DOPO L’AFGHANISTAN: LA PRESENZA MILITARE AMERICANA IN ASIA CENTRALE

Recentemente, Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL) ha pubblicato un articolo relativo alla storia della presenza militare americana in Asia Centrale, dal titolo provocatorio: “L’Asia Centrale ospiterà ancora le forze militari americane?”; la provocazione si cela non solo dietro all’effettiva possibilità che le truppe statunitensi che lasceranno l’Afghanistan si riallocheranno nei vicini paesi della regione eurasiatica, come annunciato lo scorso aprile dal New York Times, ma anche nel desiderio di questi paesi di accoglierli come già fatto in precedenza. 

Il contesto storico

Durante gli anni Novanta, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno iniziato ad intessere le proprie relazioni bilaterali e regionali con i neonati paesi dell’Asia Centrale: Kazakhstan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan.

Considerate le fragilità legate alla loro recente indipendenza politica e debolezza economica, Washington ha da subito sostenuto i paesi in tema di sviluppo e sicurezza, cercando al contempo di costruire anche un legame solido con la regione. Infatti, la regione centrasiatica ha costituito un hub fondamentale per l’approvvigionamento e la gestione delle operazioni statunitensi in Afghanistan, in particolare dopo il 2009

Dopo quel momento, in realtà, l’interesse americano per la regione sembrò essersi assopito. Solo nel 2015, con l’amministrazione Obama, venne proposto il cosiddetto programma “C5+1”, con un focus specifico sull’Asia Centrale.

Tale progetto è, in sintesi, una piattaforma di discussione regionale e dialogo tra Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan (i “C5”) e gli Stati Uniti (“+ 1”). Nonostante le grandi ambizioni progettuali, tale piano non ha tuttavia ancora prodotto risultati concreti come sperato dal dipartimento di Stato americano.

Inoltre, soprattutto dopo l’11 Settembre, la presenza militare americana nelle fragili democrazie post-Sovietiche ha comportato implicazioni ben più negative di quanto si possa pensare: infatti, ha indirettamente contribuito alla crisi democratica di numerosi paesi, con impatti estremamente negativi nei confronti delle società locali e stimolando pressioni sempre maggiori da parte della vicina e influente Russia: “There remain lingering concerns of a legitimate nature that hosting US troops might also result in more American meddling in those countries.” 

L’amministrazione Trump

La strategia americana nei confronti dell’Asia Centrale 2019-2025 elaborata dall’amministrazione Trump fondamentalmente ripercorre le medesime priorità delineate anche dai governi precedenti: favorire la democrazia e i diritti umani, combattere il terrorismo, cooperare in Afghanistan e supportare lo sviluppo economico.

Tuttavia, questa strategia si presenta con alcuni elementi innovativi: rispetto alle precedenti, infatti, emerge il tema della diminuzione della presenza americana in Afghanistan, accompagnato invece da un crescente interesse nel limitare l’azione dei maggiori player regionali, la Cina e la Russia.

Quest’ultimo punto è stato sottolineato in modo particolare dall’ex segretario di Stato Pompeo durante la sua visita in Asia Centrale nel 2020, facendolo emergere come priorità strategica per la politica estera statunitense anche nel contesto del progetto “C5+1”: “[Mike Pompeo] emphasized the threat of growing Chinese influence while lauding Uzbekistan and Kazakhstan for their commitments to systemic change, despite their persistent lack of democratic governance.” 

A più di un anno di distanza, è possibile affermare che questa politica strategica nei confronti della regione non ha contribuito certo ad una riduzione delle influenze cinesi o russe, né tantomeno ad un miglioramento degli apparati democratici statali dell’Asia Centrale, specialmente in tema di trasparenza e riduzione della corruzione – non a causa della crisi pandemica, la quale ha tuttavia contribuito all’irrigidimento di numerosi aspetti non-democratici che ben descrivono le direzioni dei governi centroasiatici. 

Tuttavia, la visita di Pompeo ha colpito nel segno per quanto riguarda la controparte cinese; in seguito alla sua visita a Tashkent e Nur-Sultan, durante le quali l’ex Segretario di Stato ha incontrato alcuni kazaki che erano stati detenuti nei campi d’internamento nello Xinjiang, il ministro degli esteri della Cina ha affermato che “attempts to sow discord over Chinese policies in its Xinjiang region will fail and […] Chinese media declared Pompeo’s visit as simply wasting time trying to undermine China’s interests there.”

Dal canto russo, invece, la risposta è stata più moderata; infatti, Mosca ha un ruolo privilegiato e una forte influenza politica su tutta la regione, con rapporti sia bilaterali che affini a “C5+1”, i quali, coniugati alla vicinanza fisica alla regione e alle radici storiche e linguistiche comuni, riducono notevolmente le preoccupazioni del Cremlino rispetto a questo tema.    

L’amministrazione Biden

L’amministrazione del nuovo inquilino della Casa Bianca, nell’elaborare la propria strategia nei confronti dell’Asia Centrale, non si è discostata di molto dalle precedenti: infatti, la regione non viene considerata una priorità della politica estera statunitense quanto la ripresa delle relazioni politiche con gli alleati americani, la complicata gestione della Cina e le questioni relative al cambiamento climatico. 

Inoltre, “U.S. big picture policy makers generally treat Central Asia as peripheral to American policies toward priorities like stabilizing Afghanistan and countering perceived Russian (and now Chinese) efforts to dominate their neighborhoods, as well as in the general effort to promote democracy, human rights, and rule of law globally.”     

Conclusioni

È possibile senza dubbio affermare che il coinvolgimento politico americano nei confronti dell’Asia Centrale, come in precedenza, sarà anche nei prossimi anni di rilevanza minore. 

L’idea di un possibile stanziamento delle truppe all’uscita con l’Afghanistan sembra essere anche poco plausibile in assenza di un accordo generale di tutta la regione. Kazakhstan, Kirghizistan e Tajikistan, sotto influenza russa, difficilmente accetterebbero un’azione del genere, che potrebbe compromettere la fragile stabilità locale. Per quanto riguarda l’Uzbekistan, invece: “such a development would be evidence of a major power play by Uzbekistan if Tashkent were to agree to that but would risk suddenly reshaping Russia and China’s generally positive post-Karimov perceptions of the centrally located country.

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