GUYANA: IL QATAR DEL SUDAMERICA

Considerato uno tra i Paesi più poveri al mondo il Guyana sta vivendo una crescita economica inarrestabile grazie alla scoperta del giacimento petrolifero offshore più grande del decennio: Liza

Questo piccolo Stato incastonato tra i giganti del Sud America, non ha mai destato molto interesse a livello internazionale se non per il famoso e inquietante evento del “massacro di Jonestown” alla fine degli anni ’70. 

Dopo quell’evento questo piccolo Stato ha sempre suscitato l’interesse solo dei suoi vicini di casa primo fra tutti il Venezuela – il quale rivendica parte del territorio della Guyana – ma quasi mai ha inciso a livello globale.

Fino al 2015. 

Da sei anni a questa parte, la Guyana ha cambiato alcuni equilibri interni ed esterni coinvolgendo i più importanti attori globali: Usa, Cina e Russia. L’evento che ha catapultato il piccolo Stato sudamericano al centro di importanti dinamiche geopolitiche è stato l’annuncio da parte di Exxonmobil della scoperta di uno dei giacimenti petroliferi offshore più grandi del decennio: Liza.

Battezzato col nome di “Stabroe Block”, il giacimento vale oggi oltre 120 mila barili al giorno ma il suo potenziale è stimato in più di 750 mila barili di petrolio al giorno entro il 2025 e di quasi un milione entro il 2027. Intanto, per il 2022 è previsto l’inizio della seconda fase del progetto Liza, che dovrebbe garantire un output di 220 mila barili al giorno. Nel 2024 inizieranno poi le attività di Payara, sempre nel blocco di un progetto da 9 miliardi di dollari, per ulteriori 220 mila barili al giorno.

Il ritrovamento ha però portato con sé anche una notevole dose di instabilità, in ogni campo: innanzitutto, riaccendendo un’antica disputa col vicino venezuelano, che in preda ad una tragica crisi economica e politica ha deciso di reclamare una porzione delle acque territoriali guyanesi: una storia questa, che si trascina dai tempi della colonizzazione e che nel 1949 venne portata anche all’attenzione della Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU tanto da chiedere addirittura la protezione militare del confinante Brasile da sempre ostile nei confronti del governo bolivariano.

La verità è che il Venezuela ha sempre tentato di dissuadere le multinazionali del petrolio dal sondare il terreno del Guyana proprio perché consapevole della minaccia che questo Stato sarebbe potuto diventare un diretto competitor nell’esportazione di petrolio. Il risultato? Una contrazione dei rapporti con gli USA nel momento in cui il governo dell’allora Presidente Chavez decise di nazionalizzare le riserve petrolifere comprese anche quelle di Exxonmobil

Questo episodio è stata la goccia che ha permesso alla società americana di dare avvio alle esplorazioni in territorio guyanese nel 2016 e la risposta venezuelana non è tardata ad arrivare: la Guyana venne ufficialmente cacciata da Maduro dal Petrocaribeil programma che consiste nella spedizione di greggio ai paesi sudamericani alleati di Caracas dietro pagamenti parziali, o in cambio di cibo e medicine.

Ma la questione assume una valenza sul piano geopolitico più ampia.

Come già anticipato, il Paese da anonimo si è ritrovato al centro dei maggiori interessi geopolitici e geoeconomici del pianeta con le tre super potenze a contendersi la supremazia in questa fruttuosa striscia di terra del Sud America. 

Dal canto suo, la Cina nel contesto di proiezione della sua supremazia globale ha prestato alla Guyana 115 milioni di dollari per l’ampliamento del suo aeroporto per consentire l’atterraggio dei 747. Tutto rientra nel piano d’inclusione cinese nella c.d. Belt and Road un ambizioso progetto che prevede ingenti investimenti nelle infrastrutture dei maggiori paesi in via di sviluppo, finalizzati a stabilire un collegamento più rapido con il nord del Brasile, che costituisce il partner principale della Cina nella regione; ciò consentirebbe alla Cina di accedere più rapidamente al canale di Panama.

Ma non c’è solo la Cina nel territorio guyanese: questo Paese ha attirato l’attenzione anche della Russia, la quale sotto forma del gigante dell’alluminio Rusal, controlla e gestisce le miniere di oro e bauxite della regione. Un incubo per la diplomazia americana che teme di vedere troppe navi battenti bandiera russa nei Caraibi, territori da sempre sotto il controllo e l’egemonia statunitense.

Come si comporta uno dei paesi considerati tra i più poveri al mondo di fronte a queste prospettive di ricchezza improvvisa e sempre crescenti? La Guyana, dal canto suo, nonostante la pandemia ha visto viaggiare la sua economia nel 2020 sempre a doppia cifra posizionandola tra i paesi caraibici che meno hanno risentito degli effetti devastanti del Covid sull’economia. Ma quello che ci si chiede è: la Guyana è pronta a diventare il Qatar del Sudamerica?

Teoricamente no, praticamente invece sembra viaggiare a vele spiegate verso una direzione che ad oggi sarebbe meglio evitare, ossia quello della “maledizione delle risorse” che potrebbe gettare il Paese in una spirale sempre più pericolosa di instabilità, corruzione e conflitti intra ed extra territoriali. 

Il punto è soprattutto è che la Guyana sembra totalmente impreparata per l’enorme flusso di ricchezza che potrebbe svilupparsi da Staboeck Block. È un paese politicamente confusionario senza un piano per ridistribuire tutti questi soldi ma è un rischio che vuole assumersi speranzosa di rivoluzionare radicalmente la sua economia. 

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