IL NO-PAPER PER TESTARE LA FERMEZZA EUROPEA

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Quale sarà il futuro della Bosnia Erzegovina? Per quanto paradossale, a circa trent’anni dalla fine del conflitto il quesito ritorna nella nostra quotidianità.

La Bosnia-Erzegovina, infatti, potrebbe essere paragonata a un laboratorio politico, dove vengono sperimentati i limiti della diplomazia, dell’indignazione mediatica e della fermezza stessa dell’Unione Europea (si pensi banalmente alla parabola mediatica che ha avuto la tragedia della Rotta balcanica negli ultimi mesi). 

Dalla fine della guerra nel 1995 fino ad oggi, le spinte nazionalistiche non si sono mai completamente sopite, al contrario, hanno continuato a ingorgare le arterie della popolazione pompando odio etnico in un sistema che dietro le rivendicazioni territoriali nasconde il fallimento della ricostruzione post-bellica. Tale insuccesso non è ascrivibile unicamente alla questione infrastrutturale ed economica, ma anche a una crisi d’identità collettiva che, dopo la scomparsa della Jugoslavia, si è trovata orfana e che per necessità di sopravvivere si è scomposta, creandone di nuove. 

Gli appelli lanciati dagli analisti[1] e dei politici che avvertivano sul fatto che la Bosnia Erzegovina non possa considerarsi una nazione ancora pacificata non hanno goduto della giusta attenzione, e, di conseguenza, la crisi identitaria nazionale è stata considerata ancillare ad altri obiettivi. Il quadro che ne deriva è estremamente critico: in una nazione dove vige l’apartheid scolastico[2] e dove ogni etnia studia una storia selettiva e particolare, forse, si dovrebbe ripartire in primo luogo dalla creazione di una nuova sensibilità unica che, inderogabilmente, passa attraverso la legittimazione della memoria[3].

In un lavoro inerente alla memoria italiana durante il secondo conflitto mondiale lo studioso Alessandro Portelli sosteneva come “per poter ricominciare a vivere è necessario rimuovere la morte, non si può affrontare il futuro portandosi addosso il passato come un’ossessione”[4].  

In Bosnia la rimozione della morte stenta ad arrivare e il passato assomiglia a macigno sempre più pesante. Se pensiamo alle ostruzioni che la Repubblica Serba di Bosnia ha esercitato sulla riesumazione dei cadaveri emersi durante la manutenzione degli impianti del  lago Perućac (valle della Drina), o alle politiche catastali[5] intese come continuazione delle pulizie etniche che la guerra non è riuscita a compiere, comprendiamo facilmente che “rimuovere la morte” è un passaggio ancora complicato per la Bosnia ma, allo stesso tempo (e inevitabilmente), produce un blocco verso il processo di riunificazione identitaria. 

La pace fredda bosniaca sembra dunque essere aver solcato i confini tra la fase transitoria e quella statica, ed in questa immobilità che le discrasie della memoria trovano nuovi argomenti per le riformulazioni di obiettivi statali.  In questi termini, le rivendicazioni, interne ed esterne, per una modifica dei confini imposti dei trattati di pace sono sempre più pressanti. Il futuro stesso della Bosnia Erzegovina sembra altamente instabile come anche la stessa concezione della nazione. 

 In termini cronologici, le ultime sirene dall’allarme sull’integrità bosniaca sono arrivate dal Lubiana. In questi giorni i media bosniaci hanno diffuso la notizia secondo cui il premier sloveno Janez Jansa avrebbe consegnato al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, un documento – no-paper – contenente alcune indicazioni sulle priorità che il proprio governo intenderà affrontare della prossima presidenza slovena dell’Ue[6].

Tra queste, ci sarebbe l’intenzione di completare la “disintegrazione dell’ex Jugoslavia”, che contemplerebbe la spartizione finale della Bosnia-Erzegovina con la concessione di più territori a Croazia e Serbia e allargando gli stessi confini del Montenegro, dell’Albania e della Macedonia del Nord.

La teorica presenza di questo documento ha immediatamente riattivato nell’opinione pubblica bosniaca il dibattito sulla sovranità territoriale di Sarajevo all’interno dei confini. 

Secondo quanto riferito da Politicki.ba, inoltre, il presidente sloveno Borut Pahor, in occasione di un recente viaggio diplomatico in Bosnia, avrebbe incontrato i tre componenti della presidenza sondando il terreno per un eventuale disgregazione statale in chiave pacifica. I rappresentanti croati e bosniaci, rispettivamente Komsic e il musulmano Sefik Dzaferovic avrebbero risposto di no, mentre il serbo Milorad Dodik avrebbe ascoltato con interesse il piano. 

Sempre secondo le indiscrezioni arrivate dai Balcani, alla base del progetto di Pahor ci sarebbe una sorta di ultimatum dell’Unione Europa che prima di pensare ad ogni possibile allargamento, vorrebbe vedere concludersi definitivamente il processo di disgregazione jugoslava.

L’indignazione dell’opinione pubblica bosniaca davanti a tale proposte è stata molto forte, tanto da creare imbarazzo negli ambienti di Lubiana, che hanno negato l’esistenza del no-paper. Anche lo stesso Inzko, Alto rappresentante all’Ue si è mostrato preoccupato per la situazione, definendo la crisi bosniaca un possibile “vaso di Pandora”.

Vladimir Bilčík, Relatore permanente del Parlamento europeo sulla Serbia, ha invece dichiarato ai microfoni di Euronews. che: “Per alcuni aspetti, tacere, non lavorarci in alcun modo, è un buon approccio. Se qualcosa è un non-problema, manteniamolo un non-problema”.

Sebbene, dunque, le istituzioni comunitarie preferiscono non dare enfasi al fatidico documento e non alimentare il dibattito, dall’altra parte, questo silenzio potrebbe ricoprirsi di risvolti pericolosi ed essere assimilato da qualcuno come un silenzio assenso. L’ silente approccio sembra esser stato abbracciato da molti e la questione, almeno per il momento, apparirebbe rientrata. Allora stesso tempo, però, sarebbe opportuno riflettere su alcuni spunti e analogie che la situazione sprigiona. 

Come scritto in precedenza, i Balcani occidentali, e la Bosnia nello specifico, rappresentano in termini di fermezza ai propri principi una palestra politica per l’Europa centrale fondamentale. L’irruzione del no-papernel palcoscenico politico dell’ex Jugoslavia non può che provare nuovamente la tempra di una realtà sovranazionale che, proprio dagli insuccessi riportati in quelle zone, dovrebbe aver appreso molto. Il dibattito sul no-paper riporta nella memoria collettiva nazionale il Memorandum del 1986 stilato dall’Academia Serba delle Scienze e delle Arti o gli accordi di Ganz del maggio ‘92 tra la Mate Boban e Radovan Karadžić.

Ma anche, il pellegrinaggio di Slobodan Milošević con le reliquie del re Lazar o le sue dichiarazioni dell’87 in cui invitava la popolazione serba del Kosovo a rimanere “nelle propria terra, nelle proprie case, nei propri orti e campi, fra i propri ricordi” perché andandosene “avrebbero disonorato gli antenati e deluso i figli”[7]. Elementi che avrebbero potuto essere letti per tempo se vi fosse stata la lungimiranza giusta.

La voglia di testare la fedeltà ai principi autoimposti dall’Unione Europea (e prima ancora dalla Cee), avvenne anche durante la guerra. Gli assedi di Gorazde e di Bihać mossi dopo l’ultimatum imposto dalle Nazioni Unite nel ‘94, hanno di fatto segnato il crollo stesso di quei valori morali e legittimato la pulizia etnica iniziata nel ’92[8].

Dall’altra parte, la guerra in Jugoslavia degli anni Novanta rappresenta una sintesi della parzialità con cui l’Occidente “evoluto” guardava le dinamiche dei “popoli tribali” dei Balcani. Lo storico Egidio Ivetic, affrontando il tema delle guerre balcaniche del 1912 e del 1913, evidenzia come, già all’epoca, l’opinione pubblica dell’Europa Centrale pur non comprendendo pienamente le dinamiche che portarono allo scoppio della guerra nella Macedonia, nella Tracia, nell’odierno Kosovo e nell’odierna Albania, si affrettasse a fornire giudizi risolutivi e distaccati senza coglierne gli aspetti fondamentali. Tale retorica, sostiene Ivetic osservando alcuni giornali del momento, era necessaria anche per tracciare una netta linea di demarcazione tra il modo di condurre una guerra nei Balcani (tribale) e nell’Europa Centrale (veloce, fulminea e pulita). 

Ed è in questi termini che il no-paper non deve essere inteso come un enunciato singolo, ma come una riflessione all’interno di un discorso più ampio e che è, per dirla alla Foucault, “maniera in cui il campo di memoria è legato alle forme di gerarchia e di subordinazione che governano gli enunciati del testo”[9].

Proprio il “campo di memoria” rispetto al conflitto appare, fuori dal perimetro dell’ex Jugoslavia, non ben definito, dai confini fluidi e probabilmente “esotico” nell’immaginario dei più. In questo memoricidio[10] la nuova propaganda nazionalista potrebbe assumere nuovamente forza e utilizzare il no-paper non come un punto d’arrivo, ma come tappa necessaria per creare i presupposti per nuove ostilità. 

Non riconoscere il ruolo dei media nelle dinamiche che hanno innescato il conflitto non solo risulterebbe essere un grave errore storico, ma fornirebbe le condizioni affinché ciò si possa ripetere. Nel libro La sconfitta dei media, il giornalista Marco Guidi nel tracciare le tappe fondamentali della preparazione mediatica attuata delle grandi realtà dell’informazione davanti al nascente conflitto, scriveva: “I serbi e i croati non sono stupidi, né avvinti da un odio di vecchia data. Sono persone che sono state manipolate dagli sforzi propagandistici di governi ultranazionalisti per fargli fare una guerra che essi non volevano. Prima che sui campi di battaglia il conflitto è scoppiato nei programmi televisivi”[11].

Prestare attenzione a questi piccoli dettagli che arrivano dai Balcani non solo ci permetterebbe di sviluppare una società civile attenta alle sfide transnazionali, ma, soprattutto, ci fornirebbe le armi per non presentarsi impreparati ancora una volta davanti a un dramma annunciato. 

Ancora una volta, dunque, il futuro dell’Europa appare legato a doppio filo a quello della “piccola” Bosnia. In conclusione, come ha avuto modo di chiedere Agostino Zanotti in occasione della presentazione del libro Shooting in Sarajevo presso le stanze virtuali della casa editrice Bottega Errante Edizioni, “a chi fanno paura dei cittadini di Sarajevo?”[12]


[1] https://www.balcanicaucaso.org/aree/Balcani/I-Balcani-Occidentali-a-corto-di-democrazia-179061 (consultato l’ultima volta il 26 aprile 2021)

[2] Sulla questione dell’apartheid scolastico si veda: A. Cortesi, L. Leone, La pace fredda, Infinito edizioni, Formigine (Mo) 2020.

[3] https://iari.site/2021/01/31/i-fantasmi-della-memoria/ ( consultato l’ultima volta il 26 aprile 2021)

[4] A. Portelli, Storie Orali, Racconto, immaginazione, dialogo, Donzelli Editore, Roma 2007.

[5] https://iari.site/2020/11/06/republika-srpska-le-nuove-vie-della-pulizia-etnica/ (consultato l’ultima volta il 26 aprile 2021)

[6] https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Dividere-la-Bosnia-210012 (consultato l’ultima volta il 26 aprile 2021)

[7] N. Janigro, L’esplosione delle nazioni. Il caso Jugoslavo, Feltrinelli, Milano 1993.

[8] Per approfondire si vede: G. Riva, Z. Dizdarević, L’ONU è morta a Sarajevo, Il saggiatore, Milano 1995.

[9]  M. Foucault, L’archeologia del Sapere. Una metodologia per la storia della cultura, Rizzoli, Segrate 1969, p.79 

[10] L’utilizzo e la strumentalizzazione dei media nel corso del conflitto nell’ex Jugoslavia sono stati trattati in: P. Rumiz, Maschere per un massacro, Feltrinelli, Milano 1996.

[11] M. Guidi, La sconfitta dei Media, Baskerville, 1999

[12] https://www.facebook.com/watch/live/?v=258826522454257&ref=watch_permalink ( consultato l’ultima volta il 25 aprile 2021)

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