TENTATIVI DI DIALOGO TRA EGITTO E TURCHIA

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Erdogan e al-Sisi alla ricerca di nuovi margini di manovra in un panorama regionale e internazionale in continuo mutamento. 

Il 5 e il 6 maggio scorso al Cairo si sono tenuti i colloqui esplorativi tra Egitto e Turchia, co-presieduti dal vice ministro degli Esteri egiziano, Hamdi Sanad Loza, e dal vice ministro degli Affari esteri turco, Sedat Onal, volti a normalizzare le relazioni bilaterali tra i due Paesi dopo un’interruzione durata quasi otto anni.

Nella dichiarazione congiunta, rilasciata al termine della due giorni, si legge che “le discussioni sono state franche e approfondite, hanno affrontato questioni bilaterali e una serie di questioni regionali, in particolare le situazioni in Libia, Siria, Iraq, e la necessità di raggiungere la pace e la sicurezza nella regione del Mediterraneo orientale”.  

Quest’ultimo, assieme alla Libia e al sostegno turco alla Fratellanza Musulmana, sembra sia stato il dossier più discusso. Nello specifico, per quanto riguarda la Libia, al centro dei colloqui è stata posta la questione della presenza di forze straniere nel Paese alla luce dell’accordo tra Ankara e il governo di Tripoli, siglato nel 2019, che consente alla prima di mantenere le sue truppe sul territorio libico, complicando di fatto la costruzione di un esercito libico unitario, considerata dall’Egitto condizione necessaria per una qualsiasi possibile intesta.

A questo si aggiunge la difficoltà di un eventuale riconsegna dei cittadini egiziani appartenenti ai Fratelli Musulmani, nemici strutturali del regime di al-Sisi, accolti in gran numero in Turchia a partire dal 2013 e molti dei quali lì ormai legalmente residenti; per finire poi con la questione Mediterraneo, per la quale l’Egitto sembra si sia mostrato disponibile a non optare per un’opposizione di principio a un’eventuale adesione turca all’ East Mediterranean Gas Forum (EMGF), sempre nel caso in cui venga assicurato, da Erdogan, il pieno coordinamento nelle operazioni di produzione e vendita con l’insieme dei partecipanti. 

“Le due parti valuteranno l’esito di questo round di consultazioni – che pare siano propedeutiche a un incontro futuro tra i ministri degli Esteri di entrambi i Paesi – e concorderanno i prossimi passi”. 

Tuttavia, non sono stati forniti ulteriori dettagli sulle intese raggiunte e, in particolare, Il Cairo si è mostrato molto prudente riguardo a questa possibile normalizzazione dei rapporti diplomatici con Ankara, che negli ultimi anni è indubbiamente stata uno dei suoi maggiori competitor tanto sul piano ideologico quanto sul piano della concretezza di interessi. 

Prima di entrare nel vivo dell’analisi relativa alla contestualizzazione storico-politica di questo inizio di riavvicinamento – vale a dire dei suoi perché, a partire dalle origini del precedente dissenso e alla luce degli attuali giochi di forza regionali e internazionali – bisogna sottolineare che gli scambi commerciali e di intelligence turco-egiziani sono continuati in questi anni, seppur non in maniera sostenuta.

 Guardando ai primi, ad esempio, sappiamo che l’allontanamento tra i due Paesi ha provocato una diminuzione del loro volume da 5 miliardi di dollari prima del colpo di Stato del 2013 a 2,5 miliardi di dollari nel periodo successivo; in più le importazioni egiziane dalla Turchia hanno raggiunto 1,68 miliardi di dollari nei primi nove mesi dell’ultimo anno fiscale e le attività di export verso Ankara la quota di 737,6 milioni di dollari. Inoltre, il volume degli investimenti diretti turchi in Egitto si attesta intorno ai 2,5 miliardi di dollari con 230 fabbriche che impiegano oltre 52.000 lavoratori egiziani. Di conseguenza, l’eventuale rafforzamento delle relazioni economiche e commerciali, derivante dal superamento di dissidi a livello politico, non può che fare bene all’economia di entrambi i Paesi, a maggior ragione a fronte delle ricadute negative della crisi pandemica all’interno di una situazione già precedentemente tutt’altro che rosea.

Torniamo adesso sul come, sul quando e sul perché di questo possibile disgelo diplomatico. 

Le relazioni tra i due Paesi si sono ufficialmente interrotte nel 2013, a seguito del colpo di Stato con il quale il generale al-Sisi ha deposto il presidente eletto Morsi, appartenente alla Fratellanza Musulmana, dando vita all’attuale regime militare in Egitto. Chiaramente, il ritiro dei rispettivi ambasciatori, successivo al crescendo continuo, arrivato finanche in sede ONU, di accuse reciproche di destabilizzazione e interferenza nei rispettivi affari interni, non è stato voluto e cercato da Erdogan per “benevolenza democratica” nei confronti della popolazione egiziana.

Al contrario, il Presidente turco aveva interesse ad assestarsi lungo le linee di faglia che hanno caratterizzato la competizione regionale a partire dal 2011 e che hanno visto contrapporsi Turchia e Qatar da un lato e il cosiddetto Quartetto Arabo dall’altro – lo stesso gioco di e tra potenze che ha contribuito a cooptare il potenziale rivoluzionario delle rivolte popolari.   

Una rivalità regionale che pare affievolirsi in questi mesi e nei cui cambiamenti si inserisce anche il riequilibrio della competizione turco-egiziana. 

Con le Primavere Arabe il rinvigorito sostegno di Ankara alla Fratellanza – tradizionalmente vicina all’ideologia politica dell’AKP, il partito al potere in Turchia – è stato funzionale ai piani neo-ottomani di Erdogan, necessari a proiettare l’influenza turca nella regione anche in termini messianico-civilizzatori. L’avvio di una politica estera tanto ideologica se internamente ha permesso al Presidente turco di aumentare la stretta autoritaria sulla popolazione e di rafforzare i connotati populisti della sua leadership, esternamente l’ha costretto a non poche tensioni. Per questione di tempo e spazio, qui ci soffermeremo solamente sugli scontri ideologici, ben presto trasformatisi in concreti conflitti di interesse, che hanno direttamente coinvolto l’Egitto e la Turchia e che vanno dalla questione libica al Mediterraneo, intrecciandosi inevitabilmente.  

Senza dubbio, lo scontro tra i due Paesi ha raggiunto il suo picco a giugno dello scorso anno in Libia durante le fasi di riconquista di porzioni di territorio da parte del governo di Tripoli, guidato dall’ex premier al Sarraj e sostenuto dalla Turchia, a scapito del generale Haftar e del parlamento di Tobruk, sostenuto dall’Egitto. Allora al-Sisi si disse determinato a schierare le truppe in Cirenaica per proteggere l’area di Sirte dall’influenza turca così da scongiurare l’avvicinamento di forze vicine alla Fratellanza lungo il confine libico-egiziano.

Ciononostante, il corso degli eventi ha determinato, come sappiamo, un ribaltamento dell’equilibrio militare a favore della parte sponsorizzata dalla Turchia. Di conseguenza, l’Egitto è stato costretto a un cambio di passo che lo ha portato a sostenere la formazione del Governo di Unità Nazionale; governo insediatosi solo da qualche mese e incaricato di gestire una fase di transizione in cui restano numerosi i rischi di scontro e\o convergenza tra i diversi attori coinvolti, compresi Egitto e Turchia, tutti interessati a garantirsi la propria fetta locale di influenza. 

Ed ancora, sempre nell’estate del 2020, evidentemente calda per entrambi i Paesi, Egitto e Grecia hanno firmato un accordo per la delimitazione delle proprie zone economiche esclusive (ZEE) essenzialmente in ottica anti-turca.  Precedentemente, infatti, nel 2019 Tripoli e Ankara avevano firmato un accordo speculare incompatibile con quanto previsto dall’accordo turco-greco. Si è trattato, in realtà, di mosse diplomatiche attese e necessarie alle parti per l’affermazione delle rispettive strategie geopolitiche nell’area: da un lato il bisogno egiziano di utilizzare il fattore energetico come strumento di stabilità e integrazione regionale, oltre che come mezzo di intermediazione – e all’occorrenza di ricatto – politica globale; dall’altro la necessità turca di partecipare in qualità di membro all’ EMGF per tutelare direttamente i suoi interessi strategici nel Mediterraneo. Del Forum in questione fanno però parte alcuni degli Stati con cui Ankara ha avuto molte frizioni in questi anni: da Israele alla Grecia, dall’Egitto alla Francia. 

Tutto questo per dire quanto le spinte ideologiche, che negli ultimi anni hanno guidato il revisionismo avventurista di Ankara, in fin dei conti rischiano oggi di decretarne progressivamente il suo stesso isolamento; isolamento che potrebbe aggravarsi alla luce della normalizzazione dei rapporti tra Qatar, fedele alleato turco, e gli altri Paesi del GCC e degli Accordi di Abramo.

In questo contesto di nuove simpatie regionali, nonostante la maggiore cautela e prudenza, anche l’Egitto dal canto suo, incastrato in politiche altrettanto ideologiche, ha interesse a trovare convergenze su più fronti con la Turchia per riuscire a mantenere quel ruolo di guida del mondo arabo che storicamente ha la pretesa di incarnare e che probabilmente sente poter essere in qualche modo intaccato specialmente dalla normalizzazione dei rapporti dei suoi vicini con Israele.  

Inoltre, questi tentativi di disgelo diplomatico non possono essere capiti senza allargare lo sguardo allo scenario globale, con l’amministrazione Biden intenzionata a ripristinare i confini dell’ordine liberale internazionale – più volti superati da Egitto e Turchia negli ultimi anni grazie alla comunanza di entrambi i regimi coi tratti populisti e autoritari che hanno contraddistinto la presidenza Trump – e un’Unione Europea, geograficamente vicina e altresì necessaria alle economie di entrambe le potenze, che sta facendo dell’atlantismo e della sponsorizzazione dei valori del multilateralismo la bussola della sua azione nell’area – azione, tuttavia, limitata dall’incapacità degli Stati membri di superare molti dei meccanismi politici legati alla conformazione interna dell’Unione stessa, su cui peraltro hanno fatto leva in questi anni molti dei ricatti ideologici turco-egiziani, risultati poi in una regressione progressiva dei principi dello stato di diritto e dei diritti umani in tutta la regione.

Questo ha senza dubbio contribuito ad acuire le numerose crisi di cui Erdogan e al-Sisi si sono resi protagonisti e che ad oggi, a maggior ragione dopo più di un anno di pandemia, risultano sempre più difficili da sostenere e da giustificare alle rispettive opinioni pubbliche. In fin dei conti, al di là dei giochi retorichi di postura, entrambi gli autocrati si necessitano e si cercano a vicenda, essendo coscienti che ormai la conflittualità frontale e il mostrarsi antisistema hanno perso gran parte della loro convenienza politica.

Pertanto, quello che sembra un ritrovato pragmatismo nell’orientamento delle scelte operate da gran parte delle cancellerie mediorientali negli ultimi mesi, comprese quelle turche ed egiziane appena analizzate, testimonia, in realtà, la volontà di ciascun attore di stabilizzare il proprio il ruolo nella regione, massimizzando i risultati ottenuti durante questi ultimi dieci anni di generali sconvolgimenti e di progressivo laissez-faire sul piano dell’ordinamento internazionale. 

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