TAGIKISTAN E KIRGHIZISTAN: SCONTRO TRA IDROCRAZIE

I recenti scontri tra Tagikistan e Kirghizistan in un territorio conteso in prossimità dei confini lasciano emergere criticità e questioni irrisolte che da molti anni caratterizzano le relazioni tra questi due Stati. Ciononostante, entrambi condividono caratteristiche geografiche simili e sono dipendenti dalla stessa risorsa naturale: l’acqua.

Il fiume Isfara al centro degli scontri

Nelle giornate di mercoledì 28 e giovedì 29 sono esplosi scontri tra civili, prima, e militari, poi, al confine tra la regione tagica di Sughd e quella kirghisa di Batken. La causa scatenante sarebbe legata a degli arresti di civili da parte delle guardie di confine a seguito di attraversamenti illegali della frontiera tra i due Stati per accedere alle acque del fiume Isfara. Collocato in un’area contesa, limitato dalla mancanza di accordi chiari in merito alla demarcazione dei confini tra Kirghizistan e Tagikistan, il fiume Isfara vede la contrapposizione di questi due attori per il suo utilizzo. 

La questione dei confini irregolari e contestati in Asia centrale è una tematica molto presente nel dibattito pubblico, con grandi difficoltà da parte dei governi nazionali per la risoluzione delle controversie nelle aree maggiormente contese. Il problema principale che ha investito la zona degli scontri delle ultime settimane è legato all’iniqua distribuzione di risorse transfrontaliere tra le comunità afferenti ai due Stati.

Il Kirghizistan, infatti, detiene il controllo delle principali infrastrutture costruite lungo il corso del fiume e devia parte del flusso verso la diga del Toktogul, mentre Tagikistan e Uzbekistan ricevono la restante parte del flusso unitamente a quanto Biškek decida di reimmettere dal flusso in uscita dal Toktogul. È evidente che vi sia una situazione di squilibrio di potere, con un significativo vantaggio dei kirghisi, che controllano anche le sorgenti dell’Isfara prima che questo entri in territorio tagico.

Nella regione kirghisa di Batken, inoltre, insiste un’exclave di pertinenza tagica, Vorukh, e solo alcuni mesi fa vi era stata un’escalation di tensioni tra i due governi nazionali per lo status di questo villaggio, che i vertici militari kirghisi avevano ipotizzato potesse essere incluso in uno scambio di territori con altre aree di confine.

Questo aveva generato forti preoccupazioni nelle comunità tagiche di Vorukh ed aveva comportato un duro intervento del presidente del Tagikistan Emomali Rahmon, che aveva stigmatizzato il comportamento non conciliante del Kirghizistan in una fase cruciale per gli accordi sulla demarcazione dei confini tra i due Stati.

L’esplosione degli scontri, infatti, ha interessato proprio il tratto di fiume kirghiso compreso tra l’exclave di Vorukh e la regione tagica di Sughd. In quest’area vi sono state prima delle sassaiole tra civili e, successivamente, nella giornata di mercoledì 28 sono intervenute unità militari, con l’impiego di mortai e lanciarazzi.

Sebbene i presidenti Rahmon e Japorov si siano incontrati a margine di un vertice dell’Unione Economica Eurasiatica a Kazan nella giornata di giovedì 29 ed abbiano adottato un cessate il fuoco tra le parti, gli scontri si sono trascinati per altri giorni ed hanno lasciato circa cinquanta caduti sul campo.

Quanto conta l’acqua per Biškek e Dušanbe?

Nonostante anni di incomprensioni tra Kirghizistan e Tagikistan, si tratta di due Stati che presentano molte caratteristiche in comune e che potrebbero essere, potenzialmente, degli alleati. Si tratta dei due Paesi più piccoli della regione centro-asiatica, caratterizzati da economie modeste e poco diversificate. Entrambi hanno un territorio prevalentemente montuoso e povero di risorse energetiche.

La caratteristica che accomuna queste due repubbliche è, tuttavia, il fatto di essere collocati a monte rispetto ai due maggiori fiumi che scorrono in Asia centrale: il Syr Darya e l’Amu Darya nascono, infatti, rispettivamente in Kirghizistan e in Tagikistan. Il controllo di questi due fiumi garantirebbe le chiavi d’accesso all’economia della regione, data la forte dipendenza degli Stati collocati a valle dall’agricoltura irrigua.

Sia il Tagikistan sia il Kirghizistan posseggono un importante sistema di dighe sul proprio territorio ereditato dal passato sovietico, e questo ha consentito loro di ricorrere all’energia idroelettrica per sopperire parzialmente alla mancanza di risorse energetiche fossili. Dotate di limitate capacità finanziarie, sia Biškek sia Dušanbe non sono in grado di acquistare energia ai prezzi di mercato, vedendo nell’idroelettrico una necessità irrinunciabile.

Questo rapporto simbiotico con l’acqua ha messo le due repubbliche montane in aperto contrasto con l’attore idroegemone della regione, l’Uzbekistan, che per decenni ha esercitato la propria idroegemonia per impedire al Tagikistan e al Kirghizistan di perseguire le proprie idropolitiche e rendersi attori geopolitici autonomi nella regione centro-asiatica. Nel corso degli anni le tensioni non sono mancate, portando spesso a temere l’esplosione di una vera e propria guerra per l’acqua

Nel ginepraio della valle del Fergana, in cui scorre il Syr Darya e che è condivisa da Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, è presente un ulteriore problema, legato all’estrema frammentazione dei confini. Data l’incapacità del governo sovietico di giungere ad una soluzione che accontentasse tutte le comunità centro-asiatiche, nel momento dell’indipendenza vecchi rancori nazionali si sono riaccesi. Questo ha fatto sì che i contrasti non riguardassero solamente Stati a monte e Stati a valle rispetto al corso dei fiumi maggiori, ma anche tra Biškek e Dušanbe, le due idrocrazie regionali, le tensioni hanno portato a relazioni tese e lotta per le risorse. 

Un potenziale ancora inespresso

In un contesto di scarsità delle risorse, dove ogni fiume ha una rilevanza strategica ai fini della salvaguardia degli interessi nazionali, la questione del fiume Isfara assume, dunque, importanza per entrambe le parti coinvolte.

Il Kirghizistan abbisogna di importanti masse d’acqua per utilizzare la diga del Toktogul a fini idroelettrici e, non potendo prelevare eccessivamente dal flusso principale del Syr Darya, è costretto a deviare parte del flusso degli affluenti. 

Il Tagikistan, d’altro canto, necessita delle risorse del fiume Isfara per soddisfare la domanda idrica delle popolazioni di Vorukh e della regione di Sughd, che soffrono dell’eccessivo controllo kirghiso del fiume e dei confini ermetici tra i due Stati.

Sebbene entrambi gli Stati ripongano le speranze per il proprio sviluppo nell’energia idroelettrica, molti dei progetti più grandi risultano ancora sulla carta o, comunque, incompleti. La diga del Kambarata-I in Kirghizistan e quella del Rogunin Tagikistan, infatti, restano delle speranze a cui i governi di Biškek e Dušanbe si aggrappano per assicurare autonomia energetica alle rispettive economie. L’opposizione dell’Uzbekistan, che per anni ha paralizzato entrambe le opere e che solo di recente si è andata riducendo, ha impedito a tagichi e kirghisi di esprimere appieno il proprio potenziale idroelettrico.

Questo ha fatto sì che le tensioni in merito all’uso dell’acqua dei fiumi transfrontalieri in Asia centrale non siano ancora state risolte, con un malcontento popolare che episodicamente sfocia in scontri anche molto violenti. 

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