ESSERE DONNA AL TEMPO DEL COVID: UNA DOPPIA EMERGENZA

Coprifuoco, distanziamento e mascherine non fermano le violenze di genere. Che si tratti di un problema culturale e non di sicurezza? 

La pandemia da Covid-19 ha radicalmente trasformato il nostro vivere quotidiano, portando sotto i riflettori gli aspetti più cupi della modernità. Numerose categorie sociali hanno sofferto pesanti ripercussioni a causa delle limitazioni previste dai protocolli di sicurezza, con impatti economici e psicologici difficili da stimare. Il lockdown e la frustrazione associata all’attuale stato di generale instabilità hanno di fatto contribuito ad esacerbare problematiche presistenti e culturalmente radicate come il gender gap e la violenza di genere.

Già con lo scoppio della prima ondata alcune autorità governative e organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti delle donne avevano sollevato timori legati ad un possibile aumento di casi di violenza domestica e sottolineato i rischi derivanti dalla lunga permanenza in casa.

Si considerano particolarmente a rischio quelle donne che svolgevano lavori non regolari o che sono state licenziate ad inizio del lockdown: in questa categoria il distanziamento sociale e l’isolamento hanno contribuito a generare una dipendenza economica dal partner, che rende la denuncia di violenza ancora più complicata. 

Gia nel luglio 2020, in un’indagine del CEPOL, si identificava l’aumento di casi di violenza di genere come conseguenza del lockdown e della quarantena forzata. Di fatto queste misure di sicurezza, strettamente necessarie a ridurre i contagi, hanno rapidamente portato ad isolare le donne dalle loro reti di sostegno, rinforzando quegli strumeti propri della strategia di controllo, messa in atto dalla figura abusante.

Inoltre, le misure di sicurezza attivate dai governi nazionali hanno ulteriormente rallentato l’attività dei centri di supporto, prevenzione e anti-violenza. Il rispetto del distanziamento sociale, la difficoltà di reperire tamponi e materiale sanitario, nonché la chiusura di alcune strutture di accoglienza hanno infatti dimezzato le capacità di risposta ed intervento. 

In questo frangente drammatico, UN Women ha lanciato la sua campagna “The Shadow Pandemic” volta ad incrementare la consapevolezza della società sul tema delle violenze di genere ed evidenziare l’aumento globale di questo fenomeno in correlazione con lo scoppio della pandemia. 

I dati ISTAT in merito alla situazione italiana mostrano come nei primi mesi di lockdown si sia registrato un aumento del 73% delle telefonate effettuate al numero verde nazionale antiviolenza e del 59% di vittime accertate rispetto all’anno precedente

Anche EURES riporta cifre allarmanti: nei primi 10 mesi dalla diffusione del Covid sono stati registrati 91 femminicidi – una morte ogni tre giorni. I dati scendono in concomitanza con le riaperture di maggio, tornando a salire con le nuove chiusure di ottobre.

Si tratta prevalentemente di femminicidi familiari o di vicinato, causati dall’impossibilità di denunciare o l’eccessiva lentezza di intervento da parte dei centri specializzati. Nonostante le numerose iniziative messe in campo dagli operatori sociali, la pandemia ha rallentato anche le attività dei centri, accentuando quelle che erano criticità sistemiche già esistenti.

La mancanza di risorse economiche e strumenti adeguanti, la dispatità territoriale ed i taboo sociali si sono infatti sommati alla riduzione del personale, la difficoltà di reperire dispositivi sanitari e la chiusura di alcune strutture ricettive.  

L’isolamento ha rappresentato un elemento difficile da contrastare, nonostante i servizi sostitutivi degli sportelli d’ascolto. Su questo tema fa luce lo stesso rapporto ISTAT, collegando la mancanza di denunce alla natura stessa della violenza che, nata tra le mura domestiche, non colpisce esclusivamente le donne. 

Pensare che la violenza di genere colpisca esclusivamente le donne, sarebbe infatti un errore di calcolo. Essa genera ricadute sui figli, sugli altri membri del nucleo familiare, sulle cerchie amicali e lavorative, contribuendo alla diffusione di strutture culturali degenerative.

Gli squilibri di genere rappresentano una criticità sistemica del nostro costrutto sociale che non riguarda solo le donne, ma l’intera società. Lo stesso Presidente Mattarella ha ricordato la rilevanza del tema nella campagna di RAI Radio “No Women No Panel”, sottolineando come il raggiungimento di una piena parità sia ancora molto lontano, ma fondamentale allo sviluppo del Paese. 

In particolare, la violenza contro le donne può esprimersi in molteplici forme, alcune delle quali culturalmente accettate. Non è stato infatti sufficiente l’imposizione di coprifuoco, distanziamento ed uso di mascherine a limitare le aggressioni verbali e fisiche registrate negli ultimi mesi.

Sono infatti aumentati anche gli episodi di catcalling, fenomeno antico quanto il mondo, ma recentemente chiamato al banco degli imputati grazie all’azione di attiviste e personaggi pubblici che hanno utilizzato la loro notorietà per incentivare il dibattito sul tema. Il termine britannico si riferisce ad una forma di molestia di tipo verbale espressa nel richiamare l’attenzione di qualcuno in strada, spesso con riferimenti sessuali e/o offensivi.

Generalmente questo tipo di comportamento sgradevole viene indirizzato verso le donne, ma può riguardare anche persone appartenenti a minoranze etniche, disabili, transessuali e omosessuali. Sebbene questo fenomeno sia chiaramente riconducibile ad una forma di cattivo costume, non è ancora stato riconosciuto come reato in Italia, considerato se non accettabile quantomeno giustificabile agli occhi di una grande fascia della popolazione.

Tale concezione, figlia di un educazione di stampo patriarcale ormai anacronistica, viene rafforzata da forme di anti-cultura e stereotipi che di certo non contribuiscono positivamente allo sviluppo di una società civile e paritaria. 

Che si tratti di un problema culturale e non di sicurezza si evince anche dall’analisi dei dati relativi alla situazione della Francia – dove il catcalling è reato – che a distanza di tre anni dalla approvazione della legge contro violenze sessuali e sessiste, fatica a combattere un fenomeno che non risparmia nemmeno la Ministra Marlène Schiappa.

Il gap di genere è un fenomeno trasversale e pervasivo, radicato anche nelle “civilissime” società occidentali, riscontrabile ovunque e quotidianamente, e forse proprio per questo considerato accettabile. Non è infatti sufficiente l’introduzione di una legge contro qualcosa che viene percepito come giusto, normale, non condannabile.

È necessario promuovere un dibattito lontano da isterismi e banalizzazioni, per sensibilizzare la coscienza civile verso quello che viene precepito come un non-problema.L’emergenza legata alla pandemia ha riacceso i fervori di chi, armato di senno di poi, vuol polemizzare sulla gestione decennale di settori fondamentali, dimenticando tutto alla prima riapertura post lockdown.

Si poteva fare di più? Si poteva fare meglio? Probabilmente i dati sulle vittime di violenza di genere sarebbero potuti essere inferiori, così come quelli delle vittime del virus, se si fosse arrivati al banco di prova con la necessaria equipaggiatura. Eppure la lezione da tener presente è proprio questa, legata al fallimento ed alla necessità di continuare a ricordare gli orrori figli della pandemia.

La vera emergenza ha molto poco a che fare con strumenti per incentivare la sicurezza e la protezione delle donne. Essa riguarda la mancanza di un dialogo su temi cruciali, imprescindibile per uno sviluppo organico. È necessario investire nel tessuto culturale della nostra società, come forma di difesa preventiva per tutto ciò che non possiamo o non sappiamo ancora di dover combattere

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