DISASTRO DI NORIL’SK: COSA DOBBIAMO ASPETTARCI?

Da un’indagine condotta dalla Federal Service for Supervision of Natural Resources (Rosprirodnadzor) emerge una condizione “non soddisfacente” di parte dell’infrastruttura artica russa.  

L’incidente dello scorso Maggio verificatosi nell’artico siberiano che ha provocato lo sversamento di oltre 20.000 tonnellate di gasolio nel sistema fluviale siberiano, oltre ad aver diffuso una profonda preoccupazione tra le popolazioni locali, ha allertato le autorità russe sullo stato delle infrastrutture russe nella regione artica. Lo stesso Putin dichiarò che le dimensioni dell’incidente accorso lo scorso anno erano di portata eccezionale e che le misure da prendere tempestivamente non  erano per niente semplici.     

E così sotto le istruzioni del vice primo ministro della Federazione Russa Viktoria Abramchenko, Rosprirodnadzor ha condotto un’ispezione non programmata su delle istruzioni precedentemente diffuse in relazione alla JSC Taimyr Fuel Company e alla JSC Norilsktransgaz.

Entrambe le compagnie sono di proprietà della Nornickel, stessa proprietaria della compagnia di cui la cisterna danneggiata ha provocato il disastro lo scorso Maggio. Il risultato dell’indagine ha provato che la JSC Taimyr Fuel Company ha risolto 38 delle 115 violazioni precedentemente identificate, mentre la Norilsktransgaz ne ha risolte 42 a fronte di 81 violazioni precedentemente identificate. Il risultato complessivo è stato definito come “non soddisfacente”.

La stessa Rosprirodnadzor si dichiara preoccupata per la concreta possibilità che disastri simili a quello di Maggio possano verificarsi di nuovo. A rendere il quadro ben più rischioso interviene il cambiamento climatico e lo scioglimento del permafrost. La regione del nord della Siberia e la pensiola del Tajmyr infatti sono tra le regioni che più soffriranno di questo fenomeno negli anni a venire.  

Molte delle cisterne e delle infrastrutture sono state costruite nel ventennio 1950-1970, periodo in cui l’ex Unione Sovietica puntava sull’estrazione di idrocarburi per alimentare il motore dell’economia e la macchina industriale sovietica. Al crollo dell’ex Unione Sovietica ha fatto seguito un consistente spopolamento di queste terre e una dismissione di molti dei siti di sfruttamento.

La strategia di Putin intende rendere di nuovo le risorse dell’artico russo carburante per il motore della Federazione Russa e numerosi sono i progetti di sfruttamento di gas e petrolio avviati e in programma per i prossimi anni. Proprio di recente infatti il governo ha approvato  un programma che intende aumentare la capacità produttiva dei siti di estrazione di gas.

Nonostante i risultati che l’indagine lanciata da Rosprirodnadzor non siano stati dichiarati soddisfacenti, l’avvio dell’indagine stessa testimonia come la soglia di attenzione per il rispetto delle norme ambientali si stia alzando.

Putin punta moltissimo sullo sfruttamento delle risorse artiche ed altri incidenti simili a quello accaduto lo scorso Maggio, oltre ad avere un ulteriore impatto sull’ambiente artico, potrebbe minare la credibilità di tutto un sistema di dipendenza da idrocarburi e di approvvigionamento messo già in discussione sia dal recente incidente del canale di Suez, che ne ha evidenziato i limiti, sia da un processo di transizione ecologica cui puntano i grandi attori della scena mondiale, compresi alcuni membri dell’Unione Europea fortemente dipendenti dal gas russo.

Per cui l’efficientamento e la messa in sicurezza del sistema infrastrutturale russo non si limitano al solo aspetto del rispetto dell’ambiente, ma influenzano la credibilità e l’affidabilità del partner russo anche a livello geopolitico e strategico.       

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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