IL CASO DOMINIC ONGWEN: SENTENZA STORICA ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE

Credits: Dominic Ongwen during the delivery of the sentence before the International Criminal Court on 6 May 2021 ©ICC-CPI https://www.icc-cpi.int/Pages/item.aspx?name=pr1590#:~:text=Today%2C%206%20May%202021%2C%20Trial,crimes%2C%20committed%20in%20Northern%20Uganda

Il 6 maggio scorso la Corte Penale Internazionale ha condannato Dominic Ongwen, ex comandante del gruppo ribelle ugandese LRA, a 25 anni di prigione per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Una sentenza storica poiché, per la prima volta, un imputato è apparso davanti ai giudici anche come vittima.

Giovedì 6 maggio 2021: una data che rimarrà per sempre impressa nella storia della Corte Penale Internazionale (CPI), il tribunale incaricato di perseguire i più gravi crimini che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme, ossia genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimine di aggressione.

Dominic Ongwen, ex comandante del brutale gruppo ribelle noto come Lord’s Resistance Army (LRA), è stato condannato a 25 anni di carcere per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nell’Uganda settentrionale tra il 1 luglio 2002 e il 31 dicembre 2005. 

A sette anni dalla sua cattura nella Repubblica Centrafricana, l’imputato è stato dichiarato colpevole complessivamente di 61 capi d’imputazione. La sentenza di 1077 pagine rivela la complessità e unicità di un caso destinato a fare giurisprudenza e contribuire allo sviluppo della disciplina non solamente per gli elementi innovativi a livello processuale, ma anche perché per la prima volta nella storia della Corte un individuo è apparso davanti ai giudici sia in veste di vittima sia di carnefice, risultando infine colpevole per un crimine che egli stesso ha subìto in passato: l’arruolamento e utilizzo di minori nelle ostilità, che figura tra i crimini di guerra ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto di Roma. 

Dominic Ongwen: da vittima a carnefice 

All’età di soli dieci anni, Ongwen venne infatti rapido dall’LRA, un gruppo ribelle che unisce un cristianesimo estremista e nazionalista al culto della personalità del suo leader, Joseph Kony – tutt’ora latitante e oggetto di un mandato di cattura da parte del tribunale. Attivo soprattutto nell’Uganda settentrionale, l’LRA è noto per le atrocità e i crimini commessi sia contro l’esercito nazionale sia contro la popolazione dei campi profughi appositamente istituiti dal governo nel nord del Paese.

Si stima che dall’inizio della sua attività l’LRA abbia rapito, arruolato e addestrato a combattere oltre sessantamila bambini che non solo vengono sottoposti ad una formazione militare che non distingue tra combattenti e civili – principio cardine del diritto internazionale umanitario la cui violazione costituisce un crimine internazionale – ma sono anche vittime di riti di iniziazione, violenze e torture.

Spesso costretti a commettere o ad assistere ad atrocità e omicidi anche nei confronti di altri bambini-soldato che tentano la fuga o che osano ribellarsi, i minori vengono solitamente utilizzati come esche o soldati in prima linea durante gli attacchi.

Secondo quanto emerso durante la fase processuale, nel corso degli anni Ongwen raggiunse la posizione di comando del gruppo ribelle e, noto con il soprannome di “Formica Bianca”, si macchiò dei gravi crimini di guerra e crimini contro l’umanità riportati negli articoli 7 e 8 dello Statuto di Roma, tra cui omicidio e tentato omicidio, tortura, saccheggio, distruzione di proprietà, persecuzioni, arruolamento di bambini soldato, stupro, schiavitù sessuale e gravidanza forzata – quest’ultima, in particolare, esaminata per la prima volta dalla Corte in questo caso.

Le difficoltà della Corte e l’assenza di cause di esclusione della punibilità

Per la prima volta, la Trial Chamber IX della Corte si è dovuta confrontare con “l’autore di crimini che, volontariamente e lucidamente, ha causato delle immense sofferenze alle sue vittime” e al contempo con un imputato a cui erano stati inflitti dolori e sofferenze per mano del gruppo di cui sarebbe in seguito divenuto comandante. Situazione complicata inoltre dal fatto che il crimine in questione – ossia l’uso dei bambini-soldato – era stato precedentemente definito dalla Corte (nel caso Lubanga) come un crimine dalle conseguenze devastanti a lungo termine, che possono compromettere il sano sviluppo del minore e favorirne lo sviluppo di uno stress post-traumatico che può protrarsi per tutta la vita. Ed è proprio su questo aspetto che si è basata la linea difensiva della difesa.

Di fronte a simili circostanze, tuttavia, entrambe le cause di esclusione della punibilità dell’imputato – l’esistenza di un vizio di mente e la coercizione cui l’imputato sarebbe stato sottoposto – non sono state valorizzate dai giudici ai fini del caso e nel periodo rilevante per le accuse. 

Infatti, sebbene alcuni psichiatri abbiano sottolineato come l’imputato soffrisse di disturbi da stress post-traumatico e di un disturbo dissociativo dell’identità durante gli attacchi sferrati nei campi profughi, non è emersa una correlazione tra lo stato mentale dell’imputato e l’atrocità dei crimini commessi.

Inoltre, i crimini perpetrati od ordinati da Ongwen – e descritti nel dettaglio dalle 4.095 vittime che hanno partecipato al processo – e i danni fisici e psicologici inferti alle comunità del nord del Paese non sarebbero il risultato di alcun tipo di costrizione o minaccia, bensì atti sferrati in modo volontario e indipendente, come dimostrato dai frequenti abusi sessuali commessi nelle sue stanze.

Il contributo della sentenza allo sviluppo del diritto penale internazionale

L’ex comandante ugandese, che è stato condannato a 25 anni di prigione, non ha ricevuto la pena massima, ossia l’ergastolo, in quanto i giudici del tribunale hanno considerato un’attenuante il suo rapimento da parte dell’LRA in giovanissima età e la sofferenza fisica e psicologica a cui è stato sottoposto nel primo periodo di permanenza nel gruppo ribelle. 

Nonostante i legali dell’ex comandante abbiano già annunciato che ricorreranno in appello entro un mese, il caso Ongwen ha portato alla luce la difficoltà nel giudicare la colpevolezza o innocenza di un uomo che è passato, nel corso della sua vita, da vittima innocente a crudele carnefice.

Questa sentenza – la prima in cui un comandante dell’LRA viene processato dalla Corte dell’Aia – contribuisce inoltre allo sviluppo del diritto penale internazionale e sottolinea il ruolo sempre più rilevante che il concetto di giustizia penale individuale per i crimini internazionali ha assunto negli ultimi decenni, indipendentemente sia dalla posizione dell’imputato sia dal suo trascorso, come dimostrato dal caso Ongwen. 

Sebbene la Procuratrice della CPI, Fatou Bensouda, abbia rimarcato l’importanza della condanna, definendola come una pietra miliare nel percorso verso la giustizia per il popolo ugandese, e abbia sottolineato come i giudici abbiano fatto riferimento anche a condotte tradizionalmente marginali e raramente – o mai prima d’ora – perseguite nel diritto penale internazionale, è necessario ricordare come la CPI sia sempre stata al centro di aspre critiche. 

Frequenti accuse di colonialismo, spese ingenti e tempi della giustizia troppo lunghi, incapacità di perseguire i maggiori criminali focalizzandosi solamente sui cosiddetti “pesci medi”, un numero maggiore di assoluzioni rispetto alle condanne e la mancata adesione dei principali attori geopolitici – tra cui Cina, Stati Uniti e Russia – sono solo alcune delle accuse che hanno minato l’attività della Corte sin dai primi anni della sua attività, mettendone in crisi la credibilità e legittimazione a livello internazionale.

È infine necessario ricordare come il mandato e la giurisdizione della Corte siano limitati al solo periodo successivo all’entrata in vigore del suo trattato istitutivo, ossia dopo il 1 luglio 2002, ponendo quindi la CPI di fronte a degli evidenti limiti temporali per quanto riguarda i crimini commessi prima di questa data. 

Sitografia:

Corte Penale Internazionale, “Dominic Ongwen sentenced to 25 years of imprisonment”, 6 maggio 2021, https://www.icc-cpi.int/Pages/item.aspx?name=pr1590 (ultimo accesso: 11 maggio 2021).

Corte Penale Internazionale, Summary of the delivery of the sentence on 6 May 2021, https://www.icc-cpi.int/itemsDocuments/210506-ongwen-sentence-summary-eng.pdf

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