mediati della presidenza Clinton e l’ascesa al governo della destra del Likud.

Essa si scontra con i reali rapporti di forza sul campo e con l’interesse israeliano a mantenere lo status quo ricorrendo al classico divide et impera per conservare spaccato il fronte palestinese politicamente diviso tra Gaza e Ramallah e continuare le politiche di insediamento nella West Bank.

Gli Stati Uniti possono dunque limitarsi a gestire il conflitto affinchè non si trasformi in deflagrazione regionale che destabilizzerebbe il ricercato equilibrio mediorientale, in un’area scaduta a priorità secondaria nella Great Strategy Usa rispetto ai teatri primari dell’Europa e dell’Indo-Pacifico.

Da più di un decennio, la questione israelo-palestinese è uscita anche dai radar delle aree di conflitto geopolitico di primario interesse nel vasto Medio Oriente. L’ascesa dell’Iran dopo l’eliminazione di Saddam Hussein (2003) ha spostato il focus americano verso il Golfo Persico, con perno in Iraq.

La questione israelo-palestinese è passata in secondo piano anche nella scala di priorità degli Stati arabi, che considerano l’arco di influenza iraniano Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut e i movimenti islamisti rivoluzionari sponsorizzati dall’asse turco-qatarino le principali minacce alla sicurezza nazionale.

Gli accordi di Abraham si sono inseriti in queste dinamiche, ufficializzando, sotto l’egida diplomatica americana, l’informale cooperazione politica, economica, militare e di intelligence tra l’asse israeliano e quello saudita-emiratino, in chiave anti-iraniana e anti-turca, senza alcuna considerazione per la causa palestinese.

Per questa ragione vennero definiti “una pugnalata alle spalle”, dal presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas. Le monarchie arabe coinvolte nei patti di Abramo e la stessa Arabia Saudita si sono limitati a denunce di bandiera contro l’operazione militare israeliana di questi giorni.

Preoccupati dall’espansione nucleare e regionale iraniana che li costringe a restare stretti tra Gerusalemme e Washington. Mentre la Turchia ha profittato del vuoto creatosi intorno ai palestinesi, promettendo sostegno politico-militare e condannando l’“aggressione terrorista” israeliana, per ergersi a protettore esterno della loro causa, a paladina del mondo sunnita, ricorrendo al vettore religioso come strumento d’influenza imperiale. 

Senza offrire carta bianca, gli Usa continueranno a manifestare sostegno ad Israele, scheggia d’Occidente in Medio Oriente. Il supporto alla Stella di Davide trova un ampio e trasversale consenso negli States (75%). Non confinato solo all’influente diaspora ebraica (la più grande al mondo, con 6,9 milioni di persone, pari al 2% della popolazione) e ai conservatori della destra evangelica, anche se la distanza tra le opinioni favorevoli ai palestinesi e quelle pro-israeliane si è ridotta negli ultimi anni. Al sostrato culturale si aggiunge la sua importanza strategica. Nella Guerra Fredda, Israele rappresentava il principale contrappeso all’influenza sovietica in Egitto, Siria e Iraq. 

Oggi costituisce il principale attore politico-militare della ricercata balance of power regionale. É un importante hub dei flussi internet tra Medio Oriente ed Europa (vi passano 4 cavi sottomarini) e delle comunicazioni satellitari per le forze aeronavali americane operative tra Mediterraneo ed  Oceano Indiano, con la stazione radar di Dimona che ospita due radar X-band in grado d’intercettare nello spazio missili sino a 2.400 km di distanza.

La sua rilevanza strategica è testimoniata dai miliardari aiuti esteri forniti annualmente dagli Usa (3,3 mld$ nel 2019[1]), per garantirne la superiorità qualitativa militare regionale. Sfruttati da Israele per acquistare avanzati strumenti bellici come le armi guidate di precisione (l’ultima vendita programmata per un valore di 735 mln$ risale a pochi giorni fa) con i quali compensare a quella mancanza di profondità strategica, dovuta alla ristrettezza della sua conformazione territoriale, che l’ha storicamente costretto a giocare tatticamente all’offensiva, privilegiando l’attacco preventivo. 


[1] Pari a più della metà del totale degli aiuti militari esteri forniti dagli Usa nell’anno fiscale 2020. Dalla Seconda guerra mondiale ad oggi, Israele è il paese che ha ricevuto più assistenza estera dagli Usa per un totale di 142,3 mld$.

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