RIUSCIRÀ L’UE A DIVENIRE LEADER INTERNAZIONALE NELLA LOTTA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO?

Malgrado le ambizioni dell’UE siano ormai chiare rispetto alla transizione verde, c’è ancora una strada da percorrere affinché possa assumere un ruolo di leader internazionale nella lotta contro il cambiamento climatico.

Nel dicembre 2019, la Commissione Europea presentò una Comunicazione per contrastare il cambiamento climatico. Seppur dopo ore di negoziazione, un compromesso tra i 27 capi di Stato e di governo emerse. Tuttavia, a distanza di un anno e mezzo, mentre l’UE si muove per rendere possibile l’ambizione del primo continente a zero emissioni, le sfide non sono poche per trasformare quest’obiettivo in un’occasione per divenire leader internazionale su questo fronte. 

Cos’è il Green Deal

Lo European Green Deal è, ormai da tempo, al centro di numerosi programmi europei. Cosa prevede? La principale sfida prefissata dall’esecutivo europeo è raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 attraverso l’introduzione di energie rinnovabili su larga scala, così come processi produttivi e mobilità sostenibili. Ma non solo, in quanto questa strategia apre la strada verso una crescita economica slegata dall’uso delle risorse.

Tuttavia, nel momento di dar seguito alla Comunicazione, non tutti gli Stati Membri reagirono nello stesso modo. Non a caso, la risposta degli Stati dell’Europa Centrale e Orientale fu diametralmente opposta a quella degli Stati Nordici, pionieri della transizione verde.

Il motivo risiedeva nei rischi socioeconomici legati ad un approccio di questo tipo: in Europa Centrale-Orientale, non solo la chiusura di siti produttivi con un’alta dipendenza da fonti di energia fossile avrebbe provocato un tasso di disoccupazione galoppante, ma i costi da pagare per la transizione da un’economia dipendente da fonti fossili a rinnovabili sarebbero stati troppo alti. 

Per questa ragione, il compromesso trovato dall’abile negoziatore, nonché Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, nel testo dell’accordo politico raggiunto tra i 27, fu proprio il riconoscimento di diversi punti di partenza tra gli Stati Membri. A tal fine, specifici strumenti di supporto sono stati istituiti, tra i quali vale la pena menzionale il meccanismo per una transizione giusta, dotato di €150 miliardi nel periodo compreso tra il 2021 e il 2027.

Grazie a questi passi, la Commissione è prossima alla presentazione di un pacchetto legislativo che trasformi la già menzionata Comunicazione in misure vincolanti per gli Stati europei. 

Come regolamentare un’ambizione mantenendo la competitività del mercato europeo?

Due sono le questioni centrali che si legano inestricabilmente al programma europeo per la transizione verde: come far sì che tutti gli Stati europei tengano effettiva considerazione degli impegni sottoscritti a Bruxelles, e capire come il settore produttivo europeo riuscirà a restare competitivo internazionalmente con l’introduzione di misure vincolanti su questo fronte. 

Partendo dalla prima, se è vero che i capi di Stato e di governo abbiano sottoscritto impegni a livello europeo per dare atto agli Accordi di Parigi ed essere i leader della transizione ecologica, non è certo come essi intendano farlo. Spesso, la mancanza di volontà di alcune cancellerie europee è il principale ostacolo per l’avvio di processi decisionali volti alla riduzione delle emissioni di CO2 e, in altri casi, fondi insufficienti possono limitare in larga misura le possibilità di uno Stato nella transizione.

Dunque, per quanto i programmi di supporto finanziario possano facilitare alcuni, ciò non vale per quegli Stati che non hanno sufficiente voglia di rendere la transizione una realtà, almeno fin quando non sarà chiaro come l’UE vorrà tutelare l’esecuzione del Fit for 55.

Riguardo la seconda questione, malgrado i 27 abbiano raggiunto un’intesa per la neutralità carbonica del continente, non è ancora chiaro come il settore produttivo intenda riorganizzarsi. Infatti, così come si apprenda quotidianamente di nuovi programmi di ricerca e sviluppo per rendere i processi produttivi più sostenibili, si scopre con altrettanta frequenza che multinazionali decidano di trasferirsi in Paesi meno ambiziosi dal punto di vista delle emissioni di CO2. 

Ne consegue che le istituzioni europee hanno un ruolo fondamentale per far sì che tutto ciò non avvenga ma, anzi, che sempre più aziende siano attratte da un regime legislativo certo, sostenibile e che assicuri continua crescita. A ciò va aggiunto che se l’UE riuscisse in questo, avrebbe una posizione negoziale molto più forte internazionalmente, rispetto a quelle coalizioni che come baluardo della loro posizione hanno esattamente la competitività industriale. Il punto reale, tuttavia, è come rendere l’UE un leader internazionale nella lotta al cambiamento climatico.

L’UE come leader internazionale.

Una risposta più che parziale, in realtà, l’UE l’ha già sul tavolo e si chiama Carbon Boarder Adjustment Mechanism. L’iniziativa ambisce esattamente a minimizzare il rischio legato alla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, in quanto intende rimodulare i prezzi di importazione in base ai loro contenuti di carbone per far sì che prodotti più economici competano equamente rispetto al loro impatto ambientale. 

Come è plausibile immaginare, non tutti i 27 supportano l’iniziativa allo stesso modo, nonostante ciò che preoccupi maggiormente lo scacchiere europeo sia assicurare la compatibilità del CBAM con il regime dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

D’altronde, se solo si riuscisse a studiare una misura compatibile con quest’ultima, l’UE avrebbe tutte le carte a disposizione per far leva sui grandi paesi verso una simile formulazione nei loro rispettivi contesti domestici, sebbene alcuni ostacoli siano presenti, specialmente nel caso indiano, visto che non ci si vuole spingere più di tanto onde evitare ripercussioni negative sul fronte della produzione dei vaccini. 

In modo complementare, altro potrebbe essere fatto. Cogliendo l’occasione offerta dal Next Generation EU Fund, meglio conosciuto come recovery fund, gli Stati europei potrebbero sviluppare progetti con il fine di allargare la collaborazione ad altri continenti.

Ad esempio, un recente studio pubblicato dallo European Council on Foreign Relations suggerisce come non solo Francia, Italia e Spagna possano intraprendere collaborazioni nel settore del fotovoltaico da poi estendere a Marocco e Tunisia, ma anche come il progetto ferroviario che collega Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia possa fungere da esempio mondiale come centro di trasporto e infrastrutture sostenibili. 

Dunque, volendo rispondere al quesito posto dalla presente analisi, si può affermare che l’Unione Europea riuscirà ad assumere una leadership internazionale nella lotta contro il cambiamento climatico nella misura in cui due condizioni vengano soddisfatte. Innanzi tutto, l’implementazione del Green Deal dovrà essere puntuale, assicurando la compatibilità del CBAM con le regole prefissate dall’OMC.

In secondo luogo, convincere grandi Stati, come gli Stati Uniti, verso l’introduzione di un meccanismo simile a quello europeo, sarebbe la carta vincente per assicurare una maggior pressione su scala internazionale nella lotta contro il cambiamento climatico. Solo in questo modo, l’UE potrebbe assumere un ruolo di leadership nella transizione verde. 

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