BRUXELLES V E LE ASPIRAZIONI EUROPEE NEL MEDITERRANEO

Bruxelles V offre una nuova occasione per misurare le aspirazioni normative europee nel Mediterraneo. 

Il ciclo di Conferenze di Bruxelles, copresiedute dall’UE e dalle Nazioni Unite, inaugurate nel 2017 con l’adozione della strategia europea per la Siria e avente come obiettivo quello di “sostenere il futuro della Siria e della Regione”, ha raggiunto quest’anno il suo quinto anno di vita.

Il 29 e il 30 marzo scorso, a ridosso del decimo anniversario delle rivolte siriane del 2011, si sono così riunite online 79 delegazioni – di cui 52 Stati, 8 tra organizzazioni e istituti finanziari internazionali, 16 agenzie ONU e 3 organizzazioni umanitarie. Il primo giorno di lavori è stato dedicato alla Giornata del Dialogo tra la società civile siriana, i Paesi che ospitano la maggior parte dei rifugiati e delle rifugiate siriane, l’Unione e le Nazioni Unite; mentre il 30 marzo si è tenuta la Conferenza Ministeriale, volta a rilanciare il sostegno politico e finanziario della comunità internazionale ai siriani e alle siriane e ai Paesi vicini, ospitanti il maggior numero di rifugiati, quali Giordania, Libano, Turchia, Egitto e Iraq.

Nei giorni precedenti, in vista della preparazione del summit, sono state consultate circa 1572 organizzazioni provenienti dalla Siria e da tutta la regione per discutere e sviscerare i temi centrali e imprescindibili – questioni di genere, istruzione, diritti umani, ricadute sociali della crisi sanitaria ecc… – per una comprehensive political solution del conflitto, definita secondo quanto previsto dal Comunicato di Ginevra del 2012 e dalla successiva Risoluzione 2254.

Sostenuta anche in quest’occasione, questa è considerata l’unica soluzione sostenibile e duratura del conflitto; una soluzione necessaria all’avvio di un processo politico capace di stabilire una governance credibile e inclusiva, avente a sua volta come obiettivo l’organizzazione di un nuovo processo costituzionale in grado di gettare le fondamenta per elezioni libere ed eque, secondo gli standard internazionali, a cui possano partecipare tutti i siriani e tutte le siriane aventi diritto. Sono inoltre stati organizzati degli eventi online per promuovere la cultura siriana e i suoi protagonisti attraverso, ad esempio, una serie di concerti di musicisti siriani. 

Al termine della conferenza – qui la dichiarazione congiunta della copresidenza – la comunità internazionale ha promesso 5,3 miliardi di euro per il 2021 e oltre per la Siria e i Paesi vicini. Di questi, 3,7 miliardi di euro saranno garantiti dall’Unione, di cui nello specifico 1,12 miliardi dalla Commissione europea e 2,6 miliardi da Stati membri.

Stime ONU e di tante altre organizzazioni internazionali affermano che oggi più che mai c’è un profondo bisogno di assistenza umanitaria nel Paese e nella regione tutta a causa delle ricadute economiche e sociali della pandemia e della crisi libanese, oltre ovviamente agli ormai dieci anni di conflitto.

Inoltre, nel corso di Bruxelles V è stata dedicata massima attenzione alla campagna di vaccinazione contro il COVID-19: i vaccini devono essere garantiti a tutti e a tutte al di là dello status giuridico individuale e dovranno essere finanziati senza deviare dagli aiuti umanitari, che continueranno ad essere garantiti secondo i principi di umanitàneutralitàimparzialità e indipendenza e distribuiti in maniera incondizionatasicura e tempestiva.

Assieme al richiamo alla responsabilità umanitaria per tutti gli attori coinvolti, è stato posto l’accento sull’importanza del massimo rispetto dei diritti di proprietà – che, come ormai abbastanza noto, vengono negati da Assad per i suoi progetti di ricostruzione. Tutte le parti coinvolte sono state invitate a rispettare gli impegni legati agli accordi di cessate il fuoco e sono state ribadite le richieste di rilascio immediato dei detenuti e di chiarezza sul destino delle persone scomparse.

Per chiudere sul fronte sicurezza, massima priorità è stata data all’affrontare la minaccia terroristica tramite un approccio mirato ed efficace, nel pieno rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, riconoscendone le cause profonde identificate, in parte, nelle radici stesse del conflitto. Forse un cambio d’approccio interessante rispetto al passato. 

Le critiche da parte del governo siriano non si sono fatte attendere. Damasco ha infatti descritto Bruxelles V come “uno spettacolo di propaganda inutile” ed ancora come una “piattaforma per attaccare e screditare la Siria e per politicizzare il lavoro umanitario”. Un refrain ormai tipico della retorica governativa.

Uno sguardo alle relazioni UE – SIRIA

Borrell nella sua dichiarazione a nome dell’Unione in occasione dei dieci anni del conflitto siriano ha riconosciuto il conflitto come tutt’altro che concluso e ha denunciato gli abusi e le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, attribuendone la responsabilità a tutte le parti coinvolte.

Tuttavia, una particolare attenzione è stata data al regime, riconoscendo così nel suo brutale apparato repressivo e nel suo fallimento nell’affrontare le radici del malcontento popolare e delle rivolte gli elementi determinanti l’escalation delle violenze e l’internazionalizzazione progressiva del conflitto.

L’aspetto legale e politico, individuato da Borrell come necessario al raggiungimento della pace e di una genuina riconciliazione in Siria, risiede in un radicale processo di accountability capace di identificare chiaramente le responsabilità politiche legate alle violenze commesse.

L’Unione, attraverso il suo Alto rappresentante, ha inoltre ribadito come non ci siano ancora le condizioni necessarie a un ritorno sicurovolontario e dignitoso per i rifugiati e per gli sfollati nel Paese; il rinnovo delle sanzioni europee previsto per fine maggio e l’impegno a favore dell’unità, della sovranità e dell’integrità dello Stato.

È interessante notare che la Turchia, in quanto Paese candidato, si allinea alla dichiarazione dell’Alto rappresentante. Quello che non è chiaro è come questo vada poi a conciliarsi con la sua concreta presenza e azione sul campo. 

Inoltre, è importante ricordare che il 31 marzo è stato pubblicato un documento – sostenuto da 18 ministri degli esteri europei, tra cui l’Italia – di condanna dei crimini contro l’umanità commessi in Siria e contro l’impunità del governo siriano. Come più volte scritto, si tratta senza dubbio di un documento storico per la nettezza delle posizioni espresse dalle diplomazie europee, influenzate dal prezioso lavoro politico di testimonianza e denuncia dei siriani e delle siriane, in diaspora e non, agito in questi anni all’interno dei tribunali internazionali e non solo. 

A partire da maggio 2011 l’Unione ha sospeso la cooperazione bilaterale con le autorità governative siriane e ha introdotto le misure restrittive contro singoli esponenti e entità legate all’apparato di governo di Assad. Sempre a partire dal 2011, inoltre, l’UE e gli Stati membri hanno investito circa €24.9 miliardi nell’aiuto umanitario e nell’assistenza e sostegno della popolazione siriana, assestandosi come il donatore internazionale più importante.

Questi vengono garantiti attraverso relazioni dirette con ONG, agenzie ONU e altre organizzazioni internazionali. In più, nel 2015 è stato stabilito l’EU Regional Trust Fund in response to the Syrian Crisis per il supporto nell’accoglienza dei rifugiati siriani e delle rifugiate siriane ai Paesi confinanti. A beneficiare degli aiuti finanziari erogati da questo fondo sono stati sia i rifugiati e gli sfollati siriani sia le comunità locali ospitanti.

Tuttavia, molti eurodeputati e attivisti e molte eurodeputate e attiviste hanno espresso preoccupazione – e continuano a farlo, considerando la persistente mancanza di una strategia europea unitaria e lungimirante sul tema migrazioni – per il rischio di tradurre questi aiuti in strumenti di ricatto politico. Per chiarire, ancora una volta, i rapporti ambigui UE – Erdogan sono senza dubbio l’esempio migliore anche in questo senso.

Di fatto, in occasione di Bruxelles V il discorso europeo relativo a rifugiati e migrazioni è rimasto pressoché immutato, ribadendo pertanto l’approccio tipico della politica d’esternalizzazione delle frontiere; a conferma che le migrazioni rimangono il tallone d’Achille dell’UE e dei suoi Stati membri. 

Le relazioni UE-Siria e l’Agenda per il Mediterraneo 

Inserendo questa parte del confronto europeo con la sfida siriana all’interno della nuova Agenda per il Mediterraneo, volta a rilanciare il partenariato strategico che lega l’UE al vicinato mediorientale, ci diamo una nuova opportunità di bilancio  delle potenzialità e dei limiti delle ambizioni normative di potenza dell’UE.

A venticinque anni dalla Dichiarazione di Barcellona e a dieci dalle Primavere arabe, la comunicazione congiunta della Commissione europea e dell’Alto rappresentante ha delineato il rilancio del suddetto partenariato tra gli imperativi strategicidell’Unione, con l’obiettivo di rafforzare il suo spirito originario, ovvero l’idea che le sfide comuni possano trasformarsi in opportunità reciproche: agire congiuntamente per dare risposte comuni a quesiti regionali, riconoscendo l’interdipendenza dei diversi processi di prosperità e crescita che legano, per storia e geografia, le due sponde del Mediterraneo.

La nuova Agenda, avvalendosi di tutti gli strumenti dell’Unione e concentrandosi su 5 cardini di intervento – sviluppo umano, buon governo e stato di diritto; resilienza, prosperità e transizione digitale; pace e sicurezza; migrazione e mobilità; transizione verde, resilienza climatica, energia e ambiente – guiderà la programmazione pluriennale nell’ambito del nuovo strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale dell’UE (NDICI)– Europa globale a livello regionale e bilaterale. Di conseguenza, è possibile dire che nel Mediterraneo si giocherà gran parte della sfida di potenza che l’Unione si è posta. 

Attorno alla questione siriana ruotano interessi centrali per la definizione degli equilibri regionali e globali e quindi dei principi politici della comunità internazionale tutta. Ciò significa che le aspirazioni dell’Unione, di porsi come attore normativo globale nel Mediterraneo, devono necessariamente confrontarsi con la complessità generale della sfida siriana.

Con Bruxelles V e il documento sopra citato, l’Unione e alcuni dei suoi Stati membri sembra stiano facendo progressivamente chiarezza nella scelta delle parole d’ordine delle proprie azioni diplomatiche nei confronti di Assad e si sa che le parole sono importanti. Tuttavia, non è abbastanza. Per essere davvero all’altezza dei valori democratici, che si ha l’ambizione e la pretesa di rappresentare, è necessario sciogliere le ambiguità che caratterizzano molti aspetti delle politiche europee nella regione. Perché se è vero che le politiche di potenza richiedono realismo e prudenza, è altrettanto vero che non va mai escluso un pizzico di coraggiosa immaginazione politica!

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