TERRA SANTA TRA RAZZI E VITTIME

Erano anni che la tensione tra Israele e Palestina non toccava dei livelli così eclatanti tanto da sfociare nello scontro diretto come avvenuto negli ultimi giorni.  Le ultime scintille si erano registrate nel 2014, da lì in poi lo storico conflitto era rimasto latente. Ma ora si ritorna a razzi e bombardamenti con morti e feriti da ambo le parti. E la calma non accenna a tornare.  La comunità internazionale ha espresso preoccupazione per i fatti di Gerusalemme ma al momento non è stato concordato nessun intervento, la situazione a Gaza e in Cisgiordania peggiora, con strascichi che dilagano in tutto il Paese. 

La situazione a Gerusalemme: 

Le tensioni tra ebrei e palestinesi oramai si sono espanse a macchia d’olio in molte zone del Paese.  Il Premier israeliano Netanyahu ha infatti dichiarato lo stato d’emergenza a Lod, una città del sud inizialmente non coinvolta dai disordini. 

Il conflitto si è espanso a partire dalle tensioni verificatesi a Gerusalemme. La situazione era particolarmente tesa in Città Santa per via delle manifestazioni nel quartiere di Sheikh Jarrah contro lo sfratto di tre famiglie palestinesi in attesa del giudizio della Corte Suprema israeliana. 

Sul territorio in questione, infatti, è in corso una disputa legale da tempo tra i palestinesi, proprietari delle case, e i coloni ebrei che rivendicano l’autorità e il controllo su di esse a partire dalla guerra dei sei giorni del 1967. La disputa nacque proprio in quell’anno, quando i palestinesi persero molti dei loro territori, che passarono nelle mani degli israeliani, tra cui Gerusalemme Est, luogo in cui molti palestinesi risiedevano da tempo.

In particolare, vi si erano insediati dopo la guerra del 1948, la cosiddetta Nakba (catastrofe), in cui furono costretti a fuggire dalle loro case a Gerusalemme Ovest ed Haifa quando esse divennero parte di Israele. A quel tempo Gerusalemme Est era sotto l’amministrazione del regno Ascemita di Giordania il quale, con l’approvazione dell’agenzia ONU per i rifugiati, costruì per i rifugiati palestinesi le case di Sheikh Jarrah. 

In seguito, nei primi anni ’60, i rifugiati palestinesi raggiunsero un accordo con il governo giordano secondo cui essi sarebbero divenuti proprietari delle abitazioni a tutti gli effetti, in cambio della rinuncia allo status di rifugiati. Quel momento sancì di fatto la titolarità sulle abitazioni da parte delle famiglie palestinesi. Quell’ accordo, però, venne vanificato proprio con la guerra dei sei giorni del 1967 quando Israele occupò la Cisgiordania cosicché quei territori divennero i “territori palestinesi occupati”.  

A partire da quel conflitto, quegli spazi divennero il fulcro di questioni legali mai cessate fino ad oggi tra palestinesi e coloni israeliani. In particolare, la miccia si è recentemente riaccesa quando il 2 maggio la Corte Suprema israeliana ha ordinato a delle famiglie palestinesi di evacuare le loro case entro il 6 maggio in quanto previamente stabilito che i diritti sugli appezzamenti di terra in questione sono degli ebrei, e non dei legittimi proprietari palestinesi. 

Questa decisione ha chiaramente alimentato il risentimento dei palestinesi, che in risposta a questo sopruso sono scesi in piazza per protestare, dando inizio a un’escalation di violenze tutt’ora in corso. 

A questa situazione precaria, inoltre, si sono unite le proteste scoppiate per il Ramadan (molto comune), generando un clima infuocato che è degenerato nei recenti lanci di razzi e bombardamenti. 

Cosa succederà?

La situazione in Terra Santa peggiora visibilmente. Un territorio logorato da anni di tensioni in cui ora, in un momento di escalation così alto, tutti i protagonisti cercano di portare acqua al proprio mulino. Sullo sfondo di queste lotte di potere, però, ci sono i civili che ne pagano le conseguenze. La gente sta morendo, tanto i palestinesi quanto gli israeliani e la via della diplomazia sembra essere assolutamente utopica. 

A Gerusalemme non c’è pace da tempo, da mai. E da quando l’amministrazione Trump scelse nel 2018 di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv in Città Santa, la situazione è totalmente fuori controllo, con il fronte dell’estrema destra israeliana che si muove liberamente su quei territori come se fossero effettivamente totalmente ebrei.

I palestinesi che vivono a Gerusalemme Est vengono arbitrariamente espropriati delle loro proprietà e dei loro diritti. Sono in gabbia, senza via d’uscita. E la sensazione generale è che la causa palestinese sia stata oramai dimenticata da tutti, compresi gli altri Paesi arabi, impegnati sui rispettivi fronti domestici. 

In questo clima si inserisce poi Hamas, che crede nella resistenza e nella lotta armata e che è parte di attiva nell’escalation in corso, nonostante la consapevolezza di una risposta israeliana pesantissima e violenta. 

La percezione diffusa è che Israele non opererà un’invasione militare, e che nei prossimi giorni la situazione rientrerà. Se anche le cose dovessero andare così, però, il problema rimarrebbe, e senza soluzioni in vista. 

L’accordo politico “due popoli, due Stati” non è più realistico, non interessa più ad Israele né a nessun altro. La situazione politica interna israeliana, poi, vacilla. Netanyahu non è più in grado di formare un governo autonomamente. Necessita dell’appoggio degli ultraconservatori, dei movimenti radicali e questo fa sì che i palestinesi non possano più avere un partner per la pace. 

Inoltre, Abu Mazen è ormai privo di autorità, e l’unica alternativa ad egli è la lotta armata di Hamas che però, spingerà la comunità internazionale a compattarsi attorno a Netanyahu. 

In conclusione, se anche le violenze dovessero cessare nei prossimi giorni, la soluzione politica alla questione palestinese non arriverebbe, ed episodi del genere riaccadranno ancora in un futuro più o meno prossimo, contribuendo ad accrescere il numero dei morti di un conflitto senza tempo e senza fine. 

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