IL REGIME DELLA CITTADINANZA NEL DIRITTO INTERNAZIONALE: TRA EROSIONE DEL CD. DOMINIO RISERVATO E TUTELA DEI DIRITTI UMANI

“Privati dei diritti umani garantiti dalla cittadinanza, si trovarono ad essere senza alcun diritto, schiuma della terra.” Così Hannah Arendt esordisce in una delle sue opere più importanti di filosofia politica[1].

La libertà dello Stato di scegliere i propri cittadini, attraverso la concessione o la revoca della cittadinanza, è sempre stata parte della domestic jurisdiction, ossia quella sfera di competenza interna che non ammette ingerenze. In seguito ai tragici eventi del ‘900, il potere discrezionale dello Stato in materia di cittadinanza ha trovato un limite nella percezione di quest’ultima quale diritto della persona umana.[2]

 L’emergere dell’individuo quale centro d’imputazione di diritti e doveri ha comportato, dunque, una progressiva erosione del cd. dominio riservato. Ed è in questa percezione che emerge il legame indissolubile tra diritti umani e cittadinanza evidenziato dalla Arendt. Tuttavia, se lo Stato riconosce i diritti della persona e se ne fa garante, la cittadinanza diviene il naturale presupposto della tutela dei diritti umani.

La cittadinanza si traduce dunque nel diritto a divenire titolari di tutti gli altri diritti, in particolare di quei diritti valevoli erga omnes. Ai fini di questa analisi, mi limiterò a menzionare i due che maggiormente rilevano: il diritto alla libertà, di cui l’individuo non può mai essere privato senza un giusto processo; il diritto a non essere sottoposto a nessuna forma di tortura o trattamenti inumani e degradanti, in ottemperanza a quanto sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 “contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti”.

È in questo contesto che si inserisce la mozione discussa e approvata dal Senato della Repubblica in merito al conferimento della cittadinanza italiana a Patrick Zaki, ricercatore egiziano per i diritti umani e studente del programma Erasmus Mundus presso l’Università di Bologna, detenuto da ormai più di 13 mesi nel carcere di Tora, dopo essere stato arrestato al suo arrivo in Egitto, dove si era recato per una visita alla famiglia.

L’analogia del caso Zaki con molti altri “prigionieri di coscienza”, nonché al caso Regeni, una ferita ancora aperta nella nostra società, ha incoraggiato una significativa mobilitazione, dalle numerose manifestazioni di piazza, alle iniziative universitarie e risoluzioni parlamentari, che di fatto non hanno però prodotto alcun risultato concreto. Il conferimento della cittadinanza italiana legittimerebbe un’azione concreta intrapresa anche in sede bilaterale affinché venga favorito il rilascio di Zaki. 

Infatti, il comunicato emanato dal Ministero dell’Interno egiziano nelle ore successive all’arresto del giovane ed in seguito ad un primo intervento dell’Italia, ha sottolineato che Zaki, essendo cittadino egiziano è sottoposto alla giurisdzione del suo Stato di appartenenza, un’affermazione chiara volta ad escludere l’Italia da ogni tipo di interferenza.

Questa posizione rimarrebbe tale anche nello specifico caso della protezione diplomatica, ossia l’istituto che permette allo Stato nazionale di agire, previo esaurimento dei ricorsi interni, a tutela dell’interesse del soggetto e che, seconda un’idea che si sta diffondendo in dottrina, dovrebbe essere sempre attivata nel caso di violazione dei diritti umani.

Posto che nel caso di cittadinanza plurima, lo Stato nazionale può agire in protezione diplomatica a condizione che, in concorso con altri fattori, il legame con il suddetto Stato sia prevalente ed effettivo. Nel caso di specie, la cittadinanza italiana non potrebbe produrre effetti perché, assumendo il criterio dell’effettività di legame tra lo Stato e l’individuo, la cittadinanza egiziana prevarrebbe.

La perseveranza dell’Egitto nel compiere atti contrari al diritto consuetudinario e convenzionale, costituendo dunque un illecito internazionale, è nota all’intera comunità internazionale ed intende ribadire la propria sovranità, la quale si esercita, con ogni mezzo, non soltanto entro i confini territoriali, ma anche e soprattutto su quei giovani che soggiornano, per motivi diversi, in uno spazio di libertà e sicurezza, come quello offerto dall’Unione Europea. 

Inoltre, numerose organizzazioni internazionali, nonché uno dei rapporti di Amnesty International relativo a sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo, hanno segnalato le disumane condizioni in cui versano i detenuti nelle carceri egiziane. 

Alla luce dei fatti, si rende dunque necessaria una duplice azione, interna ed internazionale, più incisiva e determinata, volta a tutelare con i fatti e non solo con le parole, gli interessi dello Stato e dei suoi cittadini. 

Per ciò che concerne gli strumenti messi a disposizione dal diritto internazionale in particolare, sono state menzionate le norme convenzionali in materia di tortura, trattamenti inumani e degradanti e, alla luce del vincolo cui sia l’Italia sia l’Egitto sono sottoposti, si potrebbe procedere all’attivazione dell’articolo 30 della Convenzione sopra citata, il quale prevede che, laddove non vi sia l’opportunità di risolvere la controversia per mezzo di negoziazione, questa può essere sottoposta ad arbitrato e, in ultima istanza, qualora anche questa procedura risultasse fallimentare, alla Corte Internazionale di Giustizia. 

Nell’ambito dell’Unione Europea, il procedimento giudiziario è stato inserito nel programma di monitoraggio processuale dell’Unione e, dato il ricorso sempre più frequente alla detenzione preventiva, spesso in seguito a sommari processi che non garantiscono l’imparzialità e indipendenza della Magistratura, è stata avviata, nell’ambito della risoluzione approvata dal Parlamento Europeo lo scorso dicembre, un’indagine indipendente ai fini dell’accertamento della tutela dei diritti umani in Egitto. In questo quadro sono anche state adottate delle misure che istituiscono un regime globale di sanzioni in materia di diritti umani.

Dal punto di vista delle sanzioni di carattere economico, emerge dalla prassi che queste rappresentano oggi uno dei principali strumenti utilizzati al fine di far cessare violazioni di norme internazionali, anche se non di natura economica, riconducibili alle specie della ritorsione nel genere dell’autotutela, ossia la reazione dello Stato leso al fatto illecito compiuto.

L’Egitto rappresenta un partner chiave nel Mediterraneo orientale nella lotta al terrorismo, nella gestione dei flussi migratori e il suo ruolo in Libia, ma è anche vero che l’Italia, e più in generale l’Unione Europea, rappresenta oggi uno dei più importanti alleati commerciali del Paese.

Per questa ragione un’azione incisiva dovrebbe essere mirata proprio alla revisione dei rapporti economici e non solo nell’allentarli ma anche imponendosi per il rispetto dei diritti umani anche facendo ricorso a misure sanzionatorie.

Se è vero che la diplomazia si fa con il bastone e con la carota, è forse giunto il momento di intraprendere azioni dure e incisive, che dimostrino che la protezione e la promozione dei diritti umani, da sempre centrali nel progetto europeo, non sono soltanto delle parole fantasiose ma una realtà concreta.


[1] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, trad. it. di A. Guadagnin, Edizioni di Comunità, Milano 1996, p. 372.

[2] B. Conforti, Diritto Internazionale, Undicesima Edizione a cura di M. Iovane, Editoriale Scientifica, Napoli, p. 213.

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