LA GEOPOLITICA DEI CHOKE POINTS E LE NUOVE VIE DELLA SETA

Il blocco del 13% dei flussi transoceanici di merci, petrolio e gas transitanti per il Canale di Suez causato dall’arenamento della mega-nave Ever Given lo scorso marzo, con perdite nel commercio globale stimate sino a 10 mld$, rende attualissima la minaccia del “dilemma di Malacca” per la traiettoria geopolitica della Cina. E rammenta le distanze che la separano dagli Stati Uniti. 

La natura talassocratica dell’impero americano

Ridotta all’osso, la supremazia militare americana trova la propria radice nello strapotere aeronavale della superpotenza stars and stripes. Nella capacità di proiettare potenza su dimensione oceanica, esaltata dalla superiorità tecnologico-militare delle sue forze armate e abilitata dalla sua collocazione geografica.

Elemento, quest’ultimo, che rende un Nord America “pacificato”, essenzialmente privo di minacce geopolitiche statuali nell’intero Emisfero Occidentale, un’“isola continentale”, circondata dagli oceani più vasti del pianeta, in mezzo ai due Vecchi Mondi, “ricca di risorse naturali e priva dell’ambiente politico competitivo dell’Europa e dell’Asia”. È questa l’essenza del vantaggio geopolitico dell’impero americano. Specie in ambito marittimo.

Determinati dalle tesi dell’ammiraglio Alfred Thayer Mahan, che a fine ‘800 aveva scritto sull’“Influenza del potere marittimo sulla storia”, sull’importanza economica e strategica di legare la produzione nazionale ai mercati esteriattraverso il controllo delle rotte marittime, la costruzione di una grande e potente flotta (commerciale e da guerra) e lo stabilimento di una diffusa rete logistica di basi e punti d’approdo fisici (su proprie colonie o su territori altrui), gli strateghi del Council on Foreign Relations, chiamati dal presidente Franklin D. Roosevelt a tracciare la Great StrategyUsa alla vigilia dell’ingresso nella Seconda guerra mondiale, ne sanzioneranno l’approccio talassocratico globale nel progetto segreto War and Peace Studies

L’America avrebbe dovuto difendersi in avanti, allontanare sui mari la prima linea di difesa dalle coste, circondare la massa euroasiatica, erigendo una rete mondiale di basi ed installazioni militari (ad oggi, oltre 800 in più di 70 paesi), da collocare nei bordi dei cinque continenti.

In quella decisiva zona di conflitto tra potenza marittima e potenza terrestre”, in gran parte corrispondente al concetto di Rimland elaborato da Nicholas Spykmam per designare la periferia dell’Eurasia, estesa dalle appendici europee a quelle estremo-orientali attraverso Medio Oriente e Asia meridionale. Elemento che, unito alla potenza navale americana, avrebbe consentito il libero accesso ai mercati mondiali tramite il controllo dei mari, declinato attraverso il pattugliamento delle linee di comunicazione marittime (SLOCs) e dei choke points (punti di strozzatura), le valvole del sistema globale dei flussi commerciali, energetici, digitali e militari.

Pilastri di un impero sui generisInformale. Che d’allora rigetta la forma del dominio di tipo coloniale. Piuttosto, posiziona truppe e assetti militari all’estero, proiettando in avanti potenza e influenza, facendosi carico dell’altrui sicurezza. Garante ed egemone degli “spazi comuni”

A partire dal “bene geopolitico primario”: la libertà di navigazione. In ciò erede dell’impero britannico. L’apertura e la sicurezza delle rotte acquatiche e la protezione di infrastrutture critiche, come i cavi sottomarini, sono una prerogativa che la Us Navy rivendica a sé, compiendo (dal 1979) operazioni per la libertà di navigazione (Fonop).

Privilegio dell’egemone. Ma anche suo fardelloBasti pensare alle cifre astronomiche (più di 8 trilioni di dollari) che gli Usa hanno speso dal 1976 per mantenere aperto il traffico petrolifero in uscita dal Golfo Persico via Hormuz, il più critico ed importante punto di strozzatura energetico mondiale, attraverso il quale scorre quotidianamente più di 1/3 delle esportazioni mondiali di petrolio e prodotti petroliferi e oltre 1/4 di quelle di gas naturale liquido, per l’80% dirette verso i mercati asiatici (Cina, India, Giappone e Corea del Sud), mentre solo il 18% raggiunge gli Usa, sempre meno dipendenti dalle importazioni di idrocarburi in seguito alla rivoluzione dello shale gas e del tight oil.

Armare l’interdipendenza

Le interdipendenze economiche, tecnologiche, finanziarie e informative che caratterizzano la globalizzazione non disegnano rapporti di forza paritari. Chi, come gli Usa, ha fissato l’ordine, detiene il privilegio di poter accedere fisicamente ai nodi centrali della rete, attraverso i quali viaggiano denaro, beni e informazioni.

Controllando i colli di bottiglia della globalizzazione economico-finanziaria la superpotenza può generare asimmetrie coercitive, “raccogliere informazioni, soffocare i flussi economici e informativi, scoprire e sfruttare le vulnerabilità (altrui, ndr), scoraggiare azioni indesiderate”. In questo modo può “armare l’interdipendenza”, centralizzando o controllando politicamente le infrastrutture fisiche della globalizzazione.

Nel commercio di beni, gli Usa detengono la capacità deterrente esclusiva di interrompere (in potenza) le altrui, vitali, fonti di approvvigionamentoSottoponendo ad embargo marittimo i movimenti navali, sono in grado di chiudere a potenze ostili le valvole del commercio internazionale (Panama, Gibilterra, Suez, Bāb al-Mandab, Hormuz, Malacca, per citare le più importanti), “il cui sequestro, ritenzione o controllo consente di influenzare il traffico, il flusso o la manovra di navi, reti di comunicazione, risorse militari e commerciali”. 

Sorvegliando i choke points, possono colpire navi e sottomarini nemici laddove le acque si restringono, laddove il naviglio è più vulnerabile al rilevamento e agli attacchi di sottomarini e missili da crociera anti-nave. Operazioni molto più difficoltose da compiere in mare aperto. Situazione di forza resa possibile dalla proiezione globale della Us Navy, che le permette di presidiare tutte le rotte e tutti gli anelli strategici da cui passa il 90% del commercio mondiale di materie prime, prodotti finiti e risorse energetiche e il 99% dei dati digitali (internet, telefonate, messaggi di testo, transazioni finanziarie) che attraversano oltre 220 cavi sottomarini in fibra ottica

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Il dilemma di Malacca

Stretto tra Malesia, Singapore e l’isola di Sumatra, largo solo 1,5 miglia nel suo punto più angusto, Malacca è il più congestionato choke point del pianetapassaggio più breve ed economico tra Pacifico e Indiano, via primaria d’accesso al Mar Cinese Meridionale. Giuridicamente sotto amministrazione congiunta malese-indonesiana, ma strategicamente nella disponibilità degli Usa, da esso passano quasi 1/4 di tutto il petrolio trasportato via mare, il40% del commercio estero e l’80% delle importazioni di petrolio della Repubblica Popolare.

Malacca è una delle massime leve deterrenti in mano alla superpotenza nei confronti dell’Impero di MezzoPerché la sua chiusura sarebbe letale in caso di guerra prolungata (ad esempio su Taiwan) tra Usa e Cina. In quanto occluderebbe a Pechino gli essenziali rifornimenti di materie prime e di idrocarburi provenienti dall’Asia centrale e dal Medio Oriente (delle quali la Cina ha estremo bisogno per il suo sostentamento alimentare ed energetico) e ne interdirebbe il commercio marittimo in uscita dai porti orientali, dal quale Pechino dipende fortemente per il proprio benessere e dunque, in ultima istanza, per la stabilità interna. Peraltro, le uniche alternative a Malacca, gli Stretti indonesiani di Sunda e Lombok, sarebbero anch’essi vulnerabili ad uno sbarramento della Marina Usa o di Marine alleate come quella australiana. 

Con lo scioglimento dei ghiacciai artici un’altra alternativa potrebbe essere la rotta polare, l’unica in grado di competere potenzialmente con la via passante da Suez per connettere in minor tempo Asia ed Europa. Tuttavia, essa sarà completamente (ovvero per 365 giorni annui) navigabile solamente intorno al 2040. In quest’area l’attore geograficamente e materialmente (numero di navi rompighiaccio) avvantaggiato è la Russia, anche se gli Usa ne detengono comunque le chiavi d’accesso in Alaska (ad est) e nel Giuk Gap che separa Groenlandia, Islanda e Regno Unito (ad ovest).

La spada di Damocle del “dilemma di Malacca” è una delle fondamentali ragioni strategiche che hanno indotto la Cina ad immaginare l’ambiziosa Belt&Road Initiative (Bri), estesa a più di 70 paesi che rappresentano i 2/3 della popolazione mondiale e dai costi stimati superiori ad 1 trilione di dollari. 

L’obiettivo strategico della Bri non è solo l’hedging espansivo – aprire nuovi mercati a investimenti, merci, moneta, standard e tecnologie cinesi per pararsi dai segnali di decoupling provenienti da Washington, controllando nuove catene di approvvigionamento regionali e trans-regionali e sviluppando un sistema di interconnessioni terrestri e marittime afro-euroasiatiche alternativo a quello americanocentrico. 

La Bri è anche e soprattutto uno strumento difensivo. Essa serve ad esternalizzare la sovrapproduzione delle industrie pesanti (siderurgia; edilizia) in paesi bisognosi di infrastrutture. A ridurre il divario economico tra le ricche coste e l’arretrato entroterra (Xinjiang, Yunnan).

Ad attenuare la dipendenza del Drago dalle rotte presidiate dalla Marina Usa e la sua fragilità ad una eventuale ostruzione marittima. Il progetto di connettere la Cina all’Eurasia e di arrivare all’Oceano Indiano aggirando Malacca via terra e via mare, costruendo strade, ferrovie, oleodotti, gasdotti nei paesi dell’Asia centro-meridionale (in particolare lungo il Corridoio Economico Cina-Pakistan) e del Sud-Est asiatico, da congiungere ad un “filo di perle” di porti e basi navali dal Mar Giallo al Mediterraneo, si scontra tuttavia con numerosi ostacoli, che hanno portato alcuni Stati come la Malaysia, l’Indonesia e la Thailandia a cancellare o ridurre alcuni progetti. 

Alle crescenti opposizioni politiche nei paesi “beneficiari” delle infrastrutture finanziate dalla Cina con prestiti sovente opachi, si aggiungono le accuse di corruzione e di “diplomazia del debito”, per il timore che l’eccessivo indebitamento che alcuni paesi hanno accumulato verso Pechino si trasformi in influenza politica e nel controllo di infrastrutture strategiche, qualora il paese ricevente non fosse in grado di rimborsare i prestiti ottenuti. 

I progetti Briscontano anche ambiguità e incoerenze progettuali e politiche dovute a lotte intestine di potere tra governi locali, alte burocrazie e cordate imprenditoriali per il dirottamento delle ricche risorse elargite sotto l’etichetta Bri. Per tacere dei numerosi focolai d’instabilità che le vie della seta incontrano nel loro cammino.

Il caos mediorientale, l’indipendentismo uiguro nel Xinjiang, il separatismo dei baluci in Pakistan, spesso protagonista di attacchi terroristicicontro obiettivi ed interessi cinesi nel paese, la minaccia talebana tra Afghanistan e Pakistan, i conflitti civili nel Corno d’Africa e in Myanmar, sono tutti fattori che continueranno a minacciarne il tortuoso percorso.

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