NEO-OTTOMANESIMO: LA STRATIFICAZIONE TATTICA NELLA STRATEGIA DI POTENZA TURCA

8 mins read

La Turchia post 2016 si mostra sotto una veste decisamente differente se si pensa all’aspetto con il quale si configurava nei primi anni del nuovo millennio. Non ha bisogno di dissimulare il proprio disinteresse in materia di diritti umani, per la realtà della democrazia o per il deterioramento dello stato di diritto. La questione dell’adesione all’UE è acqua passata, oggi esiste solo un imperativo strategico: imporsi.

La posta in gioco nel Mediterraneo è alta.

Sebbene gli interessi per questo spazio geopolitico siano forti, gli attori coinvolti agiscono in maniera più o meno manifesta. E così mentre da un lato appare complicato comprendere su cosa si baserà il mantenimento degli equilibri nel bacino del Mare nostrum, dall’altro risulta essere estremamente chiaro intuire in quale veste intenda configurarsi la Turchia.

La posizione anatolica è infatti inequivocabile: imperialista. Irrisoria l’attenzione dedicata dopo il 2016 al maquillage istituzionale, all’aspetto democratico e all’assetto governativo; comportandosi come fosse ormai “vaccinato” dal tentato golpe, Erdogan agisce senza troppe remore accantonando le problematiche economiche e sociali legate alla politica interna, concentrato sulla sola battaglia geopolitica.

La morfologia attuale della Turchia è quella di un attore con accentuata tendenza all’ambizione di potenza e ne sono caveat tangibili le numerose proiezioni oltre il proprio limes. Ad imprimere solidità a questa traiettoria è senza ombra di dubbio la cifra antropologica e culturale della tradizione turca, la sedimentazione dei suoi sostrati storici.

Già, perché l’obiettivo strategico di gran parte delle misure in atto è riconducibile alla passata vocazione imperiale ottomana. L’engagement turco è essenzialmente polarizzato sulla realpolitik e dunque scopo inderogabile è quello di capitalizzare sull’aspetto esteriore in politica estera.

La tendenza verso il neoottomanesimo – inaugurata nel 1974 sotto il governo di Ozal – trae origine dal moderno sentimento di paura che deriva dalla cosiddetta “sindrome di Sèvres” che continua a sospingere l’interpretazione turca del proprio ruolo geopolitico.

Stando così le cose, risulta più semplice constatare che l’obiettivo strategico rimane lo stesso nonostante i mutamenti tattici avvicendatisi nell’ultimo ventennio: la Mavi Vatan, o Blue Homeland come dir si voglia, pertanto non rappresenta nient’altro che la prosecuzione della dottrina di Davutoglu. Centro gravitazionale del pensiero di quest’ultimo è stato l’individuazione del congenito afflato che muove la Turchia.

La tassativa presa di coscienza storico-geografica e culturale-religiosa dell’hinterland anatolico ha così chiarito cosa è Turchia e cosa sono gli altri. Dopo una stasi coatta riconducibile al ridimensionamento imposto dagli assetti derivanti dai due conflitti mondiali, la consapevolezza della posizione e quindi del ruolo geopolitico hanno restituito impulso al dinamismo turco.

L’idea di “profondità strategica” ha consentito al Paese di superare la dismessa collocazione da media potenza regionale per elevarla ad attore di primaria grandezza nel panorama internazionale.

In questo senso, dunque, la vocazione marittima riportata in auge dalla concezione sviluppatasi nell’ambiente degli ufficiali nazionalisti laici – e ancora più precisamente teorizzata dall’Ammiraglio Cem Gurdeniz nel 2006 – non simboleggia affatto un superamento della manovra di Davutoglu né tantomeno ne esprime la negazione.

La Mavi Vatan non è nient’altro che il perfezionamento della dottrina della “profondità strategica”. Tramite tale tattica la Turchia ha assunto la postura regionale assertiva la cui fama oggi la precede.   Fino allo scorso decennio era una potenza forte ma decisamente isolata, ora invece si configura con una politica aggressiva ed espansiva. Attualmente Ankara fa un ampio utilizzo del soft power come anche della propaganda – si serve infatti del supporto dell’ideologia islamista per fornire sostegno ai gruppi vicini alla Fratellanza Musulmana nel tentativo di ampliare la propria sfera d’influenza in territori allogeni – alternandoli maliziosamente a dimostrazioni di potere militare.

Erdogan agisce secondo logiche volutamente provocatorie.  L’attività esplorativa della Oruç Reis ne è un esempio tangibile; così come lo è anche la particolare andatura claudicante in linea di politica estera dove oscilla tatticamente tra alleanze e inimicizie, diffidenza e cooperazione, tenendo però sempre ben presente l’obiettivo strategico. Avendo distintamente individuato quest’ultimo e la traiettoria storica, la penisola anatolica si è resa protagonista di una vera e propria rinascita geopolitica.

Valicata la prospettiva terricola ha esteso gli orizzonti al di fuori, sul mare che è così diventato il teatro preminente della dottrina del neo-ottomanesimo. Ankara sta cercando di affermare la propria leadership sul Mare nostrum ed è qui che viene condensata la dinamica espansionista in parallelo al Mar Nero – come conferma la recente approvazione dei progetti per il Canale di Istanbul che andrebbe a costituire a tutti gli effetti un nuovo choke point sul Caucaso. La vera sfida è però circoscritta al pivot del Mediterraneo orientale. È proprio in quest’area che sono concentrati tutti gli sforzi turchi.

La manovra tattica consiste nell’esercizio di un tentativo revisionista; ed in tale senso si muove l’ottica nella quale va inquadrata la definizione del corridoio turco-libico attraverso la creazione di una contiguità tra le corrispettive zone economiche esclusive.  Di conseguenza si evince lo scopo dell’operazione: isolare l’Europa mediante la divisione marittima della porzione orientale del bacino, quella che fa più gola a tutti gli attori per arrogarsi la funzione di hubenergetico e dalla quale la Turchia è stata arbitrariamente tagliata fuori.

Pertanto il proposito è chiaramente quello di ostacolare per affermare la propria presenza in maniera intralciante per vedersi prima riconosciuto e poi accettato il ruolo di interlocutore nodale nel Mediterraneo. Tutto ciò esprime in maniera stringente la propensione in seno alla collettività turca.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY