GLI INTRECCI RELIGIOSI E POLITICI ROVENTI DI GERUSALEMME

Sebbene la decisione da parte delle autorità israeliane di rimuovere le barriere alla Porta di Damasco sembri aver placato le tensioni politiche e religiose che hanno caratterizzato la prima metà del mese di Ramadan, le ripercussioni interne e internazionali degli eventi non si sono fatte attendere. Le barriere, posizionate per impedire assembramenti da parte dei cittadini palestinesi nella piazza adiacente la spianata di Al-Aqsa, hanno riacceso le ostilità a Gerusalemme trascinandola nuovamente nel disordine e nella violenza.

Gli scontri infiammano la città

In principio gli scontri e le notti di violenza di Gerusalemme, cominciate il 13 Aprile in concomitanza con l’inizio del mese sacro di Ramadan e del Israel Memorial Day, sono stati causati dal tentativo da parte delle forze dell’ordine israeliane di contingentare gli ingressi alla città vecchia.

Il gesto ha immediatamente causato le proteste da parte dei palestinesi, soliti ogni anno durante il mese sacro ritrovarsi a pochi passi dalla Spianata delle Moschee per consumare l’iftar (pasto di rottura del digiuno). La risposta della polizia, che non si è fatta attendere, è stata accompagnata da una escalation di violenza provocata dall’entrata in scena dell’organizzazione di estrema destra e ultranazionalista israeliana Lehava. L’entrata in scena di circa 300 membri del gruppo al grido “a morte gli arabi” ha provocato uno scontro diretto tra le fazioni, che ha letteralmente infiammato la situazione.

L’organizzazione Lehava, il cui obiettivo primario è quello di evitare l’ “assimilazione ebraica”, è stata fondata nel 2005  da Bentzi Gopstein e alcuni sostenitori dell’ideologia Kahanista e del suo partito Kach. La stessa, oltre a proclamarsi favorevole all’annessione totale della Cisgiordania e all’espulsione dei palestinesi da Israele, è una importante componente della destra ultranazionalista.

A farle guadagnare vigore e rinnovato coraggio sarebbe stata infatti l’entrata in Knesset da parte del partito politico di estrema destra ultraortodossa Religious Zionism, la cui vicinanza ideologica all’organizzazione e ai suoi leader è innegabile. I 6 seggi elettorali ottenuti dal partito non possono che aver giocato un ruolo importante nella discesa in campo di questi attori, poco tollerati persino dalla scena politica nazionale.

L’intensificazione delle agitazioni, provocata dalle decine di feriti e arresti avvenuti a partire dal primo scontro diretto, ha persino raggiunto i confini di Gaza, dove Hamas ha prontamente risposto agli attacchi subiti dai palestinesi e agli slogan denigratori lanciando missili in direzione del Negev.

Sebbene i danni riportati da Israele siano stati limitati e lo stesso abbia deciso di colpire a sua volta alcune postazioni di Hamas nella Striscia, le misure di protezione prese dal paese potrebbero non essere più sufficienti ad arginare le azioni dell’organizzazione islamista. Quest’ultima infatti starebbe già inneggiando a una nuova Intifada.

Le ripercussioni interne e internazionali

La situazione, creatasi a causa di vecchie e nuove fonti di attrito, sopraggiunge in un periodo particolarmente difficile per lo Stato Ebraico e soprattutto per il suo Primo Ministro Benjamin Netanyahu. L’impasse politica in cui è bloccato il paese dalle elezioni del 23 Marzo e gli ostacoli registratisi nella formazione di una coalizione di maggioranza, si sono infatti intrecciati vigorosamente con i recenti avvenimenti di Gerusalemme Est.

In queste settimane, la possibilità della formazione di una coalizione guidata dal Likud si è allontanata sempre di più. A fare sfumare la costruzione di un nuovo governo guidato da Netanyahu pare essere stata l’incapacità dello stesso di trovare nuovi alleati con cui formare una maggioranza.

Allo stesso tempo, quella di una quinta elezione in poco più di due anni non ha fatto altro che avvicinarsi ed aggiungersi alle gravose conseguenze dei disordini e degli scontri. Già reduce dal processo per corruzione a suo carico e dal tentativo di nominare come ministro della giustizia (nel suo interesse ed illegalmente) un membro del Likud, il Primo Ministro israeliano rischia forse per la prima volta dopo tanto tempo di essere messo definitivamente all’angolo.

Accusato dai leader dell’opposizione, e non solo, di non riuscire a gestire la questione di Gerusalemme Est, né tantomeno il ritorno sulla scena di Hamas, Netanyahu esce ulteriormente indebolito da questo periodo di crisi politica e concitazione. Il poco interesse dimostrato dal suo governo (occupato a ricomporre il puzzle elezioni) nei confronti delle proteste arabe e la risposta aggressiva della polizia nei confronti dei manifestanti stanno permettendo sia all’opposizione interna, che a diversi attorni esterni di criticare le sue scelte e mettere a rischio l’equilibrio abilmente costruito mediante gli Accordi di Abramo con alcuni nuovi partner chiave del Medio Oriente. 

A partire dalla condanna da parte dei vicini Egitto e Giordania verso le proteste di estrema destra e la richiesta di avvicinamento per i palestinesi ad Al-Aqsa, per giungere fino al comunicato degli Emirati Arabi Uniti, le critiche non si sono fatte attendere. Persino l’Ambasciata statunitense di Gerusalemme ha espresso in una dichiarazione le sue preoccupazioni al riguardo, invitando a mantenere la calma e a riportare la sicurezza nella città contesa.

Abbas non si smentisce e posticipa le elezioni palestinesi 

Le difficoltà non sono inoltre terminate: a causa della mancata autorizzazione da parte del governo israeliano per circa 6300 arabi residenti a Gerusalemme Est di prendere parte alle elezioni palestinesi, Mahmoud Abbas, leader della Autorità Nazionale Palestinese, ha sfruttato l’occasione per annunciarne il rinvio.

Dal canto suo, la leadership in carica dell’ANP e la sua componente più importante Fatah non ha invece perso tempo per sfruttare le proteste e i rifiuti attuati da Israele nei confronti dei votanti arabi di Gerusalemme. Conscio della crescente impopolarità della Autorità e della sua stessa figura, il sempre più impopolare Abbas starebbe infatti utilizzando la scusa della mancata concessione da parte di Israele e l’escalation di tensione per posticipare le proprie elezioni legislative e non essere costretto ad affrontare il 22 Maggio il rivale Hamas e le altre due liste interne al suo partito.

Sebbene Fatah sembrasse contemporaneamente interessata ad un’ulteriore intensificazione delle violenze per riportare la questione palestinese sotto i riflettori internazionali e richiamare l’attenzione dell’Unione Europea, i timori interni al partito legati al crescente consenso popolare di Hamas, hanno portato all’ennesimo rinvio del voto e alla fine della fragile collaborazione costruita nei mesi precedenti con l’organizzazione di Ismail Haniyeh.

La fine di un’era?

Nonostante sia presto per parlare di crisi diplomatiche e sgarbi irrimediabili e pur rimanendo la situazione aperta a sviluppi ulteriori legati alle decisioni dei vertici israeliani, gli intrecci politici e religiosi che caratterizzano da anni il conflitto israelo-palestinese sembrano tornati a farsi sentire con vigore.

Gli avvenimenti che hanno segnato l’inizio del Ramadan e la convergenza delle elezioni israeliane con quelle palestinesi stanno creando incidenti di percorso ai due rispettivi leader che potrebbero essergli fatali. Sia Netanyahu che Abbas sembrano trovarsi oggi alle strette: nessuno degli altri attori sembra disposto questa volta a venire in loro aiuto e lasciare passare inosservati i loro tentativi di rimanere al potere a tutti i costi.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY