REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO: I PRO E I CONTRO DELLO STATO D’ASSEDIO DEL PRESIDENTE TSHISEKEDI IN NORD KIVU E ITURI

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) è rimasta intrappolata in un ciclo perpetuo di crisi; crisi che fanno emergere la gravità del conflitto che investe tutt’ora il cuore dell’Africa: dalla crisi alimentare la quale, secondo il rapporto pubblicato di recente dall’ONU, si presenta con una percentuale di popolazione non indifferente che necessita urgentemente di assistenza alimentare (infatti, un terzo del Paese, secondo l’ONU, sta affrontando una crisi della fame che è stata ulteriormente aggravata dal problema del Covid-19 e dal conflitto continuo tra le varie regioni); alla crisi umanitaria, in quanto c’è stato un aumento delle violazioni dei diritti umani del 21% rispetto al 2019, secondo i dati pubblicati dall’Ufficio dell’Alto Commissario. 

A tal riguardo, il governo congolese ha utilizzato misure autoritarie, come intimidazioni, arresti e violente percosse di manifestanti e giornalisti e l’Est del Congo è stato il più colpito, con particolare riferimento ad aree come Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu e Tanganica, così come la provincia centrale del Kasai, che già risultano devastati da lunghi periodi di conflitti tra i gruppi ribelli. 

Sotto questo profilo, in particolare in questi giorni, è entrata in vigore la legge marziale promulgata dal Presidente congolese Felix Tshisekedi nel Kivu settentrionale e nell’Ituri: decine di gruppi armati hanno operato per anni nelle due province della RDC e i civili sono stati sottoposti a terribili massacri; inoltre, le milizie armate e le violenze intercomunitarie hanno determinato l’uccisione di più di 300 persone nel 2021.

A tal riguardo il portavoce presidenziale Tharsice Kasongo Mwema sostiene che: “per rispondere alla situazione durante lo stato di assedio, i governi provinciali di Ituri e Nord Kivu saranno sostituiti da uffici delle forze armate della RDC o della polizia nazionale in quanto è necessario eliminare l’insicurezza nelle due province dove il governo non è riuscito a far rispettare lo stato di diritto”. Il loro obiettivo è rompere un ciclo di violenza in cui gruppi armati nella zona attaccano i civili tassandoli, abusando di attività economiche illegali.

Tale decisione ha suscitato un dibattito tra gli osservatori internazionali e l’opinione pubblica congolese; in tal senso, è importante sottolineare che gli esperti internazionali ribadiscono che persiste un vuoto di sicurezza, un vuoto giudiziario e un’economia che sono fuori dal controllo dello Stato centrale e, così, alcuni gruppi armati approfittano di questo vuoto.

D’altra parte, la mossa di mettere i militari e gli agenti di polizia in lavori di solito eseguiti da civili ha affrontato critiche perché l’esercito congolese è stato spesso visto come sostenitore del conflitto: “A volte hanno fornito armi e altro supporto ai movimenti ribelli. La popolazione locale vede spesso l’esercito nazionale e la polizia nazionale come una delle ragioni per cui il conflitto ha continuato a intensificarsi piuttosto che come soluzione”, come è stato sostenuto da Phil Clark della London University’s School of Oriental and African Studies (SOAS). 

Nonostante ciò, alcune forze politiche sostengono la linea presidenziale, come ad esempio il Common Front of Congo (FCC), il quale si è pronunciato sulla questione dello stato di assedio; la coalizione fedele a Joseph Kabila ha preso atto della scelta di imporre la legge marziale ed è una delle rare decisioni del Presidente Tshisekedi che non incontrano la sua opposizione, dopo la rottura dell’alleanza tra l’FCC e il Cap pour le Changement (CACH, gruppo parlamentare di minoranza nella RDC che comprende il partito dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale, alleato del Presidente Tshisekedi) nel novembre scorso.

Anzi, promettono anche il loro sostegno multiforme alle Forces Armées de la République Démocratique du Congo (FARDC), di cui non dubitano della capacità di sconfiggere i gruppi armati in quanto esse lo hanno dimostrato soprattutto contro l’M23 (movimento di ribelli che nel 2012 si è scontrato contro il governo della RDC prendendo il controllo di Goma, una capitale provinciale con una popolazione di un milione di persone.

Alla fine del 2013 le truppe congolesi, insieme alle truppe ONU, ripresero il controllo di Goma e l’M23 annunciò un cessate il fuoco, affermando di voler riprendere i colloqui di pace) e, dunque, sono in grado di superare le forze negative che destabilizzano il Nord Kivu e l’Ituri. Tuttavia, la posizione favorevole della piattaforma politica di Joseph Kabila non la dispensa da una vigilanza permanente sull’attuazione dello stato di assedio.

Infatti, l’FCC si dice pronto a denunciare qualsiasi tipo di abuso che dovrebbe manifestarsi nell’applicazione dello stato d’assedio soprattutto per quanto riguarda i diritti fondamentali che, nel caso di specie, non possono essere limitati, né tantomeno violati. 

Ora, quello che bisogna chiedersi è se lo stato d’assedio è consentito dalla Costituzione per combattere una minaccia che potrebbe impedire alle istituzioni di funzionare correttamente. Effettivamente, la mossa è un’arma a doppio taglio: di fatto, è un periodo eccezionale che limita i diritti e la libertà dei cittadini, come la libera circolazione, l’espressione, il diritto di manifestare e una mossa come questa può avere gravi conseguenze sulla vita quotidiana della popolazione.

Dunque, anche se legalmente la Costituzione congolese riconosce la mossa, ordinare ai militari e ai poliziotti di assumere le autorità civili potrebbe non portare la pace; sotto questo profilo, il movimento della società civile con sede a Goma, il Lutte pour le Changement (Lucha) richiede si il rafforzamento dell’esercito e l’impegno locale per sviluppare strategie che soddisfino le aspettative della popolazione, ma non la dichiarazione  dello stato d’assedio; infatti, secondo il Lucha è necessario limitarsi a fornire i mezzi logistici necessari.

Inoltre, esso propone un dialogo tra il governo, i civili e la MONUSCO (la missione ONU nella RDC orientale): da questo dialogo dovrebbero essere messi in luce i veri problemi delle due province e solo in extremis si valuterà se vale la pena di dichiarare uno stato d’assedio o no.

Ma ricostruire il controllo statale è molto difficile ed è per questo che il conflitto è andato avanti per oltre due decenni, anche perché sembrerebbe che la politica regionale non sia estranea al generarsi dei continui conflitti nell’Ituri e nel Kivu settentrionale.

Infatti, queste sono anche province controllate dall’opposizione e da alcuni governatori provinciali che sono stati abbastanza critici nei confronti del Presidente in passato; lo stesso Tshisekedi sostiene che quando l’opposizione dirige il governo provinciale, si ottiene violenza di massa e instabilità.

Sotto questo profilo, Tshisekedi ha anche chiesto aiuto alla Francia per “sradicare” l’Allied Democratic Forces (ADF), combattenti islamici con sede nella RDC orientale dal 1995: marchiata come un’organizzazione jihadista da Tshisekedi e dagli Stati Uniti, l’ADF ha ucciso più di 1.200 civili nella sola area di Beni dal 2017, secondo il Kivu Security Tracker

Dunque, è chiaro che la vera sfida nei prossimi mesi è quella di dimostrare che l’esercito congolese e la polizia possano affrontare l’ADF: l’ADF influenza la maggior parte del territorio congolese e se la polizia e l’esercito falliscono, verrà ridimensionata in modo ingente la legittimità e credibilità del governo di Tshisekedi e ciò potrebbe influenzare in modo non indifferente il risultato delle presidenziali del 2023. 

Sotto questo profilo, è importante evidenziare che il 4 maggio scorso il Presidente Tshisekedi ha nominato il tenente generale Luboya Nkashama Johnny governatore militare del Nord Kivu e il tenente generale Ndima Konguba governatore militare della provincia dell’Ituri; ma la presenza di questi ufficiali nelle due province avvelena le relazioni tra le Nazioni Unite e l’esercito congolese in quanto da delle indagini in corso si evince che questi ufficiali sono coinvolti in casi di stupri, omicidi e saccheggi contro popolazioni che dovevano proteggere.

D’altra parte, è vero che il rischio che questi uomini riprendano le loro vecchie pratiche è grande e Tshisekedi dovrebbe valutare meglio le sue scelte in merito. Certamente è comprensibile la sua preoccupazione nello scontrarsi con i gruppi armati nel Kivu settentrionale e nell’Ituri, ma avrebbe potuto fare a meno di ufficiali che hanno commesso violazioni gravi dei diritti umani. 

In sostanza, è chiaro che il processo di pacificazione del Nord Kivu e dell’Ituri non sia partito nel migliore dei modi; eppure, le popolazioni di queste due province che hanno a lungo sofferto il martirio si aspettano molto da questa operazione di pacificazione delle loro zone. In questo quadro, è chiaro che la stabilità sociale e politica è la chiave per risolvere la crisi congolese che perdura da più di sessant’anni e occorrerebbe una terapia d’urto per riportare la pace nelle due province. 

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