L’ALGERIA USA IL PUGNO DI FERRO IN VISTA DELLE ELEZIONI

Si avvicina l’appuntamento elettorale in Algeria e cresce la preoccupazione che possa alimentare l’atmosfera di protesta che interessa il Paese già dal 2019.

Per arginare il rischio di nuove proteste il Ministro dell’Interno, Kamal Beldjoud, ha annunciato che saranno vietate le manifestazioni non autorizzate.  Beldjoud ha dichiarato che il mancato rispetto delle procedure “comporterà una violazione della legge e della Costituzione e sarà necessario affrontarla con le giuste misure”.

La decisione dipenderebbe, in parte, dalla convinzione che le proteste, iniziate nel 2019 per contrastare la decisione dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika di candidarsi per il quinto mandato, si sono trasformate in una richiesta di un cambiamento più profondo. Gli organizzatori, quindi, dovrebbero attenersi alla legge specificando sia il giorno e l’orario, in cui si svolgono le manifestazioni, che il nome degli organizzatori.

Le misure infatti sono in linea con la riforma costituzionale approvata con il referendum dello scorso novembre e che ha ottenuto il 66% dei consensi ma su una partecipazione elettorale di appena il 25%. 

Tuttavia, come hanno evidenziato opposizioni e intellettuali, l’adozione di tali procedure significherebbe rendere nota l’identità degli esponenti del movimento di protesta Hirak che fino a questo momento si è presentato più come l’espressione della volontà popolare.  Attraverso uno sguardo d’insieme emerge, dall’inizio delle proteste, un tentativo di comprimere la libertà di partecipazione politica dei civili e dei partiti di opposizione. 

Dal 2019 il governo ha avviato una serie di misure volte a ridurre la capacità dei partiti di opposizione di riunirsi e fare campagna, inoltre le autorità hanno impedito al Fronte delle forze socialiste e al Partito laburista di svolgere una riunione per inaugurare la loro alleanza elettorale.

Si sono registrati diversi casi in cui i leader dei partiti di opposizione sono stati oggetto di detenzione o di azioni penali. Karim Tabbou, portavoce dell’Unione democratica e sociale, è stato arrestato a settembre da ufficiali dell’intelligence. Nello stesso mese Louisa Hanoune, leader del partito laburista, è stata condannata a 15 anni di carcere con l’accusa di “aver danneggiato l’autorità dell’esercito” e “cospirazione contro l’autorità dello stato”.

Le pressioni sulle libertà fondamentale sono il riflesso di un sistema istituzionale soffocato dalle pressioni politiche. La Magistratura è infatti sottoposta alla continua influenza da parte del governo e dei militari. I giudici vengono nominati dal Consiglio superiore della Magistratura, guidato dal Presidente e dal Ministro della giustizia.

Non è un caso che le manifestazioni dal 2019 abbiano interessato anche i giudici che hanno preso parte a diversi scioperi contro l’interferenza del Governo e, nonostante il raggiungimento di un’intesa, l’atmosfera continua a restare tesa e incerta.

Le speranze che dopo il Covid-19 si potesse avviare un processo di dialogo politico tra il movimento Hirak e il Governo iniziano ad affievolirsi di fronte alla crescente incertezza e instabilità politico-sociale del Paese.

Dal 2019 le aspettative dei cittadini di un cambiamento radicale sono state continuamente disilluse e le elezioni di giugno potrebbero rivelarsi l’ennesima occasione per il Governo di autoconservazione. 

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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