LA CAOTICA LOTTIZZAZIONE DEL MEDITERRANEO

La partita per la definizione delle Zone Economiche Esclusive rischia di innescare una guerra che potrebbe destabilizzare gli equilibri che reggono i legami dei paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo. La frattura causata dalla spartizione delle acque profonde sembra premiare degli attori più di altri: è il caso di quelli collocati sulla sponda sud-orientale.

Il tempo delle talassocrazie, in cui le potenze concretavano il proprio status perseguendo il dominio militare sulle acque e il controllo sulle rotte marittime, sembra ormai appartenere alle sole pagine dei libri di storia, relegato all’epoca classica o tutt’al più all’età moderna.

Niente di più fallace. Per correggere la miopia insita in questa convinzione è sufficiente concentrarsi sulle dinamiche dei nuovi equilibri nel Mediterraneo.

La condotta  degli Stati che si affacciano su quello che gli antichi romani chiamavano Mare Nostrum fa intendere che il loro interesse per questo sia tutt’altro che sopito.  L’atteggiamento degli attori geopolitici delle coste del bacino conduce a pensare – richiamando Fernand Braudel che descrisse il Mediterraneo come «continente  liquido» – che si approccino ad esso come se si trattasse di terra liquida

Quella in corso per la determinazione delle rispettive ZEE (Zona Economica Esclusiva) è una vera e propria guerra per la spartizione  del Mediterraneo. Come giustamente intuì Mahan il sea power, o potere marittimo come dir si voglia, implica necessariamente una proiezione di potenza su territori allogeni ed ha dunque per forza di cose natura conflittuale.

Le carte rappresentano senza ombra di dubbio il supporto più efficace per esprimere la geopolitica: sono in grado di trascendere la complicata indagine teoretica di obiettivi e traiettorie degli attori statuali (e non) estrinsecando le astrazioni mentali in evidenze distillate in immagini. Allo stesso modo, nel concreto, tratteggiare una carta significa definire il limes – stabilire dove finisce l’io e inizia l’altro – e  proiettare la propria sovranità nello spazio, al di là. 

Se è pur vero che la stragrande maggioranza delle guerre è stata combattuta per ridisegnare i confini geografici di spazi terrestri, bisogna altresì riconoscere che – nonostante i numerosi tentativi talassocratici nel bacino – difficilmente qualcuno avrebbe potuto mai immaginare una carta che rappresentasse un Mediterraneo diviso.

Il documento pilastro del diritto internazionale del mare, l’UNCLOS (United Nation Convention on the Law of the Sea), redatto durante la Convenzione di Montego Bay del 1982 conteneva già al suo interno la definizione delle ZEE con annessa questione sulle sovranità dello Stato costiero per ciò che concerne la materia energetica, la protezione dell’ambiente marino e la ricerca scientifica per un’estensione fino a 200 miglia dalle baseline. Contrariamente a quanto previsto per le PC (Piattaforma Continentale), che vengono considerate appartenenti agli Stati rivieraschi ipso iure in quanto prolungamento del territorio emerso, le ZEE necessitano di proclamazione unilaterale per essere riconosciute; all’interno dell’UNCLOS non è però prevista l’applicazione di alcun criterio nello stabilire i confini marittimi, dal momento che l’unica raccomandazione si limita a decretare che il risultato debba essere raggiunto attraverso un accordo equitativo tra le parti nei casi di adiacenza o vicinanza tra Stati. 

Non risulta dunque difficile intuire quali sarebbero stati gli esiti delle rivendicazioni di ZEE nel Mediterraneo.

È così che, data la conformazione del Mare Nostrum e le contingenze prefissate alla redazione della Convenzione di Montego Bay, da dieci anni a questa parte ha avuto inizio la corsa alla “lottizzazione” – definita in gergo tecnico territorializzazione – del mare che si trova al centro tra Europa e MENA. 

Ne consegue ineluttabilmente che obiettivo strategico di ogni attore statuale che intenda configurarsi come potenzadiviene quello di ritagliarsi maggiore spazio, allontanando la propria linea di difesa dal territorio nazionale, e di aumentare la propria sfera di influenza proiettando i propri confini nel campo di gioco del “nemico” frontista.

La demarcazione in corso sullo scenario mediterraneo evidenzia le mire di potenza degli attori geopolitici appartenenti al “blocco” MENA: ne sono esempio il caso tra Algeria e Italia del 2018, il corridoio turco-libico stabilito con il memorandum del 2019 e il ruolo egiziano nella definizione della ZEE greco-cipriota.

La sovrapposizione di pretese su aree di problematica assegnazione sembra far presagire che il mare che per secoli ha unito civiltà prospicienti difficilmente verrà diviso in spicchi con il placet consensuale di tutti.

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