USA E CAMBIAMENTO CLIMATICO, LA NUOVA AGENDA DELL’AMMINISTRAZIONE BIDEN

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L’amministrazione di Biden è consapevole dell’urgenza della questione del cambiamento climatico, e dichiara il suo impegno nell’affrontare questa sfida mondiale

Stati Uniti e Cina, in qualità di maggiori produttori al mondo di gas serra, insieme sono responsabili per circa la metà delle emissioni globali. Ad oggi sono consapevoli di dover affrontare insieme la sfida comune del cambiamento climatico e lo hanno dichiarato in varie occasioni, a partire dal colloquio svoltosi tra il 15 e il 16 aprile di quest’anno a Shanghai tra i due inviati speciali per il clima, John Kerry per gli USA e la sua controparte cinese Xie Zhenhua.

Al termine dell’incontro, è stata rilasciata una dichiarazione congiunta in cui si manifesta la volontà delle due super potenze di collaborare tra di loro e con paesi terzi nell’affrontare la crisi climatica, con urgenza e serietà. Per fare ciò è necessario potenziare la cooperazione nei processi multilaterali, quali l’Accordo di Parigi del 2015 e la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Riprendendo proprio l’Accordo di Parigi, è stato ricordato il suo obiettivo principale indicato nell’articolo 2, ovvero limitare ben al di sotto dei 2°C l’innalzamento della temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali, convogliando gli sforzi per rimanere sotto il limite di 1,5°C. Inoltre, i due paesi hanno dichiarato di voler adottare delle misure per massimizzare gli investimenti nei Paesi in via di sviluppo con l’intento di guidarli verso la transizione ad energia verde, a basse emissioni di carbonio e rinnovabile. 

Successivamente, il 22 e 23 aprile si è svolto il Leaders Summit on Climate, voluto dal Presidente Joe Biden, che ha visto riunirsi in videoconferenza 40 leader delle maggiori potenze mondiali. Durante il Summit è stata ribadita l’urgenza della questione del cambiamento climatico e l’importanza di unire le forze per mantenere l’innalzamento delle temperature sotto il tetto di 1,5°C.

Inoltre, Biden ha spiegato che le iniziative per combattere il cambiamento climatico e tutte le altre problematiche ambientali, porterebbero anche benefici economici, quali la creazione di posti di lavoro e l’avanzamento dello sviluppo tecnologico. Questo Summit è stato voluto per esortare i leader mondiali ad impegnarsi con politiche climatiche più ambiziose, in vista della UN Climate Change Conference (COP26) che si terrà a Glasgow a novembre 2021 e che Washington vorrebbe evitare si rivelasse fallimentare. 

Biden ha rivendicato in questa sede la leadership statunitense nella lotta globale al cambiamento climatico. La nuova presidenza vuole distaccarsi da quella precedente di Trump, che spesso negava l’urgenza della questione ed aveva fatto dei passi indietro, attraverso per esempio la reintroduzione di norme che favorivano l’estrazione di combustili fossili o l’uscita dall’Accordo di Parigi.

Da quando è arrivato alla Casa Bianca, Biden ha da subito prioritizzato la questione climatica: è rientrato nell’Accordo di Parigi dopo solo qualche ora dal suo insediamento ed ha fatto sì che il tema ambientale divenisse fondamentale per la sicurezza nazionale e la politica estera del paese.

Durante il Summit Biden ha annunciato l’obiettivo di dimezzare le emissioni di gas serra statunitensi entro il 2030, riducendo più precisamente del 50%-52% la Co2 rispetto ai livelli del 2005, per arrivare poi a un’economia a zero emissioni entro il 2050. I tagli proverrebbero soprattutto da settori industriali, quali ad esempio quello automobilistico e delle centrali elettriche.

Ricordiamo che quando gli USA entrarono nell’Accordo di Parigi nel 2015, Obama dichiarò di tagliare le emissioni tra il 26%-28% entro il 2025, per cui il nuovo obiettivo appare un grande salto in avanti, se portato a termine. Anche Xi Jinping ha delineato dei target ambiziosi per la Cina: a dicembre ha dichiarato che le emissioni di Co2 per unità di PIL verranno ridotte entro il 2030 del 65% rispetto ai livelli del 2005, per raggiungere poi la carbon neutrality entro il 2060.

Tenendo in considerazione la struttura dell’economia americana dove il settore industriale tradizionale e petrolifero sono ancora molto forti, gli obiettivi prefissati sembrerebbero ambiziosi, anche perché nel 2020 le emissioni di Co2 sono diminuite solo del 21% nonostante le chiusure e il lockdown.

C’è bisogno quindi di ristrutturare radicalmente in pochi anni l’economia e cambiare lo stile di vita degli americani. Il governo di Biden potrebbe anche non avere sempre l’appoggio del Parlamento nel far passare le riforme necessarie, visto che il Senato è spaccato a metà tra 50 Democratici e 50 Repubblicani. In caso di parità, sarà decisivo il voto della Vicepresidente Kamala Harris che presiede il Senato. 

L’amministrazione Biden ha stilato un piano, il Clean Energy Revolution, che prevede massici investimenti in innovazione, energia pulita e ricerca climatica per raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni entro il 2050. Fondi cospicui saranno inoltre destinati alle infrastrutture, da quelle energetiche a quelle dei trasporti, per renderle adatte e forti a sostenere i danni dovuti al cambiamento climatico.

Infine, si cercherà di contrastare l’abuso di potere da parte delle società inquinanti di combustibili fossili che danneggiano il suolo, l’acqua e l’aria, colpendo soprattutto le comunità più vulnerabili di alcune città americane. Biden con questo piano propone di mettere a disposizione circa 1,7$ trilioni di investimenti federali nei prossimi 10 anni, fino ad arrivare a 5$ trilioni con l’aggiunta di fondi privati, statali e locali. 

Durante il Leaders Summit on Climate, la Casa Bianca ha anche annunciato la Global Climate Ambition Initiative, con la quale il governo supporterà i paesi partner nell’adottare strategie per ottenere net-zero emissions, con l’impegno che i progressi raggiunti verranno poi riferiti nel quadro dell’Accordo di Parigi.

Queste iniziative saranno coordinate dal Dipartimento di Stato e dall’US Agency for International Development (USAID), che lavoreranno per lanciare programmi di energia pulita, decarbonizzazione, conservazione dell’ambiente e degli ecosistemi nei paesi dell’Asia, Africa ed America Latina.

Ad oggi il potere e l’influenza di una superpotenza si misurano anche sulla base della capacità di guidare il mondo nell’affrontare il cambiamento climatico, che rappresenta la principale sfida globale presente e futura. Recentemente la Cina ha avuto grandi successi, diventando il primo produttore al mondo di pannelli solari, turbine a vento e batterie per auto elettriche.

Pechino ha grandi ambizioni nel continuare sulla strada della transizione verde, finanziando investimenti in tale direzione in vari paesi. Gli Stati Uniti sono quindi ancora più motivati ad assumere un ruolo di leadership nella lotta mondiale al cambiamento climatico, anche per non farsi surclassare dalla Cina. 

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