TAIWAN TRA CINA E STATI UNITI

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Taiwan si trova in mezzo a due fuochi: la Repubblica Popolare cinese, che mira ad annetterla a sé per realizzare il “sogno cinese” e gli Stati Uniti, per cui essa rappresenta l’ultimo baluardo per contenere l’espansione della RPC nel Mar Cinese meridionale.

Il caso più recente: le ananas della discordia

Alcuni giorni fa, il governo di Pechino ha vietato temporaneamente le importazioni di ananas da Taiwan: secondo quanto dichiarato dal Consiglio cinese dell’Agricoltura, queste contenevano parassiti nocivi che avrebbero potuto costituire un pericolo per la sicurezza alimentare dei cittadini del territorio della Repubblica popolare. Sembrerebbe uno scontro di poca importanza, ma dietro si cela ben altro: infatti, l’ananas rappresenta il 40% delle esportazioni annuali provenienti dal mercato ortofrutticolo taiwanese e il 90% di queste ananas viene esportato proprio nella Repubblica popolare.

Di conseguenza, la governatrice di Taiwan Tsai Ing-wen ha accusato il governo cinese di aver effettuato pratiche commerciali illegali e ha invitato tutti i governi alleati a comprare queste ananas rifiutate dalla Cina: un tweet postato dall’ex premier giapponese Abe Shinzo ha dimostrato che la sua richiesta era stata esaudita. In seguito alla richiesta della governatrice taiwanese, infatti, il Giappone aveva preordinato 6mila tonnellate di ananas, testimoniando un avvicinamento dell’arcipelago del Sol Levante a Taiwan in un’ottica anti-cinese. Anche gli Stati Uniti, insieme al Canada, alla Malesiaall’Australia e a Singapore, hanno accolto la richiesta della Tsai; d’altronde, non potevano mancare all’appello.

La guerra degli ananas è solo la punta dell’iceberg della difficile relazione che intercorre tra Taiwan e la Repubblica Popolare, di cui gli Stati Uniti approfittano per limitare la politica di conquista del leader supremo nel Mar Cinese meridionale e nel Pacifico.

Taiwan e il legame con la Cina

Per entrare ancora più a fondo nella questione, è necessario spiegare il concetto di “sogno cinese”. Questo termine è stato promosso da Xi Jinping nel novembre del 2012 durante una visita ufficiale al Museo Nazionale della Cina ed è stato coniato nel concetto del “Socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”; esso racchiude l’insieme degli ideali e dei principi prima nazionali, e poi personali di ogni componente e cittadino facente parte della società cinese. Per conquistare gli obiettivi della Repubblica Popolare cinese, è necessario perseguire quest’insieme di principi e ideali.

L’obiettivo di questo piano consiste nel modernizzare il paese per consolidare la sua identità in modo unitario: esso, infatti, fa leva sulla prosperità che caratterizzava le grandi dinastie del passato, incluso il periodo storico comunemente chiamato dagli storici cinesi «Il superamento del secolo dell’umiliazione», ossia il superamento delle invasioni subite dal Giappone, dalla Russia e dalle potenze occidentali tra la prima Guerra dell’Oppio (1839-1942) e la fondazione della Repubblica Popolare (1949).

In realtà, questa narrazione, che costituisce uno dei perni del soft power (l’abilità di un potere politico di attrarre, persuadere, convincere e creare partecipazione politica) che Xi sta esercitando sull’opinione pubblica, non è nuova. Tutt’altro: l’avevano utilizzata già leader come Sun Yat-sen, Jiang Zemin, Deng Xiaoping e Hu Jintao.

Stando ai principi e alle linee guida di questo piano, l’obiettivo di Xi è quello di rendere la Cina una nazione con una prosperità ai massimi storici entro il 2021. Il requisito minimo per il raggiungimento di quest’obiettivo è l’eliminazione della povertà assoluta nelle aree rurali cinesi: questo è un problema sociale ed economico estremamente sentito nella politica di Xi, dato che la disparità economica e sociale tra le aree rurali e le aree costiere (dove sorgono Shanghai, Guangzhou, Shenzhen e Ningbo, i principali centri economici del paese) è amplissima.

Non solo: entro il 2049, anno in cui ricorrerà il centenario dalla proclamazione della nascita della Repubblica Popolare cinese, il paese dovrà diventare, citando fedelmente le parole di Xi, «socialista, prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato e armonioso». Esatto: divenire la potenza numero uno al mondo e realizzare la propria rinascita conformemente alla propria civiltà e alla propria tradizione storica e raggiungendo gli standard statunitensi sono gli obiettivi principali dei leader della società cinese del terzo millennio.

Ma cosa c’entra Taiwan in tutto questo?

Taiwan, insieme a Hong Kong, è intimamente connessa alla questione del «Sogno cinese» perché la sua annessione alla Cina continentale significherebbe quantificare la realizzazione di questo progetto attraverso dati economici e, quindi, di benessere della nazione.

 E non solo: il presidente cinese è un nazionalista e l’annessione di Taiwan, dopo Hong Kong e Macao, porterebbe alla realizzazione del Sogno cinese in chiave nazionalistica, dimostrando che il Partito Comunista cinese è forte ed è in grado di imporre la sua potenza nel mondo.

Inoltre, Taiwan rappresenta per la Cina una porta esterna sul mondo e, se quest’ultima riuscisse ad annetterla sé, riuscirebbe ad attirare ulteriori investimenti dall’estero e ad aprirsi ancora di più al mondo degli affari internazionali.

Per giunta, Taiwan permetterebbe alla Cina di proiettare la sua potenza nell’Oceano Pacifico e di diventare un’avversaria ancora più temibile nei confronti degli Stati Uniti. Non bisogna dimenticare che Taiwan domina due aree marittime di fondamentale importanza: lo Stretto di Luzon e lo Stretto di Formosa; il primo funge da vaso comunicante tra il Mar Cinese meridionale e il Mar delle Filippine e permetterebbe alla Cina di proiettare la propria potenza militare ed economica in quest’ultima area e di espandersi ulteriormente nell’Oceano Pacifico.

Lo Stretto di Formosa, invece, mette in comunicazione il Mar Cinese meridionale con il Mar Cinese orientale a nord ed è uno dei luoghi commercialmente più trafficati dal punto di vista marittimo del Mar Cinese, essendo connesso a città cinesi sulla costa come Xiamen, Quanzhou e, soprattutto, Fuzhou, centro nevralgico per le importazioni in campo tessile e agroalimentare da Taiwan. Questa fruibilità delle rotte marittime è dovuta allo status di nazione insulare rivestito dall’ex Formosa, un po’ come il Regno Unito nell’Oceano Atlantico.

La contesa tra Cina e Stati Uniti

Tecnicamente, la Cina avrebbe tutte le ragioni per conquistare Taiwan: come illustrato, la Repubblica di Cina risulterebbe essere l’ultimo ostacolo verso la supremazia del Pacifico. Ma, dall’altra parte, ci sono gli Stati Uniti: Biden, come il suo predecessore Trump, non ha depennato la questione Taiwan dalla sua agenda. Tutt’altro: sebbene i loro approcci a questa questione siano totalmente differenti, i democratici e i repubblicani sembrerebbero uniti su un fronte comune riguardo ad essa.

Gli Stati Uniti vogliono assolutamente bloccare l’espansione cinese nel Pacifico perché, in questo modo, riuscirebbero ad arginare il suo controllo geografico e politico. Come ci ha insegnato l’ammiraglio e teorico del potere marittimo Alfred T. Mahan, il potere di una nazione è direttamente proporzionale al suo dominio dei mari. Se occupazione cinese di Taiwan andasse a buon fine, gli Stati Uniti potrebbero prepararsi a ridimensionare la propria influenza globale.

Perciò, nonostante essi non abbiano mai riconosciuto ufficialmente Taiwan come stato de iure (come d’altronde tutti i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU), non riconoscono nemmeno la sovranità della Repubblica Popolare su quest’ultimo. A testimoniare quest’alleanza, tra il 2017 e il 2018 sono stati firmati due accordi: il primo, il National Defense Authorization Act, prevede supporto reciproco tra i due paesi, nonché la presenza di navi da guerra nei rispettivi porti; il secondo, il Taiwan Travel Act, incentiva incontri tra funzionari statunitensi e taiwanesi.

A seguito di questi due accordi, gli USA hanno mobilitato truppe missilistiche e alcuni reparti dei marines per supportarne la difesa in caso di attacco da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. L’esempio più eclatante della difesa marina statunitense è il sistema sottomarino di sorveglianza Fish Hook Undersea Defense Line, che si dirama dal Giappone al continente australiano e fortifica la catena insulare taiwanese.

E’ guerra fredda e Xi, finora, non ha osato passare all’occupazione: per ora, si sta limitando a isolare Taiwan attraverso il peso economico della Repubblica Popolare. Teme che, in caso di scontro, l’appoggio degli USA all’isola potrebbe superare il livello tollerabile dal governo di Pechino e che la situazione taiwanese vada fuori controllo, inasprendo ancora di più le spinte indipendentiste di Tsai Ingwen e del popolo taiwanese e facendo perdere credibilità alla sua immagine. Al contempo, però, non occupare Taiwan secondo il principio “Una sola Cina” significherebbe comunque perdere consensi in larga scala all’interno del Partito.

Anche l’opinione pubblica statunitense vorrebbe sfuggire all’opzione dell’attacco, nonostante l’amministrazione Biden abbia chiaramente fatto capire che questo scenario potrebbe avvenire tra massimo sei anni.   Lo scontro potrebbe essere veramente rovinoso e, per ora, l’amministrazione Biden ha siglato un accordo con l’ambasciatrice taiwanese Hsiao Bi-kim che decreta l’attività congiunta della Guardia Costiera taiwanese e di quella statunitense per frenare, almeno per il momento, possibili attacchi da parte dell’esercito cinese.

Una cosa è certa: Taiwan rappresenta l’ago della bilancia, la chiave dell’equilibrio di questa nuova guerra fredda tra i due maggiori attori mondiali. Per mantenere questo status, è necessario che non si faccia attaccare. E’ anche importantissimo che Tsai Ingwen, se vuole farsi trovare preparata davanti all’eventualità di un’offensiva da parte di Xi,  mantenga ottimi rapporti con l’amministrazione Biden e non commetta passi falsi.

Clara Corvasce

Nata sotto il segno del Toro, è barlettana di origine ma romana di adozione. Dopo aver acquisito il diploma di laurea triennale in Mediazione Linguistica alla SSML “Carlo Bo” di Bari, nel 2020 ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università degli Studi Internazionali di Roma con una tesi in geopolitica, incentrata sul profilo identitario di Hong Kong e sul ruolo che ricopre nel rapporto antagonistico tra Cina e Stati Uniti.
Appassionata di Estremo Oriente da tempo immemore, dal 2019 studia il cinese e si interessa alla strategia di ascesa politica ed economica della Cina a livello internazionale e alle dinamiche di potere che intrattiene con le altre nazioni; un giorno, spera di riuscire a metterci piede fisicamente. Incuriosita dall’ambiente giovanile, stimolante e professionale dello IARI, è entrata a farne parte nell’aprile del 2021 in qualità di membro della redazione “Asia e Oceania”.

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